Palazzo Te, desiderio, miti erotici e immagini pericolose
A Palazzo Te il desiderio ha una cornice colta. Si nasconde, ma non troppo, dietro gli dei dell’Olimpo, le storie antiche, le sale da pranzo, le conversazioni di corte e gli sguardi di chi conosceva il mito e sapeva dove guardare.
Nei Modi, invece, la cornice quasi sparisce. Non ci sono Giove, Venere, Pasifae o Adone a rendere tutto più accettabile. Non c’è il mito a fare da paravento elegante. Ci sono uomini e donne mostrati nell’atto sessuale, in immagini pensate per essere incise, riprodotte, scambiate, inseguite e condannate.
È qui che Giulio Romano diventa interessante: non perché rappresenta il nudo, cosa che il Rinascimento sapeva fare benissimo, ma perché lavora su un confine delicato, quello tra desiderio raccontato, desiderio autorizzato e desiderio fuori controllo.
A Mantova, nella villa di Federico II Gonzaga, il corpo può entrare in scena perché è protetto dal mito, dall’architettura e dal contesto di corte. A Roma, quando immagini esplicite diventano incisioni e cominciano a circolare, la questione cambia completamente.
Un affresco resta su una parete. Un’incisione prende la strada. E quando il desiderio prende la strada, prima o poi qualcuno si spaventa.
Questa puntata nasce da qui: da Palazzo Te e dai suoi particolari poco innocenti, ma anche dallo scandalo dei Modi, dai disegni di Giulio, dalle incisioni di Marcantonio Raimondi e dalle parole di Pietro Aretino.
Un ponte non serve soltanto a unire due rive. Può collegare luoghi, storie, memorie e comunità.
È da questa idea che prende spunto “Di ponti e di altre storie. Paesaggi, santi, battaglie e forme dell’Oltrepò visto dalle sue rive”, l’incontro in programma domenica 11 ottobre 2026, alle ore 10.00, presso la Palestra di via Mons. Trazzi a Sustinente.
L’iniziativa, promossa da Sacha Caprianorum, rientra nella XXIII Giornata Nazionale FIDAM, che quest’anno coincide anche con la IV Giornata Europea e con la prima Giornata Mondiale degli Amici dei Musei.
Il tema scelto per il 2026 è “Ponti. Infrastrutture, Culture, Comunità”.
A raccontare il territorio saranno Giacomo Cecchin, divulgatore e guida turistica, e Simone Guidorzi, direttore del Museo della Seconda Guerra Mondiale di Felonica, con un percorso tra Po, santi, battaglie, paesaggio e memoria storica.
È previsto anche uno spazio dedicato ai ragazzi, con una piccola attività pratica legata all’equilibrio e alla costruzione di un ponte.
Quando: domenica 11 ottobre 2026 Orario: ore 10.00 Dove: Palestra di via Mons. Trazzi, Sustinente Ingresso: libero
Per informazioni e partecipazione: Cristina Gerbelli – 338 4312784.
Ci sono luoghi davanti ai quali passiamo decine di volte senza sapere davvero cosa custodiscano. E poi ci sono giorni in cui, finalmente, quelle porte si aprono.
Sabato 10 e domenica 11 ottobre 2026 tornano le Giornate FAI d’Autunno e a Castiglione delle Stiviere sarà possibile entrare in tre luoghi che raccontano pagine diverse della storia della città: il Collegio dei Gesuiti, oggi Municipio, la Chiesa e il Chiostro del Convento di San Pietro e il Convento di Santa Maria.
Tre tappe molto diverse tra loro, ma legate da un filo comune: la presenza degli ordini religiosi e il ruolo che conventi, collegi e comunità hanno avuto per secoli nella vita culturale, educativa e sociale di Castiglione.
Un’occasione particolarmente interessante perché non si tratta soltanto di visitare edifici storici, ma di entrare in spazi che normalmente vediamo solo in parte o che, come nel caso di Santa Maria, saranno visitabili esclusivamente nella giornata di domenica.
Sono passati ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Per ricordarlo possiamo andare ad Assisi, alla Verna o a Greccio. Oppure possiamo cominciare da casa nostra, perché cercando bene qualche traccia di Francesco si trova anche a Mantova. E non soltanto nella chiesa che porta il suo nome.
