La caccia alla Balena dipinta da Giulio Romano nella sala dello Zodiaco, sopra il camino e in corrispondenza del segno zodiacale dei Pesci. L’artista immagina il cetaceo come un mostro marino probabilmente non avendolo mai visto mentre invece realizza perfettamente l’elefante e il cammello che troviamo nella precedente camera di Amore e Psiche.
Tra i santi e le ricorrenze di questo mese legate alla Diocesi ma non solo ricordo:
2 luglio Palio della Madonna di Provenzano 9 luglio Beato Giovanni Cacciafronte 18 Festa del Redentore a Venezia 25 luglio San Giacomo Maggiore 27 luglio San Simeone
Mantova è una città che è stata raccontata molte volte e in molti modi. Ci sono le guide turistiche, i volumi di storia, i libri fotografici, le pubblicazioni dedicate ai suoi monumenti più celebri, da Palazzo Ducale a Palazzo Te. Eppure, accanto ai grandi libri “da scaffale”, esistono opere più discrete, forse meno conosciute, che hanno avuto il merito di porre domande fondamentali: come si è formata Mantova? In che modo l’acqua ne ha determinato il destino? Perché porte, ponti, chiese, strade e quartieri si trovano proprio dove li vediamo ancora oggi o perché non esistono più?
Tra questi libri da riscoprire c’è La Città e il Fiume. Appunti per una didattica della storia urbana di Mantova, pubblicato nel 1983 da Publi Paolini. Un titolo semplice, quasi scolastico, che però contiene un’intuizione ancora attualissima: per comprendere Mantova bisogna partire dal suo rapporto con il fiume, con i laghi, con le acque che l’hanno protetta, nutrita, trasformata e resa unica.
Un libro forse dimenticato, ma ancora necessario
Il sottotitolo dell’opera — Appunti per una didattica della storia urbana di Mantova — potrebbe oggi sembrare poco invitante. La parola “didattica” spesso fa pensare a qualcosa di rigido, scolastico, destinato agli addetti ai lavori o agli studenti costretti a seguire una lezione. In realtà, proprio questa impostazione è uno dei punti di forza del volume.
La Città e il Fiume non è un libro da leggere soltanto in modo lineare. È un libro da consultare, sfogliare, attraversare. È costruito per schede, immagini, mappe, riferimenti puntuali. Aiuta il lettore a orientarsi nello spazio urbano e a capire che la città non è un insieme casuale di edifici, ma il risultato di scelte, necessità, difese, commerci, trasformazioni ambientali e politiche.
In questo senso, la sua natura “didattica” non è un limite. Al contrario, è ciò che lo rende ancora prezioso. Spiegare bene, indicare i luoghi, mostrare le connessioni, accompagnare chi guarda: sono tutte operazioni fondamentali per rendere la storia accessibile e viva.
Ci sono libri che nascono per accompagnare il viaggiatore. Altri, più rari, accompagnano il cittadino a ritrovare la propria città. La Guida estrosa di Mantova di Piero Genovesi appartiene a questa seconda famiglia: non è soltanto un libretto da tenere in tasca per orientarsi fra vie, chiese e palazzi, ma un piccolo invito a cambiare passo, a guardare Mantova con occhi meno frettolosi, più disponibili alla sorpresa.
Lo avevo già segnalato nell’articolo di MantovaStoria del 14 novembre 2017 : la guida di Genovesi accostata alla Guida di Mantova di Ercolano Marani, ma per distinguerla. Dove Marani è preciso, puntuale, quasi “pignolo” nel senso migliore del termine, Genovesi è estroso, evocativo, suggestivo. Non inutile, ma utile in un altro modo. Non guida soltanto nello spazio: guida nello sguardo.
L’estrosa messo in evidenza nel titolo
Il titolo, in fondo, è già una dichiarazione di poetica. Guida estrosa non significa guida capricciosa o superficiale. Significa guida libera. Una guida che non procede soltanto per schede ordinate, ma per impressioni, memorie, scorci, deviazioni, ritorni. Piero Genovesi non rinuncia alla storia, ma la scioglie dentro il piacere della passeggiata. La città non viene presentata come un museo immobile, bensì come un organismo vivo, attraversato da voci, ombre, ricordi, stratificazioni.
La prima edizione del 1963
La prima edizione uscì nel 1963 per le Edizioni Cocai. Nel 1978 il testo venne ripreso e ampliato dalla Banca Agricola Mantovana con il titolo Guida estrosa di Mantova. Con la giunta di altri luoghi e memorie. È significativo che il libro abbia avuto questa seconda vita editoriale: una guida così legata al gusto del racconto e alla memoria locale non si esaurisce con la sua prima pubblicazione. Può essere ripresa, accresciuta, riaperta. Come certe passeggiate mantovane, che non finiscono mai davvero perché ogni volta portano a notare un dettaglio diverso.
