Ci sono viaggi che si fanno con le scarpe. Altri si fanno con le orecchie.
La Vie en road ideato e condotto da Andrea Piazza è il podcast di Mikroradio dedicato al mondo dei cammini.
Ogni puntata parte da un cammino, una strada storica, un itinerario spirituale o civile. Ma non si limita a dire quanti chilometri sono, dove si parte, dove si arriva e che cosa bisogna mettere nello zaino.
Il podcast prova a fare qualcosa di più interessante: raccontare che cosa succede quando un territorio viene attraversato lentamente.
Perché un cammino non è mai soltanto una linea su una mappa. È un insieme di paesi, santuari, ponti, pievi, boschi, reliquie, battaglie, leggende, cibi, dialetti, incontri e storie che riemergono passo dopo passo.
Dove ascoltare il podcast
Il podcast si può ascoltare dalla pagina ufficiale di Mikroradio:
La trasmissione è dedicata ai cammini e accompagna gli ascoltatori tra itinerari, ospiti, consigli, musica e approfondimenti culturali.
Andrea Piazza: la radio accesa lungo il cammino
A condurre La Vie en road è Andrea Piazza.
La sua è una passione nata dall’incontro tra radio, trekking e cammini. Non una radio da studio chiuso, ma una radio che ha bisogno di aria, strada e scarpe sporche.
Andrea porta nel podcast il punto di vista di chi ama mettersi in viaggio davvero: preparare lo zaino, scegliere una traccia, misurare le energie, ascoltare chi ha già camminato prima di noi.
Il risultato è una trasmissione che parla a chi cammina, ma anche a chi vorrebbe iniziare; a chi conosce già i grandi itinerari e a chi, invece, scopre che dietro un nome come Via Vandelli, Via Francigena, Cammino di San Benedetto o Sentiero Italia c’è un mondo intero da attraversare.
Ci sono libri che non entrano nella nostra vita come “grandi libri”.
Non hanno copertine memorabili, non stanno nelle vetrine delle librerie, non ricevono premi, non diventano oggetti da collezione. Entrano in casa in silenzio, magari attraverso un ente pubblico, una biblioteca, un ufficio turistico, una fiera, un regalo.
Poi, però, restano.
Per me uno di questi libri è “Mantova, Passeggiando per i 70 comuni alla scoperta di fiumi, laghi, canali, borghi, corti, pievi e campanili dell’antica terra di Virgilio e dei Gonzaga”.
Titolo lunghissimo, quasi una pedalata.
Era un volumetto di 144 pagine, pubblicato nel 1984 dall’Amministrazione Provinciale di Mantova e dall’Ente Provinciale per il Turismo, stampato da Publi Paolini. In quarta di copertina c’era anche la sponsorizzazione Gubela. Nella mia copia, a renderlo davvero mio, avevo applicato un adesivo con scritto CECCHIN, realizzato da mio padre.
Lo stesso tipo di adesivo che avevo anche sulla bicicletta.
E infatti quel libro, per me, è legato alla bicicletta.
Avevo sedici anni e lo usai come una guida per scoprire la provincia insieme a un amico. Non era ancora il tempo delle app, dei navigatori, delle tracce GPX, dei percorsi cicloturistici perfettamente confezionati. C’erano le cartine, i nomi dei paesi, le strade provinciali, un po’ di incoscienza e quella sensazione bellissima di andare lontano anche restando dentro i confini di casa.
La provincia come avventura
A sedici anni la provincia non è una categoria amministrativa.
È un’avventura.
Partire da Castellucchio, prendere la bici e andare a vedere un altro comune mantovano significava già uscire dal proprio mondo. Alcuni paesi sembravano vicinissimi sulla carta, ma lontanissimi nella percezione.
Ricordo ancora lo sconforto ironico nello scoprire che abitavo nel Medio Mantovano. Avrei preferito distinguermi nell’Alto o nel Basso. Invece niente: medio. Una parola che suona già come un compromesso geografico.
Poi però il libro spiegava che Castellucchio aveva “un impianto territoriale molto articolato per la presenza di frazioni con una loro storia”. E allora anche quel “medio” diventava interessante. Perché dietro ogni comune, anche il più apparentemente normale, c’erano frazioni, corti, pievi, canali, campanili, storie minori.
Era questo il bello del volume di Renzo Dall’Ara: non trattava la provincia come periferia della città. La trattava come un territorio da attraversare e da capire.