Oggi è il 4 ottobre e quest’anno la festa di San Francesco ha qualcosa di particolare: sono passati ottocento anni dalla morte del poverello di Assisi.
Avevo già segnato questo anniversario tra quelli da ricordare nel 2026, ma arrivati alla data mi è venuta voglia di fare un piccolo esperimento molto da Mantovastoria: invece di raccontare ancora una volta la vita di Francesco, provare a cercarlo a Mantova.
Perché San Francesco lo puoi trovare naturalmente ad Assisi, alla Porziuncola, a Greccio o alla Verna, ma se cominci a seguire le sue tracce scopri che qualche impronta arriva anche da noi. Ci sono un convento, le tombe dei Gonzaga, un santuario con un coccodrillo appeso al soffitto, un santo che attraversa il lago sopra il mantello, Dante e perfino il presepe che tanti mantovani ricordano nella chiesa di San Francesco.
Del resto Francesco è un santo che ha camminato moltissimo e forse il modo migliore per ricordarlo è proprio mettersi in cammino.
Partiamo dal Rio: San Francesco era alle porte della città
Se Mantova fosse Venezia, ho scritto qualche tempo fa, il Rio sarebbe il Canal Grande. E seguendo il nostro piccolo canale si incontravano due dei conventi più importanti della città medievale: da una parte i francescani e dall’altra, poco più avanti, i domenicani.
Il convento di San Francesco non era quindi costruito in un luogo casuale. All’epoca la città arrivava più o meno al Rio e oltre cominciavano il suburbio, gli orti e la campagna. I francescani si sistemarono proprio lì, in un punto di passaggio, perché erano frati mendicanti e predicatori e avevano bisogno delle persone molto più di quanto avessero bisogno della solitudine.
E’ una delle camere dove ha lavorato come stuccatore Primaticcio che finito il cantiere di Palazzo Te si sposterà a Fontainbleau per lavorare per il re di Francia Francesco I. Qui vediamo nella lunetta centrale Marte che insieme ad Ercole (stucco che si vede nella lunetta opposta) è uno dei simboli preferiti da Federico II Gonzaga. E’ la seconda camera dell’appartamento riservato secondo tradizione all’imperatore Carlo V.
Tra i santi e le ricorrenze di questo mese legate alla Diocesi ma non solo ricordo:
2 ottobre Santi Angeli Custodi 4 ottobre San Francesco 5 ottobre Beato Matteo Carreri 16 ottobre Beato Giovanni Bono
Quando un artista non si limita a fare opere, ma diventa un sistema operativo
C’è un momento, nella storia di Giulio Romano a Mantova, in cui la parola “artista” comincia a diventare stretta.
Non perché Giulio smetta di essere pittore, naturalmente. E nemmeno perché l’architettura prenda il posto della pittura. Il punto è un altro: a Mantova Giulio diventa progressivamente una figura alla quale si chiede di pensare, progettare, immaginare, correggere, allestire, coordinare. Non una singola opera, ma un modo di vedere la città.
Lo abbiamo incontrato come allievo di Raffaello, poi come erede coinvolto nella guerra delle botteghe romane, poi come artista capace di trovare a Mantova uno spazio nuovo. Ora bisogna fare un passo ulteriore: Giulio non è soltanto l’artista che arriva alla corte dei Gonzaga. È l’uomo che, una volta arrivato, finisce per occupare un posto enorme.
Pittore, architetto, decoratore, inventore di ambienti, progettista di apparati, regista di immagini, uomo di fiducia del principe. Se volessimo usare una formula contemporanea, potremmo dire che Giulio è un artista multipotenziale. Ma bisogna stare attenti: non nel senso un po’ consolatorio di chi fa tante cose perché non sa sceglierne una. Giulio fa tante cose perché la corte gliele chiede, perché lui ne è capace e perché nel Cinquecento le arti non erano ancora chiuse dentro le nostre etichette.
A Mantova Giulio Romano diventa qualcosa di simile a un designer totale. Un Philippe Starck del Rinascimento? Il paragone è rischioso, ma rende l’idea se lo prendiamo per quello che è: non una sovrapposizione, ma una scintilla. Come certi designer moderni, Giulio non disegna soltanto oggetti o spazi; costruisce un gusto, un mondo, una riconoscibilità.