Qualche volta la storia salta fuori da una fotografia. Non da un grande documento diplomatico, non da un memoriale militare, ma da un’immagine vista quasi per caso: una Mantova fotografata dall’alto, con i monumenti principali segnati come luoghi da riconoscere, proteggere, evitare. Per quanto possibile.
La foto, segnalata anni fa dal giornalista Luciano Ghelfi mostra una città ancora precedente all’estate del 1944. Un dettaglio lo conferma: accanto alla basilica di Sant’Andrea è ancora visibile la Casa della Cervetta, destinata a scomparire sotto le bombe pochi mesi dopo.
Quell’immagine racconta una cosa poco nota: durante la Seconda guerra mondiale gli Alleati disponevano di elenchi, istruzioni e mappe per distinguere gli obiettivi militari dai monumenti da salvaguardare. Una specie di guida turistica alla rovescia. Non indicava dove andare, ma dove non colpire. O dove colpire solo se strettamente necessario.
Si potrebbe chiamarla, con un po’ di ironia amara, il “TripAdvisor dei bombardamenti”.
Le città di serie A, B e C
Il 7 aprile 1944 il comando della Mediterranean Allied Air Force emanò istruzioni relative alle città italiane di particolare valore storico e artistico. L’obiettivo dichiarato era evitare, quando possibile, la distruzione di edifici religiosi e monumentali di valore universale. Ma il documento divideva le città in categorie molto diverse tra loro.
Nella prima categoria comparivano Roma, Firenze, Venezia, Fiesole e Torcello: città da non bombardare senza autorizzazione del Quartier Generale.
Nella seconda categoria erano inserite città e centri che il comando riteneva preferibile risparmiare: Ravenna, Assisi, San Gimignano, Pavia, Urbino, Montepulciano, Parma, Aosta, Tivoli, Udine, Gubbio, Volterra, Spoleto, Ascoli Piceno, Como, Pesaro e altri luoghi, compresi alcuni nomi trascritti in modo incerto o curioso.
Nella terza categoria, invece, stavano città nelle quali erano presenti obiettivi militari importanti: Verona, Padova, Bologna, Brescia, Cremona, Ferrara, Vicenza, Pisa, Modena, Rimini, Ancona e molte altre. In questi casi il bombardamento era considerato accettabile, anche se comportava danni collaterali al patrimonio storico.
E Mantova?
Mantova, sorprendentemente, non compare (o almeno io non l’ho trovata).
Il 24 giugno 1859 (che era un venerdì) non fu una giornata qualsiasi per le colline tra Mantova, Brescia e Verona. Quel giorno si combatté la battaglia di Solferino e San Martino, uno degli scontri decisivi della Seconda guerra d’indipendenza italiana. Da una parte gli austriaci, dall’altra francesi e piemontesi. La Lombardia passò poi al Regno di Sardegna (tutta tranne Mantova) e il Risorgimento fece un passo avanti verso l’Unità d’Italia (come per la Bella Gigogin).
Ma per capire davvero quella giornata non basta ricordare una battaglia. Bisogna attraversare luoghi, torri, ossari, colline, caldo, uniformi, canzoni e vini. Ecco quindi 10 cose per rivivere San Martino e Solferino — e non solo*.
1. Capire che San Martino e Solferino sono la stessa battaglia, ma non proprio
Nei libri troviamo spesso “battaglia di Solferino e San Martino”, come se fosse un solo grande nome. In effetti lo scontro fu unico, combattuto su un fronte molto ampio. Però la memoria ha separato i due luoghi: a San Martino combatterono soprattutto i piemontesi; a Solferino combatterono soprattutto i francesi.
È una distinzione comoda, quasi cinematografica: da una parte i soldati del Regno di Sardegna, dall’altra i francesi di Napoleone III, davanti a tutti gli austriaci di Francesco Giuseppe.
Ci sono documenti d’archivio che a prima vista sembrano fatti apposta per scoraggiare il lettore: registri di spese, elenchi di vivande, conti di bottega, formule notarili, nomi oggi dimenticati. Eppure, a saperli interrogare, possono trasformarsi in una macchina del tempo.
