Luigi e Francesco: una scelta che diventa missione – giovedì 18 giugno ore 21.00 al Convento di Santa Maria a Castiglione delle Stiviere

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Giacomo Cecchin torna a Castiglione delle Stiviere dopo aver parlato dei Gonzaga di Castiglione delle Stiviere per un focus su San Luigi Gonzaga Mantova in questo Anno Aloisiano (e ringrazio ancora Barbara Bicelli e la parrocchia di Castiglione delle Stiviere per l’invito).

In questa occasione metteremo a confronto Luigi (3 secoli dalla canonizzazione) e Francesco (8 secoli dalla morte) per scoprire che se all’apparenza sono due santi molto lontani anche solo pensando all’ordine Francescano e ai Gesuiti sono molto più simili di quello che si pensa.

Vi aspettiamo quindi a
“LUIGI E FRANCESCO: LA SCELTA DIVENTA MISSIONE” ore 21.00
con Giacomo Cecchin alla voce e il M° Antonio D’Alessandro alle corde
Convento di Santa Maria a Castiglione delle Stiviere
DURATA 60 MINUTI circa

Grazie a Unità Pastorale Aloisiana, Città di Castiglione delle Stiviere, Gruppo Presepe Vivente, Festa di San Luigi Gonzaga, Fondazione Comunità Mantovana

L’iniziativa si svolge nell’ambito dell’Anno Aloisiano 1726/2026

Qui trovate il programma completo https://www.diocesidimantova.it/news/festa-di-san-luigi-gonzaga/

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10 cose da sapere su Sant’Antonio di Padova oggi 13 giugno 2026

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Il 13 giugno è la festa di Sant’Antonio di Padova, uno dei santi più popolari al mondo. Ma attenzione: non è quello del porcellino, non è nato a Padova e non c’entra nulla con il “fuoco di Sant’Antonio”. Ecco dieci cose da sapere sul “Santo” per eccellenza.

1. Perché a Padova lo chiamano il santo senza nome?

A Padova basta dire “il Santo” e tutti capiscono: si parla di Antonio. La Basilica stessa, per i padovani, è semplicemente “il Santo”. È un modo affettuoso e assoluto di chiamarlo, come se il nome fosse superfluo. Del resto Padova è conosciuta come la città dei tre “senza”: il Prato della Valle è il prato senza erba, il Caffè Pedrocchi era il caffè senza porte, Sant’Antonio è il santo senza nome.*

Approfondisci: Mantovastoria su Sant’Antonio da Padova

2. È portoghese, ma padovano d’adozione

Antonio nasce a Lisbona nel 1195 e il suo nome è Fernando. Per i portoghesi è infatti Sant’Antonio da Lisbona. Diventa “di Padova” perché qui trascorre l’ultima parte della vita e vi muore il 13 giugno 1231. Il suo sepolcro diventa subito meta di pellegrinaggio. È un caso bellissimo di cittadinanza spirituale: nato portoghese, adottato dai padovani, venerato in tutto il mondo.

Approfondisci: Casa natale / Chiesa di Sant’Antonio a Lisbona https://stoantoniolisboa.com/

Notte di Sant’Antonio a Lisbona, 12-13 giugno https://www.visitlisboa.com/en/events/st-anthonys-night-12-13th-june

Festas de Lisboa: sardine, arraiais, marchas, manjericos https://revelar.lisboa.pt/tradicao/festas-de-lisboa/

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Quelli che il Festivaletteratura…una pagina doppia su MCG – Mantova Chiama Garda

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Quest’anno il Festivaletteratura compie 30 anni e ne è passata di acqua sotto i ponti da quel 1997 quando si tenne la prima edizione. Però alcune cose non cambiano mai come ad esempio il rapporto di amore (assoluto) e odio (intermittente) per la manifestazione. Mi sono divertito allora a raccogliere alcune frasi fatte che al Festivaletteratura si sentono quasi ogni anno.

Provate a leggere e a vedere se anche voi ne avete pronunciata almeno qualcuna o se ne aggiungereste altre.

