Giacomo: un santo, un nome, un cammino e qualche buon motivo per festeggiare

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Un tempo l’onomastico contava quasi quanto il compleanno. A volte anche di più, almeno nelle famiglie in cui il calendario dei santi era consultato con la stessa serietà con cui oggi si controllano le previsioni del tempo.

Il nome non era soltanto una scelta estetica. Spesso veniva dal santo del giorno, da un nonno, da una nonna, da uno zio, da una tradizione familiare. Poi sono arrivati altri criteri: il suono, la moda, il gusto dei genitori, il personaggio di un film, il calciatore, la cantante, il desiderio di originalità. Risultato: l’onomastico è diventato una ricorrenza un po’ laterale, ricordata da qualche parente molto attento e da pochi altri.

Eppure, riscoprire il santo legato al proprio nome può essere un esercizio interessante. Non per forza devozionale in senso stretto, ma culturale, storico, simbolico. Ogni nome porta con sé una piccola biblioteca di storie, immagini, viaggi, leggende, luoghi, feste e tradizioni.

Nel caso di Giacomo, poi, la faccenda si fa subito impegnativa. Perché San Giacomo Maggiore non è un santo qualunque: è apostolo, fratello di Giovanni Evangelista, “figlio del tuono”, primo apostolo martire e patrono dei pellegrini. Insomma, uno che non passa inosservato.

Perché riscoprire il santo del proprio nome?

L’onomastico può sembrare una piccola formalità da calendario. Invece può diventare una domanda: che cosa racconta il mio nome?

Non si tratta di identificarsi completamente con il proprio santo, operazione rischiosa e spesso poco realistica. Se uno si chiama Giacomo non è obbligato a partire domani per Compostela, predicare come un “figlio del tuono” o farsi crescere la barba da apostolo. Sarebbe eccessivo, anche per un onomastico.

Però il nome può diventare un punto di partenza. Dietro Giacomo ci sono la Bibbia, il Medioevo, la Spagna, il pellegrinaggio, la conchiglia, il bordone, le chiese dedicate al santo, le immagini degli artisti, le tradizioni locali e persino qualche modo di dire.

Riscoprire il proprio santo significa anche accorgersi che i nomi non sono etichette neutre. Hanno una storia. Portano con sé viaggi lunghissimi, cambi di lingua, trasformazioni popolari, leggende e memorie familiari. In un tempo in cui scegliamo i nomi soprattutto perché “suonano bene”, non è male ogni tanto chiedersi anche che cosa abbiano da raccontare.

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L’imperatore Carlo V e l’importanza delle lingue: parlo spagnolo con Dio, italiano con le donne, francese con gli uomini e tedesco con il mio cavallo”

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“Studia le lingue, che ti serviranno nella vita”.
Quante volte l’abbiamo sentito dire? Di solito da un genitore, da un insegnante, da qualcuno che aveva ragione ma lo diceva nel momento sbagliato, cioè quando noi volevamo fare tutt’altro.

Nel caso di Carlo V, però, il consiglio sarebbe stato più che sensato. Anzi, indispensabile. Perché Carlo d’Asburgo non era destinato a governare un piccolo territorio, dove tutti parlavano più o meno allo stesso modo e si poteva risolvere tutto con un dialetto locale e un po’ di buona volontà. Carlo V si trovò a reggere un insieme immenso di terre, popoli, corti, eserciti, città, regni e interessi. Un impero talmente vasto da far nascere la celebre formula: “sui suoi domini non tramontava mai il sole”.

E infatti, quando si parla di Carlo V, si parla anche di lingue. Lingue da capire, da usare, da scegliere con prudenza. Perché nel Cinquecento una lingua non era soltanto uno strumento pratico. Era una dichiarazione politica, culturale, religiosa e sociale.

A Carlo V viene attribuita una delle frasi più fortunate della storia del multilinguismo europeo:

“Parlo spagnolo con Dio, italiano con le donne, francese con gli uomini e tedesco con il mio cavallo”.

Detta così, sembra una battuta da uomo potente che può permettersi tutto, anche di distribuire le lingue secondo simpatie, pregiudizi e cavalli. Ma proprio perché è una battuta, funziona. In poche parole racconta un mondo: la Spagna della fede e della monarchia cattolica, l’Italia della grazia e della cultura cortigiana, la Francia della conversazione politica, la Germania della durezza militare e imperiale.