È quello che accade con il Liber Magne Curie, il registro che racconta la grande festa organizzata dai Gonzaga a Mantova nel febbraio del 1340. Una festa durata otto giorni, con banchetti, cerimonie cavalleresche, ospiti illustri, alleanze matrimoniali e un messaggio politico chiarissimo: i Gonzaga, da poco padroni della città, non erano più soltanto una famiglia emergente. Volevano essere riconosciuti come una dinastia.
Mantova, 1340: dodici anni dopo il colpo di mano
Per capire il senso di quella festa bisogna tornare al 1328, quando Luigi Gonzaga e i suoi figli rovesciarono il potere dei Bonacolsi e presero il controllo di Mantova. Il passaggio non fu soltanto un cambio di famiglia al governo: fu l’inizio di una nuova stagione politica.
Nel 1340, quindi, i Gonzaga governavano Mantova da appena dodici anni. Erano ancora una potenza recente, bisognosa di consolidare il proprio prestigio, di mostrare ricchezza, di tessere alleanze e di farsi accettare dalle grandi casate dell’Italia settentrionale. La magna curia servì precisamente a questo: non fu solo una festa di famiglia, ma una messa in scena del potere.
Una festa lunga otto giorni
La parola curia, in questo contesto, non indica un tribunale o un ufficio amministrativo, ma una grande adunanza signorile, una cerimonia solenne in cui si mescolavano politica, cavalleria, diplomazia e spettacolo.
Per otto giorni Mantova divenne il palcoscenico dei Gonzaga. Arrivarono ospiti di rango, rappresentanti delle principali famiglie del Nord Italia, cavalieri, uomini d’arme, funzionari, servitori, fornitori, cuochi, macellai, pescatori e artigiani. Il registro delle spese ci permette di intravedere l’enorme macchina organizzativa che stava dietro all’evento: carni, pesci, pollame, vino, spezie, argenti, abiti, addobbi, doni e persino quelle “spese straordinarie” che ogni organizzatore di matrimoni, medievale o moderno, conosce benissimo.
Tra i dettagli più gustosi compare l’acquisto di centinaia di uova: un particolare minimo, quasi domestico, ma capace di riportarci dentro la concretezza di quella festa. Dietro la grande politica, dopotutto, c’erano cucine accese, tavole da preparare e conti da far quadrare.
E se potessimo intervistare due nemici/amici come Luigi Gonzaga e Cangrande della Scala che cosa ne uscirebbe? Io me la sono immaginata stile interviste de Le Iene, uno scambio di battute senza esclusione di colpi perché la politica è così da sempre: davanti alleati e dietro le quinte coltelli.
Provate a leggere e a vedere come vi sembrano e soprattutto a decidere con chi andreste in vacanza.
Ecco i testi utilizzati per la pagina e di seguito le pagine singole. Per chi volesse sfogliare MCG on line lo può fare al link seguente MCG Giugno 2026/Luglio 2026
LUIGI CORRADI DE’ GONZAGA
VS …CANGRANDE DELLA SCALA
Da contadino a signore, da alleato a futuro problema… l’Italia del Trecento è roba da duri. Altro che Game of Thrones.
Solo città armate, famiglie rivali, alleanze fragili e colpi di scena degni di una serie TV.
Da una parte Luigi Gonzaga, uomo pratico, ambizioso, appena diventato signore di Mantova dopo aver tolto di mezzo i Bonacolsi. Dall’altra Cangrande della Scala, signore di Verona, condottiero, politico spietato e alleato tanto utile quanto ingombrante.
Li abbiamo messi uno davanti all’altro per una intervista doppia senza filtri, tra politica, tradimenti, rivalità territoriali, fiumi, banchetti e qualche cadavere lasciato nella storia.
Come ti chiami?
LUIGI: Luigi Corradi de Gonzaga… e adesso anche “Signore di Mantova”, grazie.
CANGRANDE: Cangrande della Scala. Il nome basta, il resto è silenzio.
Cosa fai nella vita?
LUIGI: Faccio quello che serve. Ho zappato, commerciato… ora comando.
CANGRANDE: Conquisto. Quando non ammazzo i miei nemici, li metto a libro paga.
Mantova e Ferrara sono città che sembrano guardarsi da lontano, separate da confini regionali, dinastie diverse e traiettorie storiche autonome. Eppure, appena si comincia a osservarle più da vicino, emergono legami profondi: l’acqua, i castelli, le corti rinascimentali, le comunità ebraiche, le biciclette, la nebbia, la cucina di zucca e di maiale, il Po come grande orizzonte comune.
