Napoleone aveva dei numeri? Giochiamo con il 15.8.1769!

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Una data può essere semplicemente una data. Oppure può diventare un modo diverso per entrare nella storia di una persona.

Se poi quella persona si chiama Napoleone Bonaparte, il gioco diventa ancora più interessante.

Perché Napoleone di numeri ne ha avuti parecchi: eserciti, battaglie, vittorie, sconfitte, chilometri percorsi, uomini comandati, territori conquistati. Ma questa volta partiamo dai numeri più semplici e allo stesso tempo più personali: quelli della sua data di nascita.

15.8.1769.

Ne ho parlato con Alessio Caramaschi, che alla passione per la formazione e la PNL affianca da tempo l’interesse per la numerologia.

L’idea era semplice: incrociare due passioni apparentemente molto lontane.

Da una parte la storia e i personaggi storici.

Dall’altra i numeri e i significati che la numerologia attribuisce loro.

E vedere cosa sarebbe successo mettendo al centro della nostra griglia proprio lui: Napoleone.

Una premessa è necessaria. La numerologia non è una disciplina scientifica e non pretendiamo certo di dimostrare che la vita di Napoleone fosse già scritta nei numeri del 15 agosto 1769.

La prendiamo per quello che può essere in questo caso: un gioco culturale, una chiave simbolica, un modo diverso per formulare domande sulla storia.

E, soprattutto, un’ottima scusa per raccontare Napoleone.

Qui potete vedere tutta la conversazione tra Alessio Caramaschi e Giacomo Cecchin

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Una Provincia, i Madrelingua – due libri di Massimiliano Boschini e Fabio Veneri – ne parlo con Nicola Sometti – domenica 13 settembre 2026 ore 11.00 presso il Libraccio a Mantova

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Domenica 13 settembre alle ore 11 sarò al Libraccio di Mantova, in via Verdi 50, per dialogare insieme a Nicola Sometti con due amici presentando due libri che raccontano, da prospettive diverse, il territorio e le sue storie.

Fabio Veneri ci parlerà de I madrelingua, un romanzo poetico, e Massimiliano Boschini presenterà Una provincia, un itinerario poetico.

Sarà un’occasione per confrontarci su luoghi, memoria, identità e narrazione, ma soprattutto per ascoltare due voci che hanno scelto di raccontare la poesia con sensibilità e linguaggi differenti.

Vi aspetto per una mattinata di libri, storie e conversazioni.

Libraccio Mantova – Via Verdi 50
Domenica 13 settembre
Ore 11

Una voce di silenzio sottile: Ravasi, Festivaletteratura e il valore degli archivi

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Ci sono espressioni che ti restano addosso.

Le leggi una volta, magari in un articolo di giornale, e sembrano fatte apposta per aprire una porta. Non spiegano soltanto qualcosa: ti riportano in un luogo, in un momento, in una situazione precisa.

A me è successo con “una voce di silenzio sottile”.

La frase l’ho ritrovata sul Domenicale del Sole 24 Ore, nella rubrica Breviario di Gianfranco Ravasi pubblicata il 22 marzo 2020. Il tema era il silenzio, ma non il silenzio vuoto, non il silenzio come assenza. Ravasi parlava di quel silenzio che permette di ascoltare davvero.

E mentre leggevo, la memoria mi ha riportato al Festivaletteratura.

Ravasi a Festivaletteratura

Era mercoledì 5 settembre 2007, alle 18:15, nel cortile di Palazzo San Sebastiano. L’incontro era il numero 4 del programma di Festivaletteratura e aveva un titolo essenziale, quasi perfetto: “Parola e ascolto”.

Sul palco c’era Gianfranco Ravasi, allora prefetto della Biblioteca Ambrosiana, biblista e studioso capace di una cosa rara: essere coltissimo senza diventare oscuro (oggi Cardinale).

Ravasi parlava di Bibbia, parola, ascolto, silenzio. Ma non dava mai l’impressione di esibire sapere. Sembrava piuttosto aprire una porta. Ti accompagnava dentro parole antiche e, invece di fartele sentire lontane, le rendeva improvvisamente vicine.

