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È possibile uccidere una città?

La domanda può sembrare provocatoria, eppure la storia italiana – così ricca di splendori e di capitali improvvisamente decadute – mostra che, in alcuni momenti, un centro urbano può davvero perdere il proprio ruolo vitale, politico e simbolico. Non sempre si tratta di una distruzione fisica totale: talvolta la città resta intatta nelle sue architetture, ma viene privata della funzione che la teneva viva. In altri casi, come insegna la storia, alla morte segue una rinascita.

Basti pensare a Milano, rasa al suolo nel 1162 dall’imperatore Federico Barbarossa e capace, nel giro di pochi decenni, di tornare protagonista della storia italiana ed europea. Oppure a Roma, piegata dal terribile Sacco del 1527 a opera dei Lanzichenecchi dell’imperatore Carlo V: una ferita profonda, demografica e morale, dalla quale però la città seppe risollevarsi, reinventando il proprio ruolo di capitale spirituale e artistica nel pieno della Controriforma.

Accanto a queste storie di rinascita, esistono però città che, una volta colpite, non si sono più davvero risvegliate. Non sono morte del tutto: si sono piuttosto “addormentate”, sospese in una lunga attesa. È il destino che accomuna Mantova (1630), Ferrara (1597), Urbino (1625) e Piacenza (1547): quattro capitali rinascimentali che in momenti diversi hanno perso la loro centralità politica.

Mantova, 1630: la fine della capitale gonzaghesca

Per Mantova l’anno della “morte” è il 1630, quello del Sacco e della peste. In pochi mesi la città passa da circa 30.000 abitanti a poco più di 10.000; un tracollo demografico impressionante, dal quale si riprenderà solo agli inizi del Novecento. Con la crisi della dinastia gonzaghesca e nel 1707 la perdita del ruolo di capitale, Mantova entra in un lungo declino. Le sue straordinarie architetture, i palazzi, le chiese, le opere d’arte restano, ma la città smette di essere un centro propulsore. Nasce così l’immagine della Mantova come “bella addormentata”, splendida da visitare e malinconica da abitare, sospesa tra grandezza passata e immobilità presente.

Roma, 1527: distruzione e rinascita

Il confronto con Roma è illuminante. Il Sacco del 1527 non fu solo un evento militare, ma una catastrofe urbana: migliaia di morti, chiese profanate, opere d’arte distrutte o disperse. Eppure Roma, pur ferita, seppe reagire. Il papato comprese che la città doveva essere rifondata come capitale simbolica del cattolicesimo: nuovi cantieri, nuove committenze artistiche, una riorganizzazione urbana che fece di Roma il grande laboratorio del Barocco. Qui la città non muore, ma cambia pelle, trasformando la tragedia in occasione di rilancio.

Ferrara, 1597: la devoluzione e il sonno della città

Ferrara, invece, si spegne nel 1597. Con la morte senza figli legittimi dell’ultimo duca Alfonso II d’Este, la città viene devoluta allo Stato Pontificio visto che era un feudo papale. Gli Estensi abbandonano Ferrara e si trasferiscono a Modena, che diventa la nuova capitale ducale. È un colpo durissimo: Ferrara perde la corte, i funzionari, il flusso di artisti e intellettuali che l’avevano resa una delle capitali culturali del Rinascimento. La “devoluzione” segna l’inizio di un lungo sonno. La città resta bellissima, ma marginale, amministrata da legati pontifici e priva di quella tensione creativa che l’aveva resa unica.

Urbino, 1625: la fine dei Della Rovere

Urbino subisce una sorte analoga nel 1625, con l’estinzione della dinastia dei Della Rovere. Anche qui arrivano i legati pontifici, e anche qui la città perde il proprio ruolo di capitale. Urbino, che nel Quattrocento era stata uno dei cuori pulsanti del Rinascimento italiano, si ritrova progressivamente ai margini. Oggi conta meno abitanti di allora: un dato che dice molto sul suo destino. Come Mantova e Ferrara, Urbino è splendida da visitare, ma difficile da vivere, a meno che non ci si sia nati e non si accetti una dimensione raccolta, quasi fuori dal tempo.