Solo che al posto di hotel, sedie e spremiagrumi, lavora su palazzi, miti, corti, giganti, cavalli, stucchi, facciate e potere gonzaghesco.
Il nuovo tiranno artistico
La parola “tiranno” va maneggiata con cautela. Mantova aveva già i suoi signori e non aveva bisogno di aggiungerne un altro, almeno sul piano politico. Però sul piano artistico Giulio Romano esercita una specie di dominio. Non un dominio burocratico, ma culturale. Quando il suo linguaggio si impone, diventa difficile ignorarlo.
Per un certo periodo, a Mantova, la grande domanda non è più soltanto “che cosa si deve fare?”, ma “come lo farebbe Giulio?”.
Questo è il punto.
Ogni corte ha bisogno di un’immagine. I Gonzaga lo avevano capito da tempo, ma con Federico II e Giulio Romano questa consapevolezza diventa più intensa. Non basta possedere palazzi: bisogna farli parlare. Non basta avere potere: bisogna metterlo in scena. Non basta essere colti: bisogna farlo vedere senza doverlo spiegare ogni volta.
Giulio diventa l’uomo adatto a questa operazione. Sa leggere il desiderio del principe e tradurlo in forme. Sa utilizzare l’antico senza renderlo museo. Sa trasformare il mito in racconto di corte. Sa pensare un ambiente intero, non soltanto il singolo affresco. E soprattutto sa far lavorare insieme pittura, architettura, ornamento e spettacolo.
Questa capacità lo rende indispensabile.
Ed essere indispensabili, nelle corti, è una fortuna. Ma anche una forma di potere.
Nomi, cambiamenti e storie: perché la toponomastica può raccontare Mantova meglio di una guida
Uno stradario oggi sembra quasi un oggetto archeologico.
Per trovare una via abbiamo Google Maps, il navigatore dell’automobile, lo smartphone. Scriviamo un indirizzo e una voce ci dice dove girare. Eppure c’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui per orientarsi bisognava aprire un libro.
Ed è proprio uno di questi libri che continuo a considerare tra i più interessanti per conoscere Mantova: lo Stradario della città di Mantova di Gilberto Scuderi ed Enrico Grazioli.
Non perché serva ancora per trovare una strada. Ma perché permette di capire come la città è cambiata.
Il volume arrivava infatti fino al dicembre 1983. Inevitabilmente, quindi, oggi contiene assenze, nomi modificati, strade che allora non esistevano ancora o che successivamente hanno ricevuto una nuova intitolazione. Facciamo l’esempio di via Maria Bellonci: la scrittrice morì nel 1986 e quindi non poteva comparire in quello stradario. Oppure del ponte Alexander Langer, il ponte ciclopedonale di porto Catena.
Quello che sembrerebbe un limite diventa invece la sua qualità più interessante.
Quando una villa di piacere diventa teatro della grande diplomazia europea
Palazzo Te nasce per l’honesto ocio, l’ozio che produce la creatività. Ma non solo.
Nasce come luogo fuori dal centro della città, spazio di svago, di cavalli, di banchetti, di conversazioni, di desideri più o meno dichiarati. Un posto dove Federico II Gonzaga può allontanarsi dal Palazzo Ducale senza allontanarsi davvero dal potere. Perché nelle corti del Cinquecento anche l’ozio, quando è fatto bene, lavora moltissimo.
Poi arriva Carlo V.
E allora quella villa suburbana, costruita per il piacere e per la vita privata del principe, diventa qualcosa di più: un palcoscenico diplomatico, uno spazio in cui Mantova prova a parlare la lingua dell’Impero.
È qui che Giulio Romano diventa decisivo.
Non perché aggiunga qualche decorazione a un edificio elegante, ma perché costruisce un ambiente capace di sostenere un messaggio. Se fossimo negli anni 70 del novecento sarebbe un concept album. Palazzo Te non serve soltanto a stupire. Serve a dire a un imperatore: questa corte è piccola solo se la misurate sulla carta geografica. Se la guardate attraverso le immagini, le architetture, i miti, le feste e l’intelligenza della messa in scena, Mantova sa perfettamente stare dentro l’Europa.
Quando una tragedia disperde i talenti e ridisegna la geografia dell’arte europea
Nel 1527 Roma non perde soltanto ricchezze, palazzi violati, chiese saccheggiate e la propria sicurezza politica.