Giulio Romano non arriva a Mantova con il piccone.
Arriva con un mestiere molto più difficile: la capacità di guardare quello che esiste già e capire che cosa potrebbe diventare.
Demolire, in fondo, è un gesto semplice. Drastico, rumoroso, qualche volta necessario, ma semplice. Si cancella una cosa e se ne costruisce un’altra. Trasformare invece richiede più attenzione. Bisogna capire dove mettere le mani, quali vincoli rispettare, quali regole forzare, quali parti lasciare in ombra e quali, invece, portare finalmente alla luce.
Giulio Romano fa esattamente questo. Non cancella Mantova e non prova a rifarla a immagine di Roma, che pure era stata la sua grande scuola. Preferisce lavorare su quello che trova: una città di corte, d’acqua e di potere, già ricca di memoria, ma desiderosa di assumere un volto nuovo.
Per questo il termine “maquillage” può essere utile, se non lo intendiamo come una cosa leggera o superficiale. Non si tratta di mettere un po’ di trucco sulle rughe della città. Giulio interviene sull’immagine profonda di Mantova, sul modo in cui la corte gonzaghesca vuole presentarsi, sulla capacità degli edifici e delle stanze di diventare racconto politico.
A Mantova non fa semplicemente il pittore ma il regista. Diventa, poco alla volta, l’uomo che aiuta la città a immaginarsi diversa.
Un moderno che non ha bisogno delle macerie
Quando diciamo “moderno” pensiamo spesso a una rottura. Prima c’è il vecchio, poi arriva il nuovo e spazza via tutto, possibilmente con una certa soddisfazione. È una tentazione molto diffusa anche oggi, quando basta cambiare un logo, una facciata o il nome di un ufficio per sentirsi già proiettati nel futuro. A volte funziona; più spesso il futuro, dopo qualche settimana, assomiglia moltissimo al passato, solo con un carattere tipografico diverso.
Ci sono città che si visitano guardando i monumenti. Altre si capiscono meglio leggendo le parole di chi le ha attraversate.
Mantova appartiene a entrambe le categorie.
È città d’acqua, di palazzi, di piazze, di torri, di cortili e di chiese. Ma è anche una città piena di voci: poeti nati qui, scrittori passati di qui, viaggiatori più o meno benevoli, autori che l’hanno trasformata in luogo letterario, personaggi che l’hanno resa scenario, rifugio, esilio, farmacia, memoria.
Una passeggiata letteraria serve proprio a questo: non soltanto a spostarsi da un luogo all’altro, ma a cambiare modo di guardare.
Non è una visita guidata tradizionale. È una guida nello sguardo.
Le guide letterarie, da Giampaolo Dossena a Maurer e Maurer, hanno insegnato che un luogo può essere letto come una pagina: ci sono frasi da ritrovare, personaggi da evocare, citazioni da verificare, errori da perdonare e dettagli da far parlare. Il post originale di Mantovastoria su Robert Byron ricordava proprio alcuni testi di riferimento per una Mantova letteraria: I luoghi letterari di Giampaolo Dossena, la Guida letteraria dell’Italia di Maurer e Maurer e anche il Fai da te di Dossena, che contiene una passeggiata sulle tracce del Baldus di Teofilo Folengo.
E allora partiamo.
Non dal centro, ma da un ingresso.
Il Ponte dei Mulini: Robert Byron entra in città
Il punto di partenza è il Ponte dei Mulini.
Qui entra in scena Robert Byron, scrittore e viaggiatore inglese, autore di Europe in the Looking Glass, tradotto in italiano come L’Europa vista dal parabrezza.
Nel 1925 Byron arriva a Mantova in automobile. L’ingresso non è proprio poetico nel senso da cartolina. È caotico, rumoroso, quasi animalesco. Byron descrive un “ponte coperto stretto e buio” dove regna una confusione indescrivibile, tra carretti e mandrie spaventate. Quel ponte era il Ponte dei Mulini, poi bombardato durante la Seconda guerra mondiale e mai più ricostruito nella sua forma originaria.
C’è anche una svista irresistibile: Byron scrive di aver attraversato il Po entrando a Mantova, ma naturalmente si trattava del Mincio. Anche i grandi viaggiatori, ogni tanto, sbagliano fiume.
È un inizio perfetto: Mantova appare non come città immobile e silenziosa, ma come luogo vivo, trafficato, rumoroso, confuso. Una città che si conquista entrando, inciampando, osservando male e poi correggendo lo sguardo.