Una è città del Mincio e dei Gonzaga, l’altra del Po e degli Este. Una appartiene alla Lombardia, l’altra all’Emilia-Romagna. Ma entrambe condividono una stessa grammatica padana, fatta di lentezza, memoria, urbanistica raffinata e paesaggi d’acqua.
Questo articolo prova a raccontare Mantova e Ferrara non come due città isolate, ma come due capitali sorelle della pianura: diverse nella forma, simili nell’anima. Quindici punti per scoprire ciò che le unisce, dai castelli alle cattedrali, dai tortelli di zucca ai cappellacci, fino al riconoscimento UNESCO che ne conferma il valore universale.
Questo post nasce da una piccola pubblicazione che avevo scritto per evidenziare i punti di contatto tra Mantova e Ferrara.
C’è un modo infallibile per capire quanto una città sia complicata: affidarla a una guida turistica molto seria. Nel 1914 il Touring Club Italiano ci prova con Mantova, armato della sua prima Guida Rossa, di grande precisione, ottime intenzioni e una fiducia quasi commovente nella possibilità di mettere ordine tra Gonzaga, restauri, scalette, sale chiuse e custodi poco numerosi.
Il risultato è una piccola meraviglia: una Mantova descritta con rigore, ma attraversata da dettagli che oggi fanno sorridere. C’è il Palazzo Ducale in restauro, ci sono gli ambienti dell’Appartamento dei Nani, ci sono le guide che vorrebbero raccontare tutto e i custodi che, invece, “tendono ad accorciare”. Insomma: il patrimonio è immenso, il personale è poco, e la storia dell’arte, quando vuole, sa essere più comica di una commedia.
Una guida rossa, molto rossa
Nel 1914 il Touring Club Italiano pubblica la sua Guida d’Italia dedicata a Piemonte, Lombardia e Canton Ticino. Una guida rossa, naturalmente: rossa di copertina, rossa di ambizione e, per chi ama le minuzie storico-artistiche, quasi rossa di emozione. Perché dentro quelle pagine non c’è soltanto un elenco di cose da vedere, ma un modo molto preciso di guardare l’Italia: con il metro, la lente, la pazienza e quella sottile fiducia novecentesca secondo cui ogni città, se descritta bene, diventa più ordinata. Illusione nobilissima, soprattutto a Mantova.
Mantova con le mura, la fossa magistrale e il Rio tutto scoperto
Le pagine dedicate alla nostra città sono da leggere assolutamente. Non solo per la curiosità di ritrovare luoghi noti con nomi, percorsi e attenzioni di un secolo fa, ma anche per riscoprire una Mantova che, alla vigilia della Prima guerra mondiale, è ancora una città diversa da quella che attraversiamo oggi. Ci sono le mura, c’è la fossa magistrale, c’è un Palazzo Ducale in piena stagione di restauri, giudicati dal Touring lenti ma intelligenti. Che già basterebbe come formula da incidere all’ingresso di qualunque cantiere pubblico: lenti, sì, ma intelligenti. Quando poi sono solo lenti, purtroppo, manca la parte migliore.
A muovere quella stagione di interventi ci sono figure importanti come l’architetto Achille Patricolo e l’intendente Clinio Cottafavi, impegnati in un lavoro di recupero che oggi possiamo guardare con il senno di poi, cioè con quel comodo strumento che rende tutti bravissimi restauratori, urbanisti e direttori di museo, purché a distanza di almeno cento anni.
Giacomo Cecchin torna a Castiglione delle Stiviere dopo aver parlato dei Gonzaga di Castiglione delle Stiviere per un focus su San Luigi Gonzaga Mantova in questo Anno Aloisiano (e ringrazio ancora Barbara Bicelli e la parrocchia di Castiglione delle Stiviere per l’invito).
In questa occasione metteremo a confronto Luigi (3 secoli dalla canonizzazione) e Francesco (8 secoli dalla morte) per scoprire che se all’apparenza sono due santi molto lontani anche solo pensando all’ordine Francescano e ai Gesuiti sono molto più simili di quello che si pensa.
Vi aspettiamo quindi a “LUIGI E FRANCESCO: LA SCELTA DIVENTA MISSIONE” ore 21.00 con Giacomo Cecchin alla voce e il M° Antonio D’Alessandro alle corde Convento di Santa Maria a Castiglione delle Stiviere DURATA 60 MINUTI circa
Grazie a Unità Pastorale Aloisiana, Città di Castiglione delle Stiviere, Gruppo Presepe Vivente, Festa di San Luigi Gonzaga, Fondazione Comunità Mantovana
L’iniziativa si svolge nell’ambito dell’Anno Aloisiano 1726/2026