Ci sono città che si visitano guardando i monumenti. Altre si capiscono meglio leggendo le parole di chi le ha attraversate.
Mantova appartiene a entrambe le categorie.
È città d’acqua, di palazzi, di piazze, di torri, di cortili e di chiese. Ma è anche una città piena di voci: poeti nati qui, scrittori passati di qui, viaggiatori più o meno benevoli, autori che l’hanno trasformata in luogo letterario, personaggi che l’hanno resa scenario, rifugio, esilio, farmacia, memoria.
Una passeggiata letteraria serve proprio a questo: non soltanto a spostarsi da un luogo all’altro, ma a cambiare modo di guardare.
Non è una visita guidata tradizionale. È una guida nello sguardo.
Le guide letterarie, da Giampaolo Dossena a Maurer e Maurer, hanno insegnato che un luogo può essere letto come una pagina: ci sono frasi da ritrovare, personaggi da evocare, citazioni da verificare, errori da perdonare e dettagli da far parlare. Il post originale di Mantovastoria su Robert Byron ricordava proprio alcuni testi di riferimento per una Mantova letteraria: I luoghi letterari di Giampaolo Dossena, la Guida letteraria dell’Italia di Maurer e Maurer e anche il Fai da te di Dossena, che contiene una passeggiata sulle tracce del Baldus di Teofilo Folengo.
E allora partiamo.
Non dal centro, ma da un ingresso.
Il Ponte dei Mulini: Robert Byron entra in città
Il punto di partenza è il Ponte dei Mulini.
Qui entra in scena Robert Byron, scrittore e viaggiatore inglese, autore di Europe in the Looking Glass, tradotto in italiano come L’Europa vista dal parabrezza.
Nel 1925 Byron arriva a Mantova in automobile. L’ingresso non è proprio poetico nel senso da cartolina. È caotico, rumoroso, quasi animalesco. Byron descrive un “ponte coperto stretto e buio” dove regna una confusione indescrivibile, tra carretti e mandrie spaventate. Quel ponte era il Ponte dei Mulini, poi bombardato durante la Seconda guerra mondiale e mai più ricostruito nella sua forma originaria.
C’è anche una svista irresistibile: Byron scrive di aver attraversato il Po entrando a Mantova, ma naturalmente si trattava del Mincio. Anche i grandi viaggiatori, ogni tanto, sbagliano fiume.
È un inizio perfetto: Mantova appare non come città immobile e silenziosa, ma come luogo vivo, trafficato, rumoroso, confuso. Una città che si conquista entrando, inciampando, osservando male e poi correggendo lo sguardo.
Nella storia di Mantova ci sono date che funzionano come una porta girevole o meglio una sliding door. Prima c’è una città. Dopo ce n’è un’altra.
La notte tra il 15 e il 16 agosto 1328 è una di queste.
Mantova è ancora governata dai Bonacolsi, famiglia potente e temuta. Ma mentre la città è reduce dai festeggiamenti dell’Assunta, un gruppo di congiurati entra in azione. Il momento è scelto con intelligenza: dopo la festa, dopo il vino, dopo la confusione, la guardia può essere più bassa.
E infatti lo è.
A guidare la congiura c’è Luigi Corradi da Gonzaga, poi ricordato come Luigi Gonzaga. Non è un ragazzo impaziente, non è un capitano alla prima avventura, non è un ambizioso qualsiasi. Ha circa sessant’anni. Per il Trecento è un’età importante, quasi da patriarca. Eppure proprio a quell’età riesce a fare quello che forse aveva sognato per tutta la vita: prendere Mantova.
Da quella notte comincia la lunga storia dei Gonzaga al potere. Una storia durata quasi quattro secoli.
Prima dei Gonzaga: i Bonacolsi
Per capire il colpo di Stato bisogna ricordare chi c’era prima.
Prima dei Gonzaga, Mantova era la città dei Bonacolsi. Il nome più celebre è quello di Rinaldo Bonacolsi, detto Passerino, ultimo signore della famiglia. I Bonacolsi avevano governato Mantova per decenni, trasformandola in una signoria cittadina, inserita nei complicati equilibri politici dell’Italia comunale e signorile.
Erano anni in cui le città non vivevano tranquille. Alleanze, tradimenti, imperatori, papi, famiglie rivali, eserciti mercenari e signori vicini rendevano ogni equilibrio provvisorio.
Mantova non faceva eccezione.
I Bonacolsi erano forti, ma non invincibili. Attorno a loro crescevano malcontenti, ambizioni, inimicizie. E tra coloro che osservavano, attendevano e preparavano il momento giusto c’era Luigi Corradi da Gonzaga.
La notte dell’Assunta, quel momento arriva.