Piacenza, 1547: un delitto che uccide una città

Diversa, ma altrettanto emblematica, è la vicenda di Piacenza, legata a un omicidio politico: quello del duca Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III. Qui la “morte” della città non è il risultato di una guerra o di una devoluzione, ma di una volontà punitiva potere successiva al delitto.

È Giampaolo Dossena a raccontarlo con straordinaria efficacia nel suo quarto volume della Storia confidenziale della letteratura italiana. La sua ricostruzione merita di essere riportata integralmente:

“Piacenza 10 settembre 1547 – A Piacenza il 10 settembre 1547 viene assassinato il duca Pier Luigi Farnese, a opera di nobili locali (Landi, Pallavicino, Anguissola). Il cadavere è buttato da una finestra della cittadella nel fossato che la circonda. La cittadella è quella di cui si vede ancora al giorno d’oggi una torre tonda angolare, nella piazza omonima. La congiura non ha successo: a Pier Luigi succede il figlio Ottavio e la dinastia resterà in sella fino a Settecento inoltrato, ma l’assassinio del duca ha alcune conseguenze. … La seconda conseguenza dell’assassinio di Pier Luigi Farnese riguarda la città di Piacenza. Nel 1547 viene uccisa la città di Piacenza come nel 1597 e nel 1625 verranno uccise le città di Ferrara e Urbino. Vediamo.
Il papa Paolo III Farnese aveva costituito nel 1545 per il proprio figlio Pier Luigi un ducato: il ducato di Piacenza e Parma. Piacenza era la capitale. Assassinato Pier Luigi nel giorno 10 settembre 1547 da cui siamo partiti, la capitale viene trasferita a Parma, e Piacenza non diventa la sorella povera bensì la figlia della serva. Per esempio, senza biblioteca.
Nel 1962 nascerà a Piacenza una rivista chiamata “Quaderni piacentini” che prenderà nome da Piacenza per antìfrasi.”Piacenza” per i “Quaderni piacentini” è come “Littérature” per i surrealisti. Nel 1972, riferendomi ai Demonî di Dostoevskij, scrivevo:
“Una rivista così disperatamente, demoniacamente déracinée (l’espressione più completa, lucida e patogena della crisi non solo culturale della sinistra italiana) non sarà un caso che sia nata in una delle cttadine italiane dove, se anche uno volesse metter radici, riuscirebbe solo a spezzarsi i denti”.
Sono passati 22 anni dal 1972, anzi 427 anni dal 1547. Non c’è da cambiare una virgola”.
Citazione tratta da pag. 149 Storia confidenziale della Letteratura italiana – Giampaolo Dossena – Rizzoli – prima edizione 1994

Giacomo Cecchin

Per approfondire

1. Roma – Il Sacco del 1527

Treccani – Sacco di Roma (Dizionario di Storia)
Una voce di enciclopedia che spiega cause, svolgimento e contesto politico dell’assalto di Carlo V e dei lanzichenecchi a Roma nel 1527, un evento che segnò profondamente la città e l’Europa rinascimentale.
https://www.treccani.it/enciclopedia/sacco-di-roma_%28Dizionario-di-Storia%29/

Treccani – 1527: il sacco di Roma e la diaspora degli artisti
Approfondimento sul significato culturale dell’evento, che non solo sconvolse Roma, ma provocò spostamenti di artisti e un cambiamento negli equilibri dell’arte europea.
https://www.treccani.it/enciclopedia/1527-il-sacco-di-roma-e-la-diaspora-degli-artisti_%28Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco%29/

2. Mantova – Sacco e Peste del 1630

Wikipedia – Sacco di Mantova (1630)
Scheda storica dettagliata sugli eventi del sacco, l’assedio delle truppe imperiali e le devastazioni, con riferimenti a date, protagonisti e conseguenze per la città e la famiglia Gonzaga.
https://it.wikipedia.org/wiki/Sacco_di_Mantova

Treccani – Mantova (Enciclopedia Italiana)
Voce di enciclopedia con note sulla storia urbana di Mantova, compreso il difficile periodo post-sacco del 1630 e la lenta ripresa culturale e artistica della città.
https://www.treccani.it/enciclopedia/mantova_%28Enciclopedia-Italiana%29/