È una delle cose più belle che può fare un intellettuale: non usare la cultura per creare distanza, ma per aumentare l’ascolto.

Forse è per questo che quell’incontro mi è rimasto nel cuore.

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DELITTOUR DI MANTOVA, sabato 19 settembre 2026 due turni ore 18:30 – 20:30

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Accompagnati da Giacomo Cecchin, conduttore della trasmissione “Mantova Segreta” un inedito percorso teatralizzato in collaborazione con Terre Visibili tra le piazze di Palazzo Ducale alla scoperta di delitti misteriosi. A guidarvi nel passato saranno anche alcuni personaggi della famiglia Gonzaga… naturalmente interpretati da attori, pronti a far rivivere per una sera le storie e i segreti della Mantova rinascimentale.

DELITTOUR DI MANTOVA
19 SETTEMBRE 2026 ORE 18:30 – 20:30

EURO 15€

Prenotazioni su prenotazioni.east@gmail.com cell. 3661646266 (dopo le 19.00)

Per la prima volta a Mantova un viaggio nel lato oscuro della città, dove la bellezza rinascimentale si intreccia con intrighi, sangue e segreti mai del tutto svelati. Tra le ombre della potente famiglia Gonzaga emergono storie di congiure, vendette e lotte per il potere: delitti consumati nel silenzio dei corridoi, misteriose sparizioni, condanne senza appello e decapitazioni che hanno segnato il destino della corte.

Chi tradiva pagava con la vita. Chi sapeva troppo… spesso spariva.

A guidarvi in questo viaggio nel tempo saranno proprio i protagonisti di queste vicende che prenderanno voce grazie ad attori, pronti a far rivivere i drammi e i segreti della Mantova rinascimentale.

Un’esperienza immersiva tra storia e teatro, dove ogni angolo può nascondere una verità scomoda… o un delitto dimenticato.

Giulio Romano, Michelangelo e la guerra delle botteghe

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Quando l’eredità di Raffaello diventa una questione di muri, incarichi e reputazione

Il Rinascimento non era un pranzo di gala con tutti gli artisti seduti allo stesso tavolo a scambiarsi complimenti.

O meglio: qualche pranzo ci sarà stato, qualche complimento pure, ma sotto la superficie elegante delle corti, delle lettere e delle dediche, il mondo dell’arte era anche un luogo di concorrenza durissima. Si combatteva per una cappella, per una parete, per un incarico papale, per il favore di un cardinale, per la possibilità di lasciare il proprio nome dentro un edificio che tutti avrebbero visto.

Giulio Romano cresce proprio lì, nel punto in cui il talento non basta più e diventa necessario difendere un’eredità. Raffaello muore nel 1520 e lascia dietro di sé non solo opere, disegni e cantieri incompiuti, ma anche una bottega di allievi che deve dimostrare di non essere soltanto l’ombra del maestro.

Tra questi allievi c’è Giulio.

Dall’altra parte, o comunque in una posizione non comoda per i raffaelleschi, c’è Michelangelo. Non un avversario diretto di Giulio nel senso più semplice del termine, perché i due non si fronteggiano come due pugili sullo stesso ring. Michelangelo è qualcosa di più ingombrante: è un sistema alternativo di prestigio, un altro modo di pensare l’arte, un gigante vivo mentre Raffaello diventa improvvisamente memoria.

E poi c’è Sebastiano del Piombo, il personaggio che rende questa storia meno astratta e molto più umana. Perché Sebastiano scrive, si muove, si lamenta, cerca appoggi. E quando si parla di rivalità artistiche, le lettere spesso raccontano più verità di molti monumenti.

Dopo Raffaello, chi resta nella stanza?

La morte di Raffaello apre un problema pratico prima ancora che sentimentale. I cantieri non si fermano per rispetto del dolore. Le stanze vanno completate, i committenti aspettano, i programmi decorativi devono trovare una forma. La grande bottega costruita dal maestro diventa improvvisamente un’eredità da amministrare.