Luigi Gonzaga e il sogno di conquistare una città
L’immagine più bella, e anche più umana, è quella di Luigi.
Possiamo immaginarlo da bambino, mentre qualcuno gli chiede: “Tu che cosa vuoi fare da grande?”
Altri avrebbero risposto: il cavaliere, il mercante, il notaio, il capitano.
Lui, nella fantasia, avrebbe potuto rispondere: “Voglio conquistare una città.”
È una battuta, certo. Ma rende bene l’idea. Luigi Gonzaga arriva al potere tardi, dopo una lunga attesa. Non è il giovane eroe che prende il mondo d’assalto. È l’uomo maturo che aspetta, costruisce relazioni, valuta gli alleati, misura i tempi e alla fine colpisce.
E colpisce nel punto giusto.
Nel 1328 prende il potere su Mantova. Non lo fa con una successione ordinata, non con un passaggio elegante di consegne, non con un’investitura da romanzo cavalleresco. Lo fa con un colpo di Stato.
La politica medievale, del resto, raramente aveva i guanti bianchi.
Luigi morirà molti anni dopo, quasi novantenne, lasciando dietro di sé mogli, figli, discendenti e soprattutto una dinastia destinata a cambiare per sempre la storia della città.
La notte della congiura
La scena merita di essere immaginata.
È agosto. Fa caldo. Mantova è una città d’acqua, di ponti, di porte, di piazze, di palazzi fortificati. La festa dell’Assunta ha riempito le strade. Dopo il giorno sacro, arriva la notte politica.
I congiurati entrano da Porta Mulina, punto strategico per l’accesso alla città. Da lì l’azione si sposta verso il cuore del potere: il Palazzo del Capitano, il centro politico e simbolico di Mantova.
Lo scontro è rapido e violento.
Passerino Bonacolsi viene ucciso. La famiglia che aveva retto Mantova esce di scena. I Gonzaga entrano nella storia.
È uno di quei momenti in cui la città cambia padrone, ma anche racconto. Perché da lì in avanti la versione dei fatti sarà scritta dai vincitori. E i vincitori, come si sa, hanno sempre molta fantasia quando devono trasformare un omicidio politico in una liberazione provvidenziale.
Passerino Bonacolsi e il corpo del nemico
La fine di Passerino Bonacolsi è uno degli episodi più cupi e curiosi della storia mantovana.
Secondo la tradizione, il suo corpo mummificato sarebbe stato conservato a lungo nei palazzi dei Gonzaga, addirittura collocato sopra un ippopotamo impagliato.
Sembra una leggenda nera, una di quelle storie che a Mantova piacciono moltissimo perché mescolano potere, superstizione, teatro e macabro. Ma il significato simbolico è chiaro: il nemico sconfitto non viene semplicemente eliminato. Viene trattenuto, esposto, trasformato in ammonimento.
È il potere che dice: guardate che cosa accade a chi perde.
Anche qui la storia diventa racconto. E il racconto diventa memoria politica.
La vendetta nella Torre della Fame di Castel d’Ario
La fine dei Bonacolsi, però, non si consuma soltanto nella notte mantovana del 1328. Dopo la morte di Passerino, la tragedia familiare continua a Castel d’Ario.
Qui entra in scena una delle pagine più nere della vicenda. Secondo la tradizione, alcuni membri della famiglia Bonacolsi furono rinchiusi nella torre interna del castello e lasciati morire di fame. Non è un dettaglio secondario, perché quella torre ancora oggi è ricordata come Torre della Fame.
Durante lavori ottocenteschi furono rinvenuti sette scheletri, attribuiti dalla tradizione locale a tre membri della famiglia Pico della Mirandola e a quattro membri della famiglia Bonacolsi, lasciati morire di fame rispettivamente nel 1321 e nel 1328.
Il meccanismo della vendetta è terribile. Prima erano stati alcuni membri dei Pico a morire nella torre per ordine dei Bonacolsi; dopo la caduta dei Bonacolsi, la stessa sorte sarebbe toccata ai discendenti di Passerino. La politica medievale, quando decideva di chiudere i conti, non aveva bisogno di molte sfumature.
Il riferimento letterario viene quasi da sé: il conte Ugolino nel canto XXXIII dell’Inferno di Dante. Anche lì c’è una torre, anche lì c’è la fame, anche lì c’è una famiglia condannata a una morte lenta e atroce. Ugolino non è un paragone storico diretto, ma è un parallelo potentissimo: la fame come punizione politica, la prigionia come vendetta, il corpo del nemico trasformato in messaggio.