Durante Festivaletteratura Mantova cambia volto, ma i mantovani restano fedeli alle proprie abitudini. Tra biciclette lanciate nella folla, necrologi letti al bar, lamentele sui parcheggi e antiche ferite mai dimenticate, ecco cinque mosse ironiche per confondersi tra i nativi e vivere il Festival con autentico spirito mantovano.
Provate a leggere e a verificare se siete anche voi mantovani dentro oppure no.
Ecco i testi utilizzati per la pagina e di seguito le pagine singole. Per chi volesse sfogliare MCG on line lo può fare al link seguente MCG Agosto 2026/Settembre 2026
COME SEMBRARE MANTOVANO DURANTE IL FESTIVALETTERATURA
Per chi desiderasse mimetizzarsi tra i nativi proponiamo cinque semplici mosse da mettere in pratica
DI GIACOMO CECCHIN
A settembre Mantova entrerà nel pieno della trentesima edizione di Festivaletteratura. Per cinque giorni il centro storico cambierà volto: le piazze si riempiranno di incontri, i cortili dei palazzi accoglieranno scrittori e lettori e persino le code sembreranno accettabili.
Gli autori ospiti, gli editori, i volontari e soprattutto i lettori non mantovani si riconoscono facilmente. Passeggiano per il centro con il programma stretto tra le mani, lo sguardo sognante e una certa apprensione per l’evento successivo.
È quasi impossibile scambiarli per abitanti del posto. Per chi desiderasse mimetizzarsi tra i nativi e non essere immediatamente identificato come forestiero, proponiamo dunque cinque semplici mosse da mettere in pratica.
Il suggerimento è di sperimentarne almeno una al giorno, così da arrivare preparati alla prossima edizione.
Giulio Romano non è soltanto un nome da incontrare nei manuali di storia dell’arte o nelle sale di Palazzo Te.
È un personaggio da seguire a episodi.
Prima c’è Roma, con la bottega di Raffaello, i grandi cantieri papali, l’ambizione di chi impara presto che l’arte non è mai solo talento, ma anche lavoro, relazioni, incarichi, reputazione.
Poi c’è la competizione, quella vera, con il mondo di Michelangelo, con Sebastiano del Piombo, con una Roma dove ogni parete importante è anche una conquista.
O meglio: è anche una corsa di cavalli. Ma se lo raccontiamo così, abbiamo già perso quasi tutto.
Scrivo questo post oggi perché oggi si dovrebbe correre il Palio dell’Assunta spostato al 17 e poi al 18 agosto per il maltempo.
Il Palio è città, rito, appartenenza, contrade, memoria, teatro civile, rivalità, regole antiche e passione contemporanea. È una festa che si può amare, criticare, discutere. Ma difficilmente si può liquidare in poche parole.
Su Mantovastoria, negli anni, il Palio è tornato più volte. Non solo come evento senese, ma come occasione per parlare di letteratura, di storia italiana e anche dei legami sorprendenti tra Siena e Mantova.
Tre spunti per rileggerlo.
1. Il Palio letterario
Il Palio è entrato anche nella letteratura. Aldous Huxley lo osservò con occhi stranieri, cogliendo la forza dell’attesa, della città che cambia ritmo nei giorni della corsa, della tensione che precede quei pochi minuti in Piazza del Campo.
Fruttero e Lucentini, invece, ci hanno lasciato una delle invenzioni più affascinanti: Il Palio delle contrade morte, un giallo costruito attorno alle contrade scomparse di Siena. Perché il Palio non vive soltanto nella corsa presente. Vive anche nelle assenze, nei nomi perduti, nelle memorie che continuano a lavorare sotto la superficie.
2. I legami con Mantova
Siena e Mantova sono più vicine di quanto sembri.
I Gonzaga furono grandi allevatori e appassionati di cavalli. I cavalli mantovani correvano nei palii, compreso quello di Siena, e Palazzo Te conserva ancora oggi nella Sala dei Cavalli una delle immagini più potenti di questa cultura equestre.
Mantova, prima dei motori, aveva già una sua “motor valley”: scuderie, razze pregiate, corse, prestigio, competizione.
E poi ci sono altri fili: santi, artisti, collezioni, personaggi, episodi storici che legano le due città in modi inattesi.
3. L’amore per il Palio
Il Palio si ama o si odia. Spesso si critica. Qualche volta si fraintende.