La Sala di Costantino, la più grande delle Stanze Vaticane, è il luogo ideale per capire questa tensione. I Musei Vaticani ricordano che la sala, destinata a ricevimenti e cerimonie ufficiali, venne decorata dalla scuola di Raffaello sulla base dei disegni dell’artista, morto prematuramente prima del completamento dei lavori. Le pareti raffigurano episodi della vita di Costantino, dalla Visione della Croce alla Battaglia di Ponte Milvio, fino al Battesimo e alla Donazione di Roma.

Il punto non è soltanto artistico. È anche politico. Quelle immagini raccontano il trionfo del Cristianesimo e, nello stesso tempo, servono a costruire un’immagine del papato. Non si tratta di decorare una stanza qualunque. Si tratta di parlare in uno dei luoghi simbolici del potere europeo.

Per questo la domanda diventa delicata: chi può continuare Raffaello?

La risposta, almeno in prima battuta, è la sua bottega. Giulio Romano e Giovan Francesco Penni assumono un ruolo centrale nel portare avanti quell’eredità. I Musei Vaticani, in occasione degli studi e restauri sulla Sala di Costantino, ricordano infatti i grandi affreschi delle pareti eseguiti dalla bottega raffaellesca guidata da Giulio Romano e da Giovan Francesco Penni.

Detta così sembra una successione ordinata. Ma le successioni, soprattutto quando in gioco c’è il nome di Raffaello, raramente sono ordinate davvero.

Michelangelo, l’altro gigante

Michelangelo è già Michelangelo. Non ha bisogno di presentazioni, né allora né oggi.

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Machiavelli all’Albergaccio: leggere per togliere il cervello dalla muffa

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Un uomo messo fuori gioco

Ci sono momenti in cui la vita ci mette fuori gioco.

Prima eravamo dentro le cose: riunioni, progetti, incarichi, relazioni, messaggi, telefonate, decisioni. Poi succede qualcosa e ci troviamo ai margini. Non decidiamo più, non veniamo più chiamati, non siamo più necessari come prima.

A Niccolò Machiavelli succede nel modo peggiore.

Dopo il ritorno dei Medici a Firenze, nel 1512, il segretario fiorentino viene allontanato dalla vita politica. L’uomo che aveva servito la Repubblica, scritto lettere, seguito ambascerie, incontrato principi e condottieri, improvvisamente resta senza incarico.

Detta così sembra quasi una normale disavventura professionale. Solo che poco dopo Machiavelli viene anche arrestato, torturato e infine liberato.

È vivo, è libero, ma è fuori dal gioco.

Si ritira nella casa di famiglia a Sant’Andrea in Percussina, quella che oggi associamo all’Albergaccio, a una ventina di chilometri da Firenze. Una distanza tutto sommato breve, e forse proprio per questo ancora più amara. Firenze è vicina, la politica anche, ma lui non ne fa più parte.

Per uno come Machiavelli doveva essere difficile quasi quanto l’esilio.

La giornata di Machiavelli

Il 10 dicembre 1513 Machiavelli scrive una lettera all’amico Francesco Vettori.

È una delle lettere più famose della letteratura italiana e racconta una cosa apparentemente molto semplice: come passa le giornate un uomo che ha perso il proprio posto nel mondo.

La mattina Machiavelli si alza e va nei boschi. Controlla il taglio della legna, parla con i boscaioli, ascolta i loro problemi e le loro storie. Poi passa dall’osteria, incontra chi capita, chiede notizie, osserva le persone.

Dopo pranzo gioca con l’oste, il mugnaio, il beccaio e altri compagni occasionali. Si discute, si litiga, si bestemmia.

La scena, se ci pensiamo, è quasi comica. Un uomo che fino a poco tempo prima trattava questioni diplomatiche e militari della Repubblica fiorentina passa ora buona parte del pomeriggio all’osteria.

Machiavelli racconta tutto questo senza cercare di costruirsi un’immagine eroica. La sua giornata è fatta di legna, polvere, chiacchiere, piccoli affari e partite.