Naturalmente bisogna fare attenzione: la frase è attribuita a Carlo V, ma la sua forma più nota circola in versioni diverse e non va presa come un virgolettato giornalistico. Non sappiamo se l’imperatore l’abbia davvero pronunciata così. Però sappiamo una cosa: è una frase troppo efficace per non essere usata come punto di partenza.

Chi era Carlo V?

Carlo V nacque a Gand nel 1500 e morì nel monastero di Yuste nel 1558. Era figlio di Filippo il Bello d’Asburgo e di Giovanna di Castiglia, detta la Pazza. Attraverso una serie di eredità dinastiche impressionanti, si trovò a riunire sotto di sé territori vastissimi.

Dai nonni paterni ricevette l’eredità asburgica e borgognona; da quelli materni l’eredità spagnola. Divenne sovrano dei Paesi Bassi, re di Spagna, re di Napoli, Sicilia e Sardegna, arciduca d’Austria e poi imperatore del Sacro Romano Impero.

Insomma: non proprio un curriculum da compilare in una pagina.

Carlo V fu uno dei grandi protagonisti del Cinquecento europeo. Dovette confrontarsi con Francesco I di Francia, con l’Impero ottomano di Solimano il Magnifico, con la Riforma protestante, con i principi tedeschi, con il papato, con le tensioni interne dei suoi domini e con la difficoltà, enorme, di governare territori lontanissimi tra loro.

Il suo regno fu una specie di puzzle politico in cui i pezzi non volevano sempre incastrarsi. E quando i pezzi parlano anche lingue diverse, il lavoro si complica parecchio.

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Piazza Canossa: la piazza più cinematografica di Mantova

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Ci sono piazze che sembrano nate per essere attraversate, altre per essere fotografate. Piazza Canossa, invece, sembra nata per essere filmata. Piccola, raccolta, teatrale, con l’edicola al centro, Palazzo Canossa da un lato e la chiesetta della Madonna del Terremoto dall’altro, ha tutto quello che serve a una scena: quinte, fondale, dettagli e atmosfera.

Non stupisce quindi che il cinema l’abbia scelta più volte. Da Novecento a Il portaborse, passando per commedie, drammi e sceneggiati, questa piazza mantovana ha recitato spesso senza dire una parola. E, come capita ai migliori comprimari, a volte basta vederla per riconoscerla.

Una piccola scena urbana tra cinema, edicola liberty, palazzi barocchi e chiesetta del terremoto

Mantova ha un rapporto antico e fortunato con il cinema. Registi, sceneggiatori e direttori della fotografia l’hanno scelta molte volte: per raccontare la città, per trasformarla in un’altra città, per sfruttare quella sua aria un po’ sospesa, storica ma non imbalsamata, padana ma capace di diventare quasi qualsiasi cosa.

Tra le tante location mantovane, però, ce n’è una che merita un posto speciale: Piazza Canossa.

Non è la più grande. Non è la più monumentale. Non ha l’impatto di Piazza Sordello, né la teatralità aperta di Piazza Erbe. Eppure ha una qualità rara: sembra già un set.

È piccola, raccolta, leggermente appartata. Ha un fondale, quinte laterali, un oggetto scenico perfetto come l’edicola liberty e una fontana che sembra messa lì apposta da uno scenografo.

Perché proprio Piazza Canossa?

Il cinema non sceglie i luoghi solo perché sono belli. Li sceglie perché funzionano.

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A zonzo per Mantova: piccolo manuale di flânerie padana e meraviglia quotidiana

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C’è un modo classico di attraversare una città: uscire, andare da qualche parte, fare quello che si deve fare, tornare. È efficiente ma è anche il modo migliore per smettere di vedere davvero il posto in cui si vive.

Poi c’è un altro modo: andare a zonzo.

Andare a zonzo non significa perdere tempo. O meglio: significa anche perdere tempo, ma perderlo bene e quindi in realtà investirlo. Significa camminare senza una meta rigida, lasciare spazio alla deviazione, al dettaglio, all’errore di strada, alla sosta inutile che poi inutile non era. È un esercizio semplice e difficile insieme.