Perde anche artisti.
O meglio: li vede partire.
Il Sacco di Roma è una ferita enorme nella storia del Cinquecento. Le truppe imperiali entrano in città, la devastano, la umiliano, la svuotano. Per chi viveva e lavorava attorno alla corte pontificia, Roma smette improvvisamente di essere il luogo più desiderabile del mondo e diventa un posto da cui fuggire, se si riesce. Alcuni artisti muoiono, altri subiscono violenze, altri ancora cercano riparo altrove. Il grande laboratorio romano, che nei decenni precedenti aveva attirato talenti da tutta Italia, si rompe e sparge i suoi frammenti.
È una tragedia, naturalmente. Ma nella storia dell’arte le tragedie hanno spesso conseguenze impreviste. Quella dispersione contribuisce a portare in giro per l’Italia e per l’Europa un linguaggio che a Roma si era formato: il classicismo raffaellesco, la memoria dell’antico, la nuova libertà manierista, il gusto per l’invenzione, per la figura elegante o inquieta, per gli ambienti decorativi complessi.
André Chastel ha letto proprio in questa chiave il Sacco di Roma, insistendo sulla sua dimensione culturale oltre che politica: lo spostamento degli artisti produce una sorta di “europeizzazione” del Manierismo, perché ciò che era maturato a Roma comincia a viaggiare con chi da Roma è costretto ad andarsene.
Giulio Romano, in questa storia, ha una posizione particolare. Non fugge da Roma nel 1527, perché a Mantova era già arrivato qualche anno prima. Ma proprio per questo diventa un caso interessante: mentre molti artisti cercano dopo il trauma una nuova destinazione, Giulio aveva già trovato il suo luogo. La diaspora lo raggiunge indirettamente, come conferma del fatto che il futuro dell’arte non sarebbe rimasto chiuso dentro Roma.
Roma, il centro che si spezza
Prima del Sacco, Roma è una calamita.
Vi arrivano artisti in cerca di incarichi, protezioni, modelli antichi, occasioni. La città offre rovine da studiare, cantieri papali, committenze altissime, botteghe prestigiose. È il luogo in cui la lezione di Raffaello e il confronto con Michelangelo costruiscono una tensione formidabile. Chi vuole contare deve passare di lì, o almeno misurarsi con ciò che da lì proviene.
Poi, nel 1527, quel centro si spezza.
Treccani ricorda che il Sacco colpisce direttamente gli artisti: Marco Dente da Ravenna e Maturino muoiono; Rosso Fiorentino, Baldassarre Peruzzi e Perin del Vaga subiscono violenze e riescono poi a fuggire; Parmigianino viene risparmiato, secondo la tradizione, perché i soldati restano colpiti dalla sua arte, ma viene riportato in fretta a Parma dallo zio.
È un passaggio brutale. Gli artisti non partono per una tournée ben organizzata, né per conquistare serenamente nuovi mercati. Partono perché Roma non garantisce più quello che prima prometteva. La città resta importantissima, ma non è più, per un certo periodo, il centro intatto e rassicurante della produzione artistica.
Da questa frattura nascono nuove traiettorie.
Genova, Mantova, Parma, Bologna, la Francia di Fontainebleau diventano luoghi in cui la cultura romana viene rielaborata, adattata, mescolata a esigenze diverse. Il linguaggio di Raffaello e dei suoi allievi non rimane fermo. Cambia casa, e cambiando casa cambia anche tono.
Prosegue la tournée dell’Oltrepò Mantovano con la mia terza tappa a San Benedetto Po per la visita guidata alla chiesetta di Valverde. Vi aspettiamo quindi a:
Visita guidata alla Chiesa di Santa Maria in Valverde a San Benedetto Po Domenica 20 settembre 2026: prima visita alle 10.30 e seconda visita alle 15.00
La Chiesa di Santa Maria in Valverde a San Benedetto Po in breve
La chiesa di Santa Maria in Valverde, legata all’Abbazia di Polirone, sorge nel paesaggio rurale di San Benedetto Po. Restaurata nel 1445 in forme rinascimentali, conserva elementi gotico-romanici come il portale in cotto. Accanto al campanile quattrocentesco si trova l’abside con affreschi del XV secolo attribuiti a Michele da Pavia. In passato ospitò monaci anziani o malati.