Poi arriva la sera, e il tono cambia completamente.

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Viaggiare è vita: Mozart, Mantova e il talento che ha bisogno di strada

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Il viaggio come valore

Ci sono parole che usiamo troppo e che, a forza di usarle, rischiano di perdere forza. Viaggio è una di queste.

Oggi viaggiare può voler dire molte cose: vacanza, fuga, lavoro, fotografia, racconto sui social, lista di luoghi da spuntare. Ma nel suo significato più vero il viaggio resta una delle esperienze fondamentali della vita, perché ci obbliga a uscire dal nostro recinto.

Non basta partire, naturalmente.

Un vecchio detto veneziano lo dice meglio di tanti discorsi: “Viagiar descanta ma chi parte mona torna mona”. Viaggiare sveglia, apre gli occhi, rende meno ingenui. Ma solo se chi parte è disposto a lasciarsi cambiare. Altrimenti si torna uguali a prima, con una valigia più piena e la testa identica.

Il viaggio, quando funziona, non è una parentesi. È una scuola.

Lo capì benissimo Wolfgang Amadeus Mozart, che non fu soltanto un genio della musica, ma anche un grande viaggiatore. Per lui muoversi non era un passatempo. Era parte del mestiere, della formazione, della vita.

Mozart, il genio in movimento

Mozart visse 13.097 giorni. Di questi, 3.720 li trascorse in viaggio. Più di dieci anni. Quasi un terzo della sua esistenza.

Il dato è impressionante perché corregge un’immagine comoda del genio. Spesso pensiamo al talento come a qualcosa che nasce già completo, chiuso in una stanza, protetto dal mondo. Nel caso di Mozart il talento era straordinario, ma non rimase fermo. Fu messo in carrozza, portato nelle corti, nei teatri, nelle accademie, davanti a pubblici diversi e spesso severi.

Viaggiare significava suonare, certo. Ma significava anche ascoltare, imparare, osservare. Ogni città poteva diventare un esame. Ogni teatro una prova. Ogni incontro un’occasione per capire qualcosa in più del proprio mestiere.

Mozart non diventa Mozart soltanto perché nasce Mozart.

Diventa Mozart anche perché attraversa l’Europa.

La lettera da Parigi

C’è una frase, scritta da Parigi l’11 settembre 1778 al padre Leopold, che sembra un manifesto:

“Senza viaggi, almeno per le persone che si occupano di arti e di scienze, si è un povero tapino.”

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Giulio Romano e l’alternanza scuola-lavoro nella bottega di Raffaello

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Prima degli stage c’erano le botteghe. Alcune avevano maestri piuttosto qualificati.

Prima di diventare il Giulio Romano che conosciamo a Mantova, quello di Palazzo Te, delle stanze che sembrano muoversi e delle architetture che giocano con le regole, Giulio Pippi è un ragazzo che entra in bottega.

Non una bottega qualunque, naturalmente. La bottega di Raffaello.

Oggi siamo abituati a separare molto le cose: prima si studia, poi si lavora; prima si imparano le basi, poi si entra nei luoghi dove quelle basi devono diventare decisioni, responsabilità, mestiere. Nel Rinascimento questa distinzione era molto meno netta. La formazione avveniva dentro il lavoro, vicino ai materiali, ai disegni, ai cartoni, alle pareti da dipingere, ai committenti da soddisfare e ai maestri da osservare senza perdere troppo tempo a fare domande inutili.

La bottega non era un’aula, ma nemmeno una semplice officina. Era un mondo organizzato, con gerarchie, abitudini, compiti, fiducia costruita giorno per giorno. Un giovane imparava guardando e facendo, copiando e correggendo, preparando e rifinendo, fino a quando la mano diventava abbastanza sicura da meritare parti più importanti del lavoro. La teoria non mancava, ma passava attraverso la pratica. E la pratica, quando il maestro si chiamava Raffaello, voleva dire stare dentro uno dei cantieri più decisivi dell’arte europea.