Mantova è perfetta per questo. Non è una metropoli da attraversare in apnea, né un centro storico da consumare come una lista di monumenti. È una città raccolta, stratificata, piena di soglie: ponti, cortili, portici, piazze, rive, vicoli, campanili, lapidi, affacci sull’acqua. Una città che non urla sempre la propria bellezza, ma la dissemina. Chi va di fretta vede Palazzo Ducale, Sant’Andrea, Palazzo Te. Chi va a zonzo comincia a vedere anche tutto il resto.

Che cosa vuol dire davvero andare a zonzo?

“Andare a zonzo” sembra una cosa leggera, quasi da domenica pomeriggio. In realtà è una disciplina dello sguardo. Vuol dire smettere di usare la città soltanto come corridoio tra due impegni e ricominciare a leggerla come un testo.

Le città, infatti, si possono leggere. Si leggono nei nomi delle vie, nelle facciate che hanno “digerito male i cambiamenti”, nelle finestre murate, nelle lapidi, nelle curve improvvise, nei ponti, nei vuoti, nei negozi scomparsi, nei campanelli di chi oggi abita dove altri hanno abitato prima. Ogni città è un libro riscritto molte volte. Il problema è che, abitando sempre nello stesso posto, finiamo per saltare le pagine.

Andare a zonzo serve a questo: riaprire il libro per leggerlo con più calma.

Non occorre un programma complicato. Anzi, il programma a volte rovina tutto. Basta decidere una zona, un tempo minimo e una regola di osservazione. Per esempio: oggi guardo solo in alto. Oppure: oggi seguo l’acqua. Oppure: oggi leggo tutte le lapidi. Oppure: oggi percorro una strada che conosco, ma dall’altro lato.

Sembra poco. È già moltissimo.

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Il profilo di Mantova: un elettrocardiogramma che racconta la storia di una città unica al mondo

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Ci sono città che si riconoscono da un monumento. Altre da una piazza, da una cupola, da un ponte o da una torre. Mantova, invece, si riconosce da una linea.

Vista da lontano, soprattutto dall’acqua o dalle strade che la raggiungono attraversando la pianura, Mantova non appare come una semplice città distesa all’orizzonte. Appare come un profilo continuo: torri, cupole, campanili, tetti, palazzi e masse murarie si alzano e si abbassano come il tracciato di un elettrocardiogramma.

È un’immagine suggestiva, ma anche precisa. Perché quel profilo non è decorazione: è il battito storico della città. Ogni punto che sale racconta un potere, una fede, una famiglia, una stagione artistica, una trasformazione urbana. La linea di Mantova non registra il cuore di una persona, ma quello di una città.

In passato Philippe Daverio definì Mantova una sorta di “Manhattan padana”. L’espressione è ironica e memorabile. Naturalmente Mantova non ha grattacieli, né traffico newyorkese, né taxi gialli che corrono lungo i laghi. Ma possiede una sua verticalità storica: torri, campanili, cupole e palazzi che, visti da lontano, costruiscono una vera skyline padana.

Una skyline non di vetro e acciaio, ma di acqua, mattoni e cielo.

Che cosa racconta il profilo di Mantova?

Il profilo di Mantova è una specie di calligrafia che rende inconfondibile la città.

La Torre della Gabbia parla della città medievale. La cupola di Sant’Andrea porta nel profilo urbano il segno della fede e della grande architettura rinascimentale. Palazzo Ducale e il Castello di San Giorgio raccontano il potere dei Gonzaga e la corte.

Guardata da lontano, Mantova sembra quasi disegnare la propria autobiografia. Il suo “elettrocardiogramma” sale e scende perché la città ha avuto molte vite: comunale, signorile, ducale, religiosa, militare, museale, turistica, quotidiana.

Una linea piatta sarebbe una città senza scosse. Mantova, invece, ha un profilo mosso. E in quel movimento c’è la sua storia.

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Mantova 1530: cinque secoli di qualità – Giovedì 23 luglio – Montanara, Giardini di Corte Spagnola – dalle ore 21.00

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Mantova 1530: cinque secoli di qualità è il titolo della serata in programma giovedì 23 luglio, a partire dalle ore 21.00, nella suggestiva cornice dei Giardini di Corte Spagnola a Montanara. Un appuntamento dedicato alla storia, alla cultura e ai sapori del territorio mantovano, pensato per accompagnare il pubblico in un viaggio tra passato e presente, alla scoperta di un patrimonio che continua a raccontare identità, tradizione e qualità.