Così la caduta dei Bonacolsi esce dalla cronaca cittadina e diventa qualcosa di più grande: una storia italiana di potere, vendetta e memoria. Mantova ha la sua notte del colpo di Stato; Castel d’Ario conserva il suo epilogo più cupo.
La Cacciata dei Bonacolsi: un film dipinto
Più di un secolo e mezzo dopo, nel 1494, il marchese Francesco II Gonzaga commissiona a Domenico Morone un grande dipinto dedicato proprio a quell’episodio: La Cacciata dei Bonacolsi.
È passato abbastanza tempo perché il sangue diventi memoria ufficiale.
Il quadro è straordinario perché non racconta un solo momento, ma una sequenza. Sembra quasi un film prima del cinema, oppure una grande tavola a fumetti. Gli eventi si dispongono uno dopo l’altro: l’ingresso dei congiurati, gli scontri in piazza, la vittoria, il ringraziamento religioso.
Tutto è costruito per dire una cosa precisa: i Gonzaga non hanno semplicemente preso il potere. Hanno liberato Mantova.
Naturalmente è una lettura di parte. Ma proprio per questo è interessantissima. Il quadro non è solo una testimonianza artistica. È propaganda dinastica. È il modo in cui una famiglia racconta la propria nascita politica, rendendola solenne, inevitabile, quasi sacra.
Un quadro pieno di anacronismi
Come spesso accade nelle immagini storiche, il dipinto di Morone non va letto come una fotografia.
Nel 1328 la piazza era occupata da un quartiere. La cattedrale ha la facciata gotica del 1400 che oggi non esiste più. La città viene raccontata con gli occhi del Quattrocento, non con quelli del Trecento.
Ma questo non è un difetto.
È proprio il bello del quadro.
Morone non vuole ricostruire archeologicamente l’evento. Vuole renderlo comprensibile, memorabile, politico. Vuole trasformare una congiura cittadina in una scena epica. E per farlo usa la Mantova che conosce, quella del suo tempo, la città ormai pienamente gonzaghesca.
Il passato viene rimesso in scena per parlare al presente.
Cangrande della Scala: l’alleato che voleva vincere due volte
Nella presa di Mantova c’è un altro personaggio decisivo: Cangrande della Scala, signore di Verona.
Cangrande aiuta i Gonzaga, ma non per generosità. Nella politica medievale la generosità era merce rara, e quasi sempre aveva una contropartita.
Il suo obiettivo era probabilmente usare i Gonzaga per indebolire i Bonacolsi e poi ottenere per sé un vantaggio decisivo su Mantova, magari attraverso il riconoscimento imperiale. In sostanza: far fare ad altri il lavoro sporco e poi incassare il risultato.
Il piano però non riesce.
Nel 1329, l’anno successivo alla presa di Mantova, Cangrande muore dopo la conquista di Treviso. Per molto tempo si è parlato di malore, congestione, colpo di calore. Le analisi moderne sui resti hanno invece individuato la presenza di digitale, un potente veleno vegetale e quindi la fantasia storica corre.
Chi lo avvelenò? Perché? E se in quel veleno ci fosse anche l’ombra dei giochi politici nati attorno a Mantova?
Non abbiamo certezze. Ma la domanda resta perfetta per una città che, secoli dopo, avrebbe dato a Shakespeare il farmacista capace di vendere il veleno a Romeo.
Dante non vide i Gonzaga al potere
C’è un dettaglio importante: Dante non parla dei Gonzaga nella Divina Commedia.
Non perché li ignorasse per scelta, ma perché muore nel 1321, sette anni prima della presa del potere da parte di Luigi Corradi. Dante conosce però il mondo politico in cui i Gonzaga si muovono: conosce i Bonacolsi, conosce Mantova, conosce Cangrande della Scala, che lo ospitò a Verona.
Nel XX canto dell’Inferno, parlando della situazione politica mantovana, Dante ricorda l’inganno subito dai Casalodi da parte di Pinamonte Bonacolsi:
“Già fuor le genti sue dentro più spesse, prima che la mattia da Casalodi da Pinamonte inganno ricevesse.”
È una terzina severa. Ci ricorda che Mantova, prima ancora dei Gonzaga, era già entrata nella grande letteratura attraverso le sue lotte politiche.
Cangrande, invece, compare nel Paradiso con toni ben più alti. Dante ne parla come del “gran Lombardo”.
La storia, come sempre, dipende anche da chi la racconta.
Dal colpo di Stato alla dinastia
Quella notte d’agosto non fu soltanto la fine dei Bonacolsi. Fu l’inizio di una delle dinastie più importanti del Rinascimento italiano.