Giulio Romano nasce a Roma intorno al 1499. Quando entra nell’orbita di Raffaello, si trova in una città che nei primi decenni del Cinquecento sembra voler raccogliere in sé tutto: l’antico, il papato, le ambizioni dei grandi committenti, la competizione fra artisti, la memoria di ciò che era stato e il desiderio di apparire ancora più grande. Per un ragazzo dotato, Roma poteva essere una scuola formidabile. Anche un posto dove sentirsi molto piccoli, almeno all’inizio.

Imparare dentro un nome più grande

Raffaello nasce a Urbino nel 1483 e muore a Roma nel 1520, a soli trentasette anni. In un tempo breve, quasi ingiusto, diventa una delle figure centrali del Rinascimento. Le Stanze Vaticane, le Madonne, i ritratti, i progetti romani: tutto concorre a costruire l’immagine di un artista capace di unire grazia, chiarezza e monumentalità con una naturalezza che, come spesso accade, era probabilmente il risultato di moltissimo lavoro.

Per Giulio, crescere in quella bottega significa imparare dentro un nome più grande del proprio. Non è una condizione facile. Da un lato offre protezione, occasioni, prestigio. Dall’altro rischia di trattenere l’allievo in una specie di zona d’ombra, dove ogni merito sembra appartenere prima di tutto al maestro.

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Settembre 2025: la storia di Davide e Golia dalla Loggia d’onore di Palazzo Te

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Tra tante storie tratte dalla mitologia a Palazzo Te troviamo anche episodi biblici come la storia di Davide. Nell’immagine di copertina vediamo Davide che sta per decapitare Golia che si tiene la fronte dopo essere stato colpito dalla pietra scagliata dal frombolo del giovane pastore.

Tra i santi e le ricorrenze di questo mese legate alla Diocesi ma non solo ricordo:

22 settembre San Maurizio
26 settembre Santi Cosma e Damiano
29 settembre Santi Arcangeli Raffaele, Gabriele e Michele

Qui trovate i calendari degli anni passati

Calendario 2025 UNA CARTOLINA DA MANTOVA

Calendario 2024 CHIESE E SANTI MANTOVANI

Calendario 2023 MANTOVA SEGRETA

Calendario 2022 I GONZAGA

Buon anno SANTO!

Mantova è un mappamondo – giovedì 10 settembre 2026 ore 18.00, una passeggiata che parte da Corso Umberto I, 34 a Mantova

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Durante il Festivaletteratura ma fuori dal Festivaletteratura, una passeggiata disordinata e circolare con Giacomo Cecchin che parte dal negozio MAPPAMONDO di corso Umberto I e finisce al negozio MAPPAMONDO sempre in corso Umberto I a Mantova.

Ecco i dettagli

Mantova è un Mappamondo
Giovedì 10 settembre – h 18:00

Una passeggiata nel centro storico con Giacomo Cecchin, storico e divulgatore culturale, tra nomi, storie e connessioni che legano questa città al resto del mondo. Una sorta di cammino urbano in 10 tappe per riscoprire Mantova.

Ritrovo h. 17:45 in C.so Umberto I, 34 – A seguire, rientro in negozio e aperitivo.

Ingresso libero – prenotazione consigliata – tel: 0376 196 0619 – 340 8122580

MAPPAMONDO – LA BOTTEGA DEL COMMERCIO – EQUO E SOLIDALE – ON EARTH

Mantua Is a Map of the World

A walk through Mantua’s historic centre becomes a journey across the world. Together with Giacomo Cecchin, historian and cultural communicator, participants will discover names, stories, curiosities and unexpected connections linking the city to distant places and cultures. An invitation to look at familiar streets with fresh eyes and discover how much of the world can be found within Mantua.

Mantoue est une mappemonde

Une promenade dans le centre historique de Mantoue se transforme en véritable voyage autour du monde. Avec Giacomo Cecchin, historien et médiateur culturel, les participants découvriront des noms, des histoires, des curiosités et des liens inattendus qui relient la ville à des lieux et des cultures lointaines. Une invitation à regarder les rues familières d’un œil nouveau et à découvrir combien de monde se cache au cœur de Mantoue.