Ecco i testi utilizzati per la pagina e di seguito le pagine singole. Per chi volesse sfogliare MCG on line lo può fare al link seguente MCG Giugno 2026/Luglio 2026

QUELLI CHE IL FESTIVALETTERATURA

5 frasi che si sentono spesso a Mantova…

di Giacomo Cecchin

Nei cinque giorni del Festivaletteratura Mantova viene inondata da una marea di gente che si muove all’unisono al ritmo degli incontri e della fiumana dei volontari in maglietta blu. La manifestazione è arrivata alla edizione n. 30 eppure tra i mantovani continuano a sentirsi delle frasi che, ripetute ogni anno, raccontano una sorta di fenomenologia dei “nativi” al Festivaletteratura. Ecco 5 gruppi di lettori o non lettori individuati dalle frasi che ne rappresentano l’essenza. Sono categorie mobili, perché il mantovano può passare dall’una all’altra in una mattina, secondo la coda trovata, il caldo, l’autore ascoltato e il posto libero al bar.

Quelli che il Festival era meglio l’anno scorso

Il Festival migliore è sempre quello dell’anno prima: più gente, più volontari, autori più famosi. I mantovani di questa categoria ne parlano come quando per stigmatizzare i cambiamenti climatici si dice “Non ci sono più le mezze stagioni”. Non è importante che in effetti l’edizione precedente sia stata davvero migliore (e come si fa a fare una vera classifica?) ma fondamentale è poter vivere in questa atmosfera nostalgica e soprattutto far capire a chi viene per la prima volta a Mantova che “Sì, il Festival è un successo, ma se l’avessi visto gli anni scorsi o quelli prima…”. Pronunciano la frase con un programma piegato in quattro, fingendo di non guardarlo, perché loro sanno già tutto e ricordano un incontro leggendario in cui, giurano, non si trovava nemmeno una sedia libera.
Categoria: I Nostalgici, quelli del “non ci sono più le mezze stagioni”.

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I Mantovani sono emiliani di cattivo umore?

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La domanda mi è venuta in mente leggendo Jean Cocteau che dice che “I Francesi sono italiani di cattivo umore” e scoprendo che esiste una versione lombarda della filastrocca che inizia “Veneziani gran signori” (alla fine sarò più chiaro).

E non nasce per caso. Perché i mantovani, noi mantovani siamo strani. Geograficamente, culturalmente, gastronomicamente. Siamo un’intersezione: lombardi per la carta d’identità, veneti perché confinanti, emiliani per affinità.

Vi invito a fare un esperimento incrociando un mantovano:
Provate a dare del veneto a un mantovano: si irrigidisce.
Provate a dargli del veronese: si offende.
Provate a dargli dell’emiliano: dipende.

Dipende da come glielo dite.
Dipende da che zona della provincia viene.
Dipende soprattutto se in tavola ci sono tortelli di zucca, agnoli, salame, mostarda, Lambrusco, Grana Padano o Parmigiano Reggiano che sono piatti che parlano il linguaggio universale della Pianura Padana di qua e di là del Po.

Perché Mantova è fatta così: una moneta a due facce.
Due volte festeggia l’Unità d’Italia: la destra Mincio nel 1861 con tutti gli altri, Mantova e la sinistra Mincio nel 1866 insieme al veneto.
Produce tutte e due i formaggi più famosi del mondo: il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano.

Forse è per questo che se la guardate sulla mappa la provincia di Mantova ha una forma triangolare, sembra una fetta di formaggio duro — grana se siete sinistra Po o parmigiano se siete destra Po — infilata di taglio tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Una scaglia padana incastrata fra tre mondi che la tirano per la giacca.

Ma perché tristi? Perché la domanda i mantovani sono emiliani di cattivo umore?

L’idea, in fondo, è una variazione padana su Jean Cocteau, che diceva che i francesi sono italiani di cattivo umore (e allo stesso gli italiani sono francesi di buon umore). L’applicazione a Mantova nasce dagli ultimi versi della filastrocca veneta in salsa lombarda.

Venesiani gran signori,
Padovani gran dottori,
Vicentini magna gatti,
Veronesi tutti matti,
Bergamaschi brusa Cristi,
Mantovani tutti tristi.

Ecco dove sono i mantovani tutti tristi.
Che poi se volessimo cambiare la metrica e la rima ci danno una mano perché la filastrocca funziona anche così:

Mantovani brusa Cristi,
Bergamaschi tutti tristi.

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Casting per il Duca di Mantova: da Federico II a Vincenzo I

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C’è una domanda che mi faccio spesso quando penso a Rigoletto: ma il Duca di Mantova di Verdi chi sarebbe, tra i Gonzaga?

La risposta più corretta, naturalmente, sarebbe: nessuno.

Il Duca del Rigoletto non ha nome. È un personaggio nato da un altro personaggio teatrale. Prima di arrivare a Verdi, infatti, la vicenda era quella de Le roi s’amuse di Victor Hugo, ambientata alla corte di Francesco I di Francia. Poi arrivò la censura austriaca a Venezia, il re diventò duca, Parigi diventò Mantova e il sovrano libertino fu trasformato in un anonimo Duca di Mantova.

Anonimo, appunto.

Eppure è proprio quell’anonimato che ci permette di giocare. Perché se Verdi non ci dice chi sia, noi mantovani possiamo provare a immaginarlo. Possiamo guardare la storia dei Gonzaga, aprire il sipario e chiederci: chi reggerebbe davvero quel ruolo?

Io da sempre dico Federico II che è la risposta più naturale. E’ il primo duca di Mantova, vive nella prima metà del Cinquecento (lo stesso periodo di Francesco I che tra l’altro conosce di persona), ha intorno una corte raffinatissima e porta con sé l’immaginario più forte della Mantova rinascimentale. Se dovessi rispondere da storico o da guida turistica direi Federico II.

Perché Federico II è il Duca che si vede: Palazzo Te, gli affreschi di Giulio Romano, la sensualità colta, la città del desiderio trasformata in architettura e affresco. È la scelta più immediata, più elegante, più “mantovana”.

Ma poi ho provato a cambiare prospettiva e mi mi sono messo nei panni di un regista.

Non devo più scegliere il Gonzaga giusto ma il Duca da mandare in scena.

E allora facciamo davvero il casting.

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Attenti a quei due: Mantova 1530, quando la città diventa l’ombelico del mondo (per non tacer di Jovanotti)

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Quando ho scritto per la prima volta questo post me lo immaginavo come la sigla di un telefilm degli anni 70 che ho amato moltissimo: Attenti a quei due o The Persuaders in lingua originale. Si mettevano fianco a fianco le foto e le vite dei due personaggi, un inglese e un americano, interpretati da Roger Moore e da Tony Curtis (in fondo all’articolo trovate un approfondimento sulla serie tv).

Ecco Federico II e Carlo V potrebbero davvero diventare protagonisti di una serie televisiva o di un documentario che metta le loro vite a confronto.

Due ragazzi nati nel 1500

Oggi, a sedici anni, si fanno i compiti, si litiga con i genitori, si sogna il motorino o il monopattino e si guarda il mondo dallo schermo di un telefono. Nel Cinquecento, invece, poteva capitare che a sedici anni uno fosse già re e un altro si stesse preparando a diventare signore di uno Stato.

È il caso di Carlo d’Asburgo e Federico Gonzaga. Il primo nasce a Gand, tra le nebbie e i canali delle Fiandre. Il secondo nasce a Mantova, altra città d’acqua, ma di pianura padana, circondata da laghi, paludi addomesticate e ambizioni molto ben coltivate.

Carlo e Federico nascono entrambi nel 1500. Due coetanei, due adolescenti destinati a non avere un’adolescenza normale. Uno diventerà Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero. L’altro diventerà Federico II Gonzaga, prima marchese e poi duca di Mantova. Le loro strade, apparentemente lontane, finiranno per incrociarsi proprio qui, sulle rive del Mincio.

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Giugno 2025: la camera di Amore e Psiche

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Un’esposizione di piatti e vasi che vengono direttamente dalle credenze dei Gonzaga e in molti casi disegnati da Giulio Romano. La sala da pranzo di Palazzo Te presenta alle pareti la storia di Amore e Psiche con una serie di episodi mescolati tra loro (da raccontare prima delle 23.30) e una serie di storiacce tra sesso e tradimenti (da giocarsi dopo le 23.30).

Tra i santi e le ricorrenze di questo mese legate alla Diocesi ma non solo ricordo:

2 giugno Festa della Repubblica
18 giugno Beata Osanna Andreasi
21 giugno San Luigi Gonzaga

29 giugno Santi Pietro e Paolo (Pietro è il titolare della cattedrale di Mantova)

Qui trovate i calendari degli anni passati

Calendario 2025 UNA CARTOLINA DA MANTOVA

Calendario 2024 CHIESE E SANTI MANTOVANI

Calendario 2023 MANTOVA SEGRETA

Calendario 2022 I GONZAGA

Buon anno SANTO!

Agnese, Isabella, Matilde: Mantova racconta la storia al femminile – a breve altre date per la visita teatralizzata

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Ci sono storie che non stanno ferme nei libri. Ogni tanto escono dalle pagine, attraversano le piazze, si infilano sotto i portici e tornano a parlare. A Mantova è successo con “Agnese, Isabella, Matilde”, un percorso teatralizzato dedicato a tre grandi figure femminili legate alla città, alla sua memoria e al suo immaginario: Agnese Visconti, Isabella d’Este e Matilde di Canossa.

Per un giorno Mantova si è trasformata in un palcoscenico a cielo aperto. Tra Piazza Pallone, Piazza Alberti e il Sottoportico dei Lattonai, la visita guidata è diventata racconto, teatro, dialogo con il pubblico. Non una semplice passeggiata storica, ma un viaggio tra potere, destino, intelligenza, accuse, leggende e memoria.

A dare corpo e voce alle protagoniste sono state tre attrici: Tecla Dal Forno, interprete di Matilde di Canossa; Chiara Mattiello, nei panni di Agnese Visconti; e Sofia Rebecca Dolci, che ha dato vita a Isabella d’Este. La conduzione è stata affidata a Giacomo Cecchin, che ha accompagnato il pubblico tra aneddoti, storia, ironia e continui rimandi tra passato e presente.

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San Bernardino: tra prediche, pubblicitari… e un miracolo lacustre

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Ogni 20 maggio, celebriamo San Bernardino da Siena, un francescano davvero fuori dal comune — e anche per Mantova ha lasciato tracce più consistenti di quelle che spesso pensiamo.
Invitato alla nostra città dalla signora Paola Malatesta (moglie di Gianfrancesco Gonzaga) per predicare in Quaresima nel 1421, Bernardino è famoso per le sue prediche che richiamavano folle e anche per essere stato considerato santo dal popolo già in vita.


Chi era Bernardino?

Nasce a Massa Marittima (nel territorio senese) nel 1380, in una nobile famiglia degli Albizzeschi. Rimane orfano da ragazzo e viene educato a Siena, dove si forma anche culturalmente. Nel 1402 entra nell’ordine dei Frati Minori osservanti, aderendo alla “stretta” osservanza della regola di san Francesco. In breve tempo si dedica alla predicazione.
Questo santo viaggiatore percorre l’Italia fra XIV e XV secolo, portando da città a città non solo concetti teologici, ma discorsi estremamente concreti per la gente. A differenza di molti predicatori che parlavano in latino o in toni elevatissimi, Bernardino usa immagini — semplici, familiari — per far capire concetti difficili.

Una delle sue “invenzioni” più note è il trigramma IHS (le prime tre lettere del nome di Gesù in greco) che egli voleva fosse esposto come simbolo di unità fra le fazioni in lotta (es: fra guelfi e ghibellini) e per richiamare l’attenzione alla centralità del Nome di Gesù. Bernardino rifiutò la nomina a vescovo per ben tre volte — motivo per cui, nella iconografia, è spesso rappresentato con tre mitrie ai suoi piedi.

Muore il 20 maggio 1444 all’Aquila (nel ducato di Spoleto) ed è canonizzato dal papa Niccolò V nel 1450, a soli sei anni dalla morte.

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Luigi, santo benché gesuita, puro benché Gonzaga, Giacomo Cecchin torna al MAST di Castel Goffredo per parlare di San Luigi – mercoledì 27 maggio 2026 ore 20.30

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Che bello tornare al Mast Castel Goffredo (www.mastcastelgoffredo.it) per parlare di San Luigi Gonzaga, un santo famosissimo e per questo poco conosciuto davvero. Giacomo Cecchin lo racconta sullo sfondo di un secolo che ha visto la riforma luterana e la nascita di ordini come quello dei gesuiti, dei cappuccini e degli oratoriani. Senza dimenticare la famiglia Gonzaga che forse nei rami cadetti ha espresso le personalità più interessanti.

Luigi santo benché gesuita, puro benché Gonzaga
Mercoledì 27 maggio 2026 – ore 20.30MAST Castel Goffredo – Museo della Città

A cura di Giacomo Cecchin, giornalista e divulgatore con la passione per la storia.
Partecipazione gratuita fino a esaurimento posti

L’incontro si inserisce nel percorso Aloisiani a Castel Goffredo – Terzo centenario della canonizzazione di san Luigi Gonzaga

Scoprite il programma completo leggendo oltre.

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