Ma per capirlo bisogna accettare che non è uno spettacolo costruito per il turista. È una cosa più difficile: una tradizione viva, con le sue regole, le sue tensioni, le sue contraddizioni.
Il Palio insegna che una comunità non è fatta solo di consenso, ma anche di conflitto regolato. Che la vittoria conta, eccome. Che la sconfitta brucia. Che l’identità non è uno slogan, ma qualcosa che si eredita, si pratica e si difende.
Forse è per questo che continua a parlarci.
Perché sotto la polvere della Piazza, sotto i colori delle contrade, sotto i cavalli e i fantini, c’è una domanda molto moderna: che cosa tiene insieme una comunità?
Ecco alcuni articoli di Mantovastoria per approfondire:
The Palio of Siena is not just a horse race. It is ritual, identity, memory and belonging. Over the years, Mantova Storia has explored the Palio through literature, history and its unexpected links with Mantua: from Aldous Huxley’s impressions to Fruttero and Lucentini’s fictional contrade, from the Gonzaga passion for horses to the cultural legacy of Palazzo Te. This article brings together different perspectives to show why the Palio remains a living tradition, full of emotion, conflict, rules and collective memory.
Estratto SEO
Il Palio di Siena non è solo una corsa di cavalli: è rito, identità, memoria e appartenenza. Da anni Mantova Storia racconta il Palio attraverso prospettive diverse: la letteratura di Aldous Huxley e Fruttero & Lucentini, i legami storici con Mantova e i Gonzaga, la cultura equestre delle corti rinascimentali, l’amore per una tradizione che divide, emoziona e continua a interrogare il presente. Dai cavalli mantovani che correvano nei palii alla Sala dei Cavalli di Palazzo Te, dai romanzi ispirati alle contrade alle riflessioni di Duccio Balestracci, il Palio diventa una chiave per leggere Siena, ma anche la storia italiana delle comunità, delle regole, della rivalità e della festa. Un percorso tra articoli, suggestioni e approfondimenti per capire perché il Palio non si può ridurre a spettacolo turistico: è una forma viva di racconto collettivo.
The Palio of Siena: More Than a Horse Race
The Palio of Siena is not just a horse race. It is ritual, identity, memory and belonging. Over the years, Mantova Storia has explored the Palio through literature, history and its unexpected links with Mantua: from Aldous Huxley’s impressions to Fruttero and Lucentini’s fictional contrade, from the Gonzaga passion for horses to the cultural legacy of Palazzo Te. This article brings together different perspectives to show why the Palio remains a living tradition, full of emotion, conflict, rules and collective memory.
Le Palio de Sienne : bien plus qu’une course de chevaux
Le Palio de Sienne n’est pas seulement une course de chevaux. C’est un rite, une identité, une mémoire et une appartenance. Au fil des années, Mantova Storia a raconté le Palio à travers la littérature, l’histoire et ses liens inattendus avec Mantoue : d’Aldous Huxley à Fruttero et Lucentini, de la passion des Gonzague pour les chevaux à l’héritage culturel du Palazzo Te. Cet article réunit plusieurs regards pour comprendre pourquoi le Palio reste une tradition vivante, faite d’émotion, de rivalité, de règles et de mémoire collective.
In questi anni abbiamo raccontato Mantova in molti modi: attraverso i suoi palazzi, i santi, le piazze, i personaggi, i libri, le battaglie, le curiosità e quelle storie minori che spesso aiutano a capire meglio anche la grande storia.
Per questa estate abbiamo deciso di raccoglierne alcune in una forma nuova.
Nasce così “Mantova, 21 storie della buonanotte e un buongiorno gonzaghesco”: una piccola rivista digitale che vogliamo regalare ai lettori di Mantovastoria.
Ventuno storie da leggere una alla volta, senza fretta. Magari la sera, prima di chiudere la giornata. Oppure durante una pausa, in viaggio, sotto l’ombrellone o semplicemente quando viene voglia di tornare a curiosare tra le strade di Mantova.
Ogni storia è condensata in una scheda: una copertina, un breve racconto, alcune parole chiave e una frase da ricordare. Non vuole sostituire gli articoli del blog, ma offrire un piccolo assaggio di Mantova, da sfogliare con leggerezza e, speriamo, con un po’ di curiosità.