I Gonzaga avrebbero trasformato Mantova in una corte europea. Avrebbero chiamato artisti, architetti, musicisti, diplomatici e letterati. Avrebbero costruito palazzi, collezionato meraviglie, intrecciato matrimoni, guerre e alleanze. Avrebbero portato la città da signoria locale a capitale culturale.
Ma all’inizio di tutto non c’è un affresco elegante.
C’è una congiura.
C’è una porta.
C’è una notte d’agosto.
C’è un uomo di sessant’anni che aspetta il momento giusto e decide che il suo tempo è arrivato.
Luigi, Ludovico, Aloisio: un nome solo, molti Gonzaga
C’è poi una curiosità genealogica, ma molto utile per raccontare i Gonzaga: il nome Luigi.
Il primo grande Luigi della famiglia è naturalmente Luigi Corradi da Gonzaga, il protagonista della presa di Mantova del 1328. È lui il fondatore politico della dinastia mantovana: l’uomo che, già avanti con gli anni, riesce a trasformare un’ambizione familiare in un potere cittadino.
Poi il nome ritorna, ma con forme diverse: Luigi, Ludovico, Aloisio, Aluigi. Sono nomi affini, spesso trattati come varianti o forme imparentate. Ed è qui che nasce una piccola confusione, soprattutto per chi guarda la storia dei Gonzaga da fuori Mantova.
Gli storici non mantovani infatti chiamano il nipote di Luigi Ludovico II Gonzaga, signore di Mantova dal 1369 al 1382. Viene considerato “secondo di questo nome” perché prima di lui contano Luigi/Ludovico I, cioè il fondatore del 1328. A questo punto il Ludovico della Camera degli Sposi viene chiamato Ludovico III Gonzaga.
I mantovani si perdono in questa situazione perché per loro Ludovico II (terzo per gli altri) è un marchese giusto e colto mentre Ludovico I (secondo per gli altri) è un crudele fratricida.
Il nome ritorna poi in altri rami della famiglia.
C’è San Luigi Gonzaga, nato a Castiglione delle Stiviere nel 1568, figura completamente diversa dal fondatore: non il conquistatore di una città, ma il giovane nobile che rinuncia alla carriera dinastica e militare per entrare nella Compagnia di Gesù.
E c’è Luigi Gonzaga, detto anche Aloisio, signore di Castel Goffredo, Castiglione e Solferino, figura militare e politica del Cinquecento e nonno di San Luigi. Alla sua discendenza si collegano i rami di Castel Goffredo, Castiglione delle Stiviere e Solferino.
Insomma, nella famiglia Gonzaga il nome Luigi non è solo un nome. È una piccola chiave dinastica. Apre il racconto del potere, della santità, dei rami cadetti, delle confusioni genealogiche e perfino della Camera degli Sposi.
Potremmo dirla così: a Mantova Luigi prende la città; Ludovico la trasforma in corte; San Luigi rinuncia al potere; Aloisio lo porta nei rami di Castel Goffredo, Castiglione e Solferino.
Quattro modi diversi di portare, più o meno, lo stesso nome.
La storia scritta dai vincitori
La presa del potere dei Gonzaga è un episodio perfetto per capire come funziona la memoria storica.
Per i Bonacolsi fu una tragedia. Per i Gonzaga fu una liberazione. Per Morone fu un grande quadro celebrativo. Per Mantova fu l’inizio di un nuovo racconto.
A distanza di secoli, possiamo guardare quella notte senza dover scegliere per forza una tifoseria. Possiamo riconoscere la violenza del colpo di Stato e, insieme, comprendere l’importanza storica di ciò che ne seguì.
I Gonzaga non nacquero come dinastia raffinata tra quadri, feste e giardini. Nacquero dentro la politica dura del Trecento. Solo dopo arrivarono Mantegna, Giulio Romano, Palazzo Te, le collezioni, la corte, il mito rinascimentale.
Prima del Rinascimento c’è sempre qualcosa di meno elegante.
In questo caso, una presa di potere.
Una città cambia nome senza cambiare mura
Il 16 agosto 1328 Mantova non cambia geografia. Restano le acque, le strade, le porte, le case, le chiese, i palazzi. Ma cambia il centro del potere.
È questo il fascino delle città storiche: sembrano immobili, ma sotto le pietre si muovono rivoluzioni.
Quel giorno Mantova smette lentamente di essere la città dei Bonacolsi e inizia a diventare la città dei Gonzaga.
Non accade tutto in una notte, naturalmente. Le dinastie si costruiscono nel tempo. Ma ogni lunga storia ha bisogno di un primo capitolo. E quello dei Gonzaga comincia così: con una festa religiosa, una congiura notturna, un alleato ingombrante, un signore ucciso, una vendetta consumata nella fame e un nome, Luigi, destinato a ritornare più volte nella storia della famiglia.