3. Ferrara – Devoluzione alla Santa Sede (1597)

Treccani – Ferrara (Enciclopedia)
Una panoramica storica di Ferrara, con cenni alla fine della dinastia estense e alla devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio dopo la morte di Alfonso II d’Este.
https://www.treccani.it/enciclopedia/ferrara/

Treccani – Alfonso II d’Este (Dizionario Biografico)
Profilo dell’ultimo duca estense e della sua morte, evento che determinò la perdita dell’indipendenza di Ferrara e l’inizio dell’era pontificia per la città.
https://www.treccani.it/enciclopedia/alfonso-ii-d-este-duca-di-ferrara_%28Dizionario-Biografico%29/

4. Urbino – Fine della dinastia e annessione (1625/1631)

Treccani – Urbino (Enciclopedia Italiana)
Riassunto storico di Urbino, con riferimento alla perdita del ruolo dinastico dopo la fine dei Della Rovere e alla successiva annessione allo Stato della Chiesa.
https://www.treccani.it/enciclopedia/urbino_%28Enciclopedia-Italiana%29/

Treccani – Francesco Maria II Della Rovere (Dizionario Biografico)
Biografia dell’ultimo duca di Urbino, con informazioni sulle circostanze della devoluzione e sulla conclusione del periodo di indipendenza della città.
https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-maria-ii-della-rovere-duca-di-urbino_%28Dizionario-Biografico%29/

5. Piacenza – Assassinio di Pier Luigi Farnese (1547)

Treccani – Parma e Piacenza, ducato di
Voce enciclopedica che inquadra la creazione del ducato, l’assassinio di Pier Luigi Farnese e la conseguente perdita del ruolo di capitale da parte di Piacenza.
https://www.treccani.it/enciclopedia/parma-e-piacenza-ducato-di/

Treccani – Paolo III (Enciclopedia dei Papi)
Profilo del papa Paolo III, il promotore del ducato per suo figlio Pier Luigi Farnese, con ampie connessioni al contesto politico dell’epoca.
https://www.treccani.it/enciclopedia/paolo-iii_%28Enciclopedia-dei-Papi%29/

When a Capital Dies: The Silent Fall of Renaissance Cities

Can a city be killed without being destroyed? This article explores the idea of the “death” of a city through the loss of political power, dynastic courts, and cultural centrality. While some cities—such as Rome after the Sack of 1527—managed to recover and reinvent themselves, others entered a long period of decline from which they never fully emerged.
Focusing on Mantua (1630), Ferrara (1597), Urbino (1625), and Piacenza (1547), the article examines how wars, dynastic extinctions, assassinations, and papal annexations abruptly ended their roles as Renaissance capitals. Stripped of courts, institutions, and demographic vitality, these cities survived as extraordinary architectural and artistic containers, but lost their function as engines of political and cultural life.
Through historical analysis and the reflections of Giampaolo Dossena, the article argues that urban death in early modern Italy was often a silent process: not marked by ruins, but by the removal of power. What remains is a paradox—cities that are magnificent to visit, yet fragile and difficult to inhabit—caught between memory and immobility.

Quand une capitale meurt : le déclin silencieux des villes de la Renaissance

Peut-on tuer une ville sans la détruire matériellement ? Cet article analyse la « mort » urbaine comme un processus historique lié à la perte du pouvoir politique, des cours dynastiques et de la centralité culturelle. Si certaines villes, comme Rome après le sac de 1527, ont su renaître et se transformer, d’autres ont connu un long sommeil dont elles ne se sont jamais complètement réveillées.
À travers les cas de Mantoue (1630), Ferrare (1597), Urbino (1625) et Plaisance (1547), l’étude montre comment guerres, extinctions dynastiques, assassinats et annexions pontificales ont mis fin brutalement à leur rôle de capitales de la Renaissance. Privées de leurs institutions et de leur dynamisme démographique, ces villes ont conservé leurs splendeurs artistiques, mais ont perdu leur fonction historique.
En s’appuyant notamment sur les réflexions de Giampaolo Dossena, l’article propose l’idée que la mort d’une ville, dans l’Italie moderne, est souvent invisible : elle ne laisse pas de ruines, mais un vide de pouvoir. Ce vide transforme ces cités en lieux de mémoire, magnifiques mais immobiles, suspendues entre passé glorieux et presente incertain.