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Un viaggio controcorrente, da Venezia a Mantova, a bordo di una nave quasi vuota. Senza turisti e biciclette, l’Ave Maria torna al porto di Valdaro accompagnata soltanto dal suo equipaggio. Lungo circa 200 chilometri e nove conche di navigazione, il tempo cambia misura: non conta più arrivare in fretta, ma seguire il ritmo dell’acqua, osservare la pianura e riscoprire Mantova dalla prospettiva delle sue antiche vie fluviali.
Provate a leggere e a capire se è una crociera che fa per voi e se invece preferite i video ecco il servizio andato in onda nel TG di Telemantova mercoledì 5 agosto 2026.
Ecco i testi utilizzati per la pagina e di seguito le pagine singole. Per chi volesse sfogliare MCG on line lo può fare al link seguente MCG Agosto 2026/Settembre 2026
IL VIAGGIO CONTROCORRENTE DELL’AVE MARIA
Un viaggio insolito da Venezia a Mantova sul Canalbianco
Di Giacomo Cecchin
Da Venezia le navi partono cariche di passeggeri. Io invece mi sono imbarcato su una nave vuota. O quasi. Sull’Ave Maria non c’erano turisti, biciclette da scaricare, valigie da sistemare nelle cabine o viaggiatori pronti a consultare il programma della giornata. C’era soltanto l’equipaggio e il vostro giornalista a riportare a casa l’Ave Maria da Venezia al porto di Valdaro, a Mantova.
A governare l’Ave Maria c’era il capitano Riccardo Tamani, affiancato dai marinai e cuochi Alberto e Silvia. Con noi anche un’altra Silvia, guida dei viaggi organizzati da Girolibero.
La mia non è stata una crociera classica: l’Ave Maria si godeva una settimana di pausa nel mezzo di una stagione che ha portato 1.500 ospiti da tutto il mondo. Doveva semplicemente tornare a casa. “Semplicemente”, però, è una parola che lungo un’idrovia perde rapidamente il proprio significato.
Il 10 agosto, giorno di San Lorenzo, succede sempre la stessa cosa: anche chi durante l’anno non guarda mai il cielo diventa improvvisamente astronomo, poeta e cacciatore di desideri.
Si esce, si cerca un posto abbastanza buio, si alzano gli occhi e si aspetta.
Una stella cadente. Una scia luminosa. Un segnale. Un desiderio da esprimere in fretta, prima che sparisca.
La notte di San Lorenzo è una delle poche occasioni in cui il cielo torna a essere una faccenda popolare. Non servono telescopi, formule, mappe stellari o conoscenze da astrofisico. Basta guardare in alto e sperare.
A Mantova, però, il gioco può diventare ancora più interessante. Perché qui San Lorenzo non è soltanto il santo delle stelle cadenti. È anche il nome di una delle chiese più amate della città, la Rotonda di San Lorenzo, e l’occasione per scoprire che Mantova possiede diversi cieli dipinti, zodiaci, costellazioni e segni astrologici nascosti tra palazzi, torri e sale affrescate.
Insomma: il 10 agosto si può guardare il cielo vero. Ma a Mantova si possono guardare anche i cieli costruiti dagli uomini.
San Lorenzo e le stelle cadenti
Perché le stelle cadenti sono legate a San Lorenzo?
La spiegazione più diffusa le collega alle lacrime del santo, versate durante il martirio e trasformate dalla tradizione popolare in una pioggia luminosa nel cielo di agosto.
C’è però anche una versione più concreta, più ruvida e forse più efficace: le stelle cadenti sarebbero le scintille della graticola che fu uno degli strumenti di tortura cui San Lorenzo fu sottoposto.
Da qui il detto veneto:
“San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti.”
È un’immagine fortissima. Le stelle non sono più soltanto lacrime, ma carboni accesi, frammenti di fuoco, scintille che cadono dal cielo. La notte di San Lorenzo diventa così una strana miscela di devozione, astronomia popolare, poesia e brace celeste.
Del resto San Lorenzo è proprio il santo della graticola. Secondo la tradizione, fu martirizzato a Roma il 10 agosto 258, durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano. Ed è curioso pensare che, se molti santi vengono ricordati con attributi eleganti, palme, libri, gigli o spade, Lorenzo resta legato a uno strumento terribile e quotidiano: una graticola.
Da martirio a proverbio, da proverbio a stelle cadenti, da stelle cadenti a desideri: il passaggio è lungo, ma funziona ancora.