Un sogno non proprio innocente.
Ma decisamente riuscito.
Alcuni link per approfondire
1. Post originale – Mantovastoria Il punto di partenza di questo articolo esteso: la presa del potere dei Gonzaga nella notte dell’Assunta del 1328, Luigi Corradi da Gonzaga, i Bonacolsi, Cangrande della Scala e i riferimenti danteschi. https://mantovastoria.it/2018/08/15/690-anni-fa-i-gonzaga/
2. Catalogo generale dei Beni Culturali – “Cacciata dei Bonacolsi ed elevazione dei Gonzaga” Scheda ufficiale del Ministero della Cultura dedicata all’opera collegata al dipinto di Domenico Morone, utile per il riferimento iconografico e storico alla scena della cacciata. https://catalogo.cultura.gov.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0300150324
3. Treccani – Gonzaga Scheda enciclopedica sulla famiglia Gonzaga: dalle origini come Corradi di Gonzaga alla presa di Mantova nel 1328, fino allo sviluppo della dinastia. Utile per inquadrare il passaggio da signoria cittadina a grande famiglia rinascimentale. https://www.treccani.it/enciclopedia/gonzaga/
The Gonzaga Take Mantua: A Night That Changed the City
On the night between 15 and 16 August 1328, Luigi Gonzaga led the conspiracy that ended Bonacolsi rule in Mantua. Starting from that violent turning point, the article follows the rise of the Gonzaga dynasty, the memory shaped by Domenico Morone’s painting, the dark epilogue of Castel d’Ario, and the long story of a family that turned a coup into a Renaissance court.
Les Gonzague prennent Mantoue : une nuit qui changea la ville
Dans la nuit du 15 au 16 août 1328, Luigi Gonzaga mena la conspiration qui mit fin au pouvoir des Bonacolsi à Mantoue. À partir de cet épisode violent, l’article raconte la naissance de la dynastie des Gonzague, la mémoire construite par le tableau de Domenico Morone, le sombre épilogue de Castel d’Ario et l’histoire d’une famille qui transforma un coup d’État en cour de la Renaissance.
La Vie en road: Walking Routes, Stories and Sound Postcards
La Vie en road is a Mikroradio podcast dedicated to walking routes, slow travel and the stories hidden within landscapes. Hosted by Andrea Piazza, it brings together 24 episodes devoted to historic roads, pilgrim paths and cultural itineraries across Italy and Europe. Each episode combines practical information, personal experiences and a deeper look at the territories crossed on foot. A distinctive feature of the podcast is Cartoline sonore, the “sound postcards” curated by Giacomo Cecchin: short narrative stops that explore places, memories, saints, relics, battles, villages and curiosities along the way. The result is not just a guide to walking, but an invitation to listen to the world step by step.
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La Vie en road : chemins, récits et cartes postales sonores
La Vie en road est un podcast de Mikroradio consacré aux chemins, au voyage lent et aux histoires cachées dans les territoires. Animé par Andrea Piazza, il réunit 24 épisodes dédiés aux routes historiques, aux itinéraires de pèlerinage et aux parcours culturels en Italie et en Europe. Chaque épisode associe informations pratiques, expériences personnelles et découverte des lieux traversés à pied. L’un des éléments les plus originaux du podcast est constitué par les Cartoline sonore, les « cartes postales sonores » de Giacomo Cecchin : de courtes étapes narratives consacrées aux lieux, aux mémoires, aux saints, aux reliques, aux batailles, aux villages et aux curiosités rencontrés en chemin. Plus qu’un guide de randonnée, le podcast devient une invitation à écouter le monde pas après pas.
Il 10 agosto, giorno di San Lorenzo, succede sempre la stessa cosa: anche chi durante l’anno non guarda mai il cielo diventa improvvisamente astronomo, poeta e cacciatore di desideri.
Si esce, si cerca un posto abbastanza buio, si alzano gli occhi e si aspetta.
Una stella cadente. Una scia luminosa. Un segnale. Un desiderio da esprimere in fretta, prima che sparisca.
La notte di San Lorenzo è una delle poche occasioni in cui il cielo torna a essere una faccenda popolare. Non servono telescopi, formule, mappe stellari o conoscenze da astrofisico. Basta guardare in alto e sperare.
A Mantova, però, il gioco può diventare ancora più interessante. Perché qui San Lorenzo non è soltanto il santo delle stelle cadenti. È anche il nome di una delle chiese più amate della città, la Rotonda di San Lorenzo, e l’occasione per scoprire che Mantova possiede diversi cieli dipinti, zodiaci, costellazioni e segni astrologici nascosti tra palazzi, torri e sale affrescate.
Insomma: il 10 agosto si può guardare il cielo vero. Ma a Mantova si possono guardare anche i cieli costruiti dagli uomini.
San Lorenzo e le stelle cadenti
Perché le stelle cadenti sono legate a San Lorenzo?
La spiegazione più diffusa le collega alle lacrime del santo, versate durante il martirio e trasformate dalla tradizione popolare in una pioggia luminosa nel cielo di agosto.
C’è però anche una versione più concreta, più ruvida e forse più efficace: le stelle cadenti sarebbero le scintille della graticola che fu uno degli strumenti di tortura cui San Lorenzo fu sottoposto.
Da qui il detto veneto:
“San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti.”
È un’immagine fortissima. Le stelle non sono più soltanto lacrime, ma carboni accesi, frammenti di fuoco, scintille che cadono dal cielo. La notte di San Lorenzo diventa così una strana miscela di devozione, astronomia popolare, poesia e brace celeste.
Del resto San Lorenzo è proprio il santo della graticola. Secondo la tradizione, fu martirizzato a Roma il 10 agosto 258, durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano. Ed è curioso pensare che, se molti santi vengono ricordati con attributi eleganti, palme, libri, gigli o spade, Lorenzo resta legato a uno strumento terribile e quotidiano: una graticola.
Da martirio a proverbio, da proverbio a stelle cadenti, da stelle cadenti a desideri: il passaggio è lungo, ma funziona ancora.
Mantova è una città che è stata raccontata molte volte e in molti modi. Ci sono le guide turistiche, i volumi di storia, i libri fotografici, le pubblicazioni dedicate ai suoi monumenti più celebri, da Palazzo Ducale a Palazzo Te. Eppure, accanto ai grandi libri “da scaffale”, esistono opere più discrete, forse meno conosciute, che hanno avuto il merito di porre domande fondamentali: come si è formata Mantova? In che modo l’acqua ne ha determinato il destino? Perché porte, ponti, chiese, strade e quartieri si trovano proprio dove li vediamo ancora oggi o perché non esistono più?
Tra questi libri da riscoprire c’è La Città e il Fiume. Appunti per una didattica della storia urbana di Mantova, pubblicato nel 1983 da Publi Paolini. Un titolo semplice, quasi scolastico, che però contiene un’intuizione ancora attualissima: per comprendere Mantova bisogna partire dal suo rapporto con il fiume, con i laghi, con le acque che l’hanno protetta, nutrita, trasformata e resa unica.
Un libro forse dimenticato, ma ancora necessario
Il sottotitolo dell’opera — Appunti per una didattica della storia urbana di Mantova — potrebbe oggi sembrare poco invitante. La parola “didattica” spesso fa pensare a qualcosa di rigido, scolastico, destinato agli addetti ai lavori o agli studenti costretti a seguire una lezione. In realtà, proprio questa impostazione è uno dei punti di forza del volume.
La Città e il Fiume non è un libro da leggere soltanto in modo lineare. È un libro da consultare, sfogliare, attraversare. È costruito per schede, immagini, mappe, riferimenti puntuali. Aiuta il lettore a orientarsi nello spazio urbano e a capire che la città non è un insieme casuale di edifici, ma il risultato di scelte, necessità, difese, commerci, trasformazioni ambientali e politiche.
In questo senso, la sua natura “didattica” non è un limite. Al contrario, è ciò che lo rende ancora prezioso. Spiegare bene, indicare i luoghi, mostrare le connessioni, accompagnare chi guarda: sono tutte operazioni fondamentali per rendere la storia accessibile e viva.
Ci sono documenti d’archivio che a prima vista sembrano fatti apposta per scoraggiare il lettore: registri di spese, elenchi di vivande, conti di bottega, formule notarili, nomi oggi dimenticati. Eppure, a saperli interrogare, possono trasformarsi in una macchina del tempo.
È quello che accade con il Liber Magne Curie, il registro che racconta la grande festa organizzata dai Gonzaga a Mantova nel febbraio del 1340. Una festa durata otto giorni, con banchetti, cerimonie cavalleresche, ospiti illustri, alleanze matrimoniali e un messaggio politico chiarissimo: i Gonzaga, da poco padroni della città, non erano più soltanto una famiglia emergente. Volevano essere riconosciuti come una dinastia.
Mantova, 1340: dodici anni dopo il colpo di mano
Per capire il senso di quella festa bisogna tornare al 1328, quando Luigi Gonzaga e i suoi figli rovesciarono il potere dei Bonacolsi e presero il controllo di Mantova. Il passaggio non fu soltanto un cambio di famiglia al governo: fu l’inizio di una nuova stagione politica.
Nel 1340, quindi, i Gonzaga governavano Mantova da appena dodici anni. Erano ancora una potenza recente, bisognosa di consolidare il proprio prestigio, di mostrare ricchezza, di tessere alleanze e di farsi accettare dalle grandi casate dell’Italia settentrionale. La magna curia servì precisamente a questo: non fu solo una festa di famiglia, ma una messa in scena del potere.
Una festa lunga otto giorni
La parola curia, in questo contesto, non indica un tribunale o un ufficio amministrativo, ma una grande adunanza signorile, una cerimonia solenne in cui si mescolavano politica, cavalleria, diplomazia e spettacolo.
Per otto giorni Mantova divenne il palcoscenico dei Gonzaga. Arrivarono ospiti di rango, rappresentanti delle principali famiglie del Nord Italia, cavalieri, uomini d’arme, funzionari, servitori, fornitori, cuochi, macellai, pescatori e artigiani. Il registro delle spese ci permette di intravedere l’enorme macchina organizzativa che stava dietro all’evento: carni, pesci, pollame, vino, spezie, argenti, abiti, addobbi, doni e persino quelle “spese straordinarie” che ogni organizzatore di matrimoni, medievale o moderno, conosce benissimo.
Tra i dettagli più gustosi compare l’acquisto di centinaia di uova: un particolare minimo, quasi domestico, ma capace di riportarci dentro la concretezza di quella festa. Dietro la grande politica, dopotutto, c’erano cucine accese, tavole da preparare e conti da far quadrare.
Mantova e Ferrara sono città che sembrano guardarsi da lontano, separate da confini regionali, dinastie diverse e traiettorie storiche autonome. Eppure, appena si comincia a osservarle più da vicino, emergono legami profondi: l’acqua, i castelli, le corti rinascimentali, le comunità ebraiche, le biciclette, la nebbia, la cucina di zucca e di maiale, il Po come grande orizzonte comune.
Una è città del Mincio e dei Gonzaga, l’altra del Po e degli Este. Una appartiene alla Lombardia, l’altra all’Emilia-Romagna. Ma entrambe condividono una stessa grammatica padana, fatta di lentezza, memoria, urbanistica raffinata e paesaggi d’acqua.
Questo articolo prova a raccontare Mantova e Ferrara non come due città isolate, ma come due capitali sorelle della pianura: diverse nella forma, simili nell’anima. Quindici punti per scoprire ciò che le unisce, dai castelli alle cattedrali, dai tortelli di zucca ai cappellacci, fino al riconoscimento UNESCO che ne conferma il valore universale.
Questo post nasce da una piccola pubblicazione che avevo scritto per evidenziare i punti di contatto tra Mantova e Ferrara.
La domanda mi è venuta in mente leggendo Jean Cocteau che dice che “I Francesi sono italiani di cattivo umore” e scoprendo che esiste una versione lombarda della filastrocca che inizia “Veneziani gran signori” (alla fine sarò più chiaro).
E non nasce per caso. Perché i mantovani, noi mantovani siamo strani. Geograficamente, culturalmente, gastronomicamente. Siamo un’intersezione: lombardi per la carta d’identità, veneti perché confinanti, emiliani per affinità.
Vi invito a fare un esperimento incrociando un mantovano: Provate a dare del veneto a un mantovano: si irrigidisce. Provate a dargli del veronese: si offende. Provate a dargli dell’emiliano: dipende.
Dipende da come glielo dite. Dipende da che zona della provincia viene. Dipende soprattutto se in tavola ci sono tortelli di zucca, agnoli, salame, mostarda, Lambrusco, Grana Padano o Parmigiano Reggiano che sono piatti che parlano il linguaggio universale della Pianura Padana di qua e di là del Po.
Perché Mantova è fatta così: una moneta a due facce. Due volte festeggia l’Unità d’Italia: la destra Mincio nel 1861 con tutti gli altri, Mantova e la sinistra Mincio nel 1866 insieme al veneto. Produce tutte e due i formaggi più famosi del mondo: il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano.
Forse è per questo che se la guardate sulla mappa la provincia di Mantova ha una forma triangolare, sembra una fetta di formaggio duro — grana se siete sinistra Po o parmigiano se siete destra Po — infilata di taglio tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Una scaglia padana incastrata fra tre mondi che la tirano per la giacca.
Ma perché tristi? Perché la domanda i mantovani sono emiliani di cattivo umore?
L’idea, in fondo, è una variazione padana su Jean Cocteau, che diceva che i francesi sono italiani di cattivo umore (e allo stesso gli italiani sono francesi di buon umore). L’applicazione a Mantova nasce dagli ultimi versi della filastrocca veneta in salsa lombarda.
Venesiani gran signori, Padovani gran dottori, Vicentini magna gatti, Veronesi tutti matti, Bergamaschi brusa Cristi, Mantovani tutti tristi.
Ecco dove sono i mantovani tutti tristi. Che poi se volessimo cambiare la metrica e la rima ci danno una mano perché la filastrocca funziona anche così:
C’è una domanda che mi faccio spesso quando penso a Rigoletto: ma il Duca di Mantova di Verdi chi sarebbe, tra i Gonzaga?
La risposta più corretta, naturalmente, sarebbe: nessuno.
Il Duca del Rigoletto non ha nome. È un personaggio nato da un altro personaggio teatrale. Prima di arrivare a Verdi, infatti, la vicenda era quella de Le roi s’amuse di Victor Hugo, ambientata alla corte di Francesco I di Francia. Poi arrivò la censura austriaca a Venezia, il re diventò duca, Parigi diventò Mantova e il sovrano libertino fu trasformato in un anonimo Duca di Mantova.
Anonimo, appunto.
Eppure è proprio quell’anonimato che ci permette di giocare. Perché se Verdi non ci dice chi sia, noi mantovani possiamo provare a immaginarlo. Possiamo guardare la storia dei Gonzaga, aprire il sipario e chiederci: chi reggerebbe davvero quel ruolo?
Io da sempre dico Federico II che è la risposta più naturale. E’ il primo duca di Mantova, vive nella prima metà del Cinquecento (lo stesso periodo di Francesco I che tra l’altro conosce di persona), ha intorno una corte raffinatissima e porta con sé l’immaginario più forte della Mantova rinascimentale. Se dovessi rispondere da storico o da guida turistica direi Federico II.
Perché Federico II è il Duca che si vede: Palazzo Te, gli affreschi di Giulio Romano, la sensualità colta, la città del desiderio trasformata in architettura e affresco. È la scelta più immediata, più elegante, più “mantovana”.
Ma poi ho provato a cambiare prospettiva e mi mi sono messo nei panni di un regista.
Non devo più scegliere il Gonzaga giusto ma il Duca da mandare in scena.
Quando ho scritto per la prima volta questo post me lo immaginavo come la sigla di un telefilm degli anni 70 che ho amato moltissimo: Attenti a quei due o The Persuaders in lingua originale. Si mettevano fianco a fianco le foto e le vite dei due personaggi, un inglese e un americano, interpretati da Roger Moore e da Tony Curtis (in fondo all’articolo trovate un approfondimento sulla serie tv).
Ecco Federico II e Carlo V potrebbero davvero diventare protagonisti di una serie televisiva o di un documentario che metta le loro vite a confronto.
Due ragazzi nati nel 1500
Oggi, a sedici anni, si fanno i compiti, si litiga con i genitori, si sogna il motorino o il monopattino e si guarda il mondo dallo schermo di un telefono. Nel Cinquecento, invece, poteva capitare che a sedici anni uno fosse già re e un altro si stesse preparando a diventare signore di uno Stato.
È il caso di Carlo d’Asburgo e Federico Gonzaga. Il primo nasce a Gand, tra le nebbie e i canali delle Fiandre. Il secondo nasce a Mantova, altra città d’acqua, ma di pianura padana, circondata da laghi, paludi addomesticate e ambizioni molto ben coltivate.
Carlo e Federico nascono entrambi nel 1500. Due coetanei, due adolescenti destinati a non avere un’adolescenza normale. Uno diventerà Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero. L’altro diventerà Federico II Gonzaga, prima marchese e poi duca di Mantova. Le loro strade, apparentemente lontane, finiranno per incrociarsi proprio qui, sulle rive del Mincio.
Ogni 20 maggio, celebriamo San Bernardino da Siena, un francescano davvero fuori dal comune — e anche per Mantova ha lasciato tracce più consistenti di quelle che spesso pensiamo. Invitato alla nostra città dalla signora Paola Malatesta (moglie di Gianfrancesco Gonzaga) per predicare in Quaresima nel 1421, Bernardino è famoso per le sue prediche che richiamavano folle e anche per essere stato considerato santo dal popolo già in vita.
Chi era Bernardino?
Nasce a Massa Marittima (nel territorio senese) nel 1380, in una nobile famiglia degli Albizzeschi. Rimane orfano da ragazzo e viene educato a Siena, dove si forma anche culturalmente. Nel 1402 entra nell’ordine dei Frati Minori osservanti, aderendo alla “stretta” osservanza della regola di san Francesco. In breve tempo si dedica alla predicazione. Questo santo viaggiatore percorre l’Italia fra XIV e XV secolo, portando da città a città non