La serata unirà il racconto storico alla valorizzazione dei prodotti tipici locali, offrendo un’occasione per conoscere più da vicino Mantova, Palazzo Te e le eccellenze gastronomiche che da secoli caratterizzano questo territorio.

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Il Forte di Pietole: viaggio nel tempo a due passi da Mantova

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Mantova non è soltanto Palazzo Ducale, Palazzo Te, Sant’Andrea e le piazze del centro. La città ha anche un’altra storia, meno visibile ma decisiva: quella delle acque, dei forti e delle opere costruite per trasformare il paesaggio in una macchina strategica.

Tra questi luoghi, il Forte di Pietole occupa un posto speciale. È vicino alla città, ma sembra lontanissimo. Basta arrivare nei pressi del Bosco Virgiliano, seguire la strada verso Pietole e guardare la grande massa verde che nasconde bastioni, fossati, gallerie, casematte e terrapieni. Si ha subito l’impressione di entrare in un tempo diverso.

Il Forte di Pietole è un frammento enorme della Mantova militare ottocentesca, iniziato in età napoleonica, completato dagli Austriaci, usato poi dall’esercito italiano e infine abbandonato per decenni. Oggi, dopo anni di oblio, è tornato al centro di un progetto culturale e ambientale: il Parco Museo Virgilio.

Perché il Forte di Pietole è così importante?

Il Forte di Pietole è uno dei luoghi più sorprendenti del territorio mantovano perché unisce tre storie in una.

La prima è la storia militare. Il forte nasce per difendere Mantova dagli attacchi provenienti da sud e per inserirsi nel grande sistema della piazzaforte mantovana. Non era una costruzione isolata, ma una parte di un dispositivo più ampio, fatto di fortificazioni, acque, strade, argini e controllo del territorio.

La seconda è la storia idraulica. Mantova è una città che ha sempre usato l’acqua come difesa. Il Forte di Pietole aveva un ruolo fondamentale nel controllo della valle del Paiolo: attraverso chiuse e regolazioni delle acque, in caso di necessità si poteva allagare l’area a sud della città e trasformare il paesaggio in una barriera naturale.

La terza è la storia virgiliana. Pietole corrisponde all’antica Andes, il luogo che la tradizione indica come patria natale di Virgilio. Così, nello stesso spazio, convivono il poeta latino, Napoleone, gli Austriaci, l’esercito italiano, la natura del Mincio e la memoria del territorio. Non male per un posto che per anni molti hanno considerato soltanto “una zona abbandonata”.

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San Luigi Gonzaga, santo benché gesuita, puro benché Gonzaga a Marengo – mercoledì 22 luglio 2026 ore 21.00

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Quest’anno sono tre secoli dalla canonizzazione di San Luigi Gonzaga e molti mantovani hanno detto la solita frase “Come passa il tempo…”. Eppure Luigi è un santo molto attuale nonostante muoia quel 21 giugno del 1591 a Roma.

Ecco perché diventa interessante provare a fare una sintesi della sua vita tra miracoli, storie familiari e ordini religiosi.
Vi aspettiamo a

LUIGI, SANTO BENCHE’ GESUITA, PURO BENCHE’ GONZAGA con Giacomo Cecchin
Mercoledì 22 luglio 2026 ore 21.00 – Giardino della Ghiacciaia – Marengo (MN)
INGRESSO LIBERO

La storia dei Gonzaga è affascinante perché c’è dentro tutto: dai valorosi ai lestofanti, dai furfanti ai santi. E san Luigi è un personaggio che spicca in questa storia perché diventa santo nonostante: nonostante sia il primogenito con un destino già scritto, nonostante sia un gesuita che è un ordine controverso, nonostante non ci siano più i Gonzaga a spingere per la canonizzazione. Raccontiamo allora in breve la storia di un ragazzo che diventa prima uomo, poi santo e oggi ci dice ancora che scegliere si può e si deve.

Durata 60 minuti

L’incontro è inserito nell’ambito della Rassegna MARENGO VIVE.

Andare a Marengo è ormai una tradizione: ecco gli eventi degli anni scorsi

Oh che bel castello…a Marengo Vive – mercoledì 16 luglio 2025 ore 21.00

Mantova, 5 foto che ho di lei, martedì 4 febbraio 2025 ore 21.00 una serata con mostra incorporata

Come si diventa santi in 60 minuti a Marengo Vive – martedì 9 luglio 2024 ore 21.00

“I figli del Capitano Verne”: sabato 3 febbraio alle 20.30 a Marengo presso l’Oratorio

La forza del teatro: raccontare Shakespeare a Marengo Vive – venerdì 14 luglio ore 21.00

Quando il Mincio mormorava – venerdì 15 luglio ore 21.00 a Marengo

Mantova, 5 cose che so di lei – venerdì 30 luglio ore 21 a Marengo

Ecco il programma generale

15 curiosità sul Palazzo Ducale di Mantova

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La prima domenica del mese Palazzo Ducale di Mantova si può visitare gratuitamente, come tutti i musei statali italiani. È una buona occasione per entrare in una delle regge più grandi d’Europa senza avere scuse: il biglietto non c’è, resta solo il rischio di perdersi tra cortili, sale, giardini pensili e corridoi gonzagheschi.

Per chi invece vuole tornarci con calma, più di una volta e senza l’ansia di “vedere tutto subito”, esiste anche la possibilità dell’abbonamento: una scelta saggia, perché Palazzo Ducale non è un luogo da liquidare in una visita sola. È più simile a una città dentro la città: la prima volta si guarda, la seconda si capisce qualcosa, dalla terza si comincia davvero a orientarsi.

Ecco i costi dell’abbonamento annuale (il biglietto singolo costa 18 euro)
Abbonamento “Amico di Palazzo Ducale” con ingressi illimitati della durata di 365 giorni dalla data di acquisto (con Camera degli Sposi in base alla disponibilità giornaliera) € 25
Abbonamento “Mecenate Ducale” € 100 (oltre agli ingressi illimitati, anche molti altri vantaggi)

E per prepararsi un po’ ecco 15 domande e risposte per orientarsi in un palazzo che voleva essere una città.

1. Palazzo Ducale è davvero un palazzo?

Sì, ma solo se usiamo la parola “palazzo” in un senso molto ampio. Il Palazzo Ducale di Mantova è in realtà un enorme complesso di edifici, cortili, giardini, chiese, corridoi, appartamenti, sale di rappresentanza e passaggi interni realizzato in circa tre secoli.

Più che un singolo edificio, è una città dentro la città. Non a caso viene spesso definito “città-palazzo”. È il risultato di secoli di aggiunte, trasformazioni e collegamenti: ogni generazione ci ha messo mano, ogni Gonzaga ha voluto lasciare un segno, ogni epoca ha aggiunto un pezzo.

Chi entra pensando di visitare “un palazzo” rischia quindi una piccola sorpresa: si tratta di un labirinto vero e proprio.

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Il cielo in tre stanze tra Mantova, Parma e Fontanellato

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Mantova, Parma e Fontanellato: tre capolavori dipinti da Mantegna, Correggio e Parmigianino

Ci sono stanze che non sembrano fatte per restare chiuse. Ambienti raccolti, intimi, persino piccoli, che la pittura trasforma in spazi aperti. Basta alzare lo sguardo e il soffitto scompare: entra il cielo, entrano il mito, la natura, il teatro della corte, il gioco dell’illusione.

È questo il filo che unisce tre capolavori del Rinascimento padano: la Camera degli Sposi, la Camera della Badessa e la Saletta di Diana e Atteone. Tre stanze diverse, custodite a Mantova, Parma e Fontanellato, ma accomunate dalla stessa meraviglia: la capacità della pittura di spalancare lo spazio e portare altrove chi guarda.

La Camera degli Sposi di Andrea Mantegna a Mantova

La Camera degli Sposi, detta anche Camera Picta, è una delle stanze dipinte più celebri del Rinascimento italiano. L’ambiente è interamente trasformato dalla pittura: le pareti raccontano la corte dei Gonzaga, mentre la volta si apre nel celebre oculo, una finta apertura verso il cielo da cui si affacciano putti, donne, animali e figure curiose.

Qui il soffitto non è più un limite, ma una soglia. La stanza diventa teatro, celebrazione dinastica dei Gonzaga, esperimento prospettico e meraviglia visiva. Chi entra non si trova semplicemente davanti a degli affreschi, ma dentro un dispositivo illusionistico che modifica la percezione dello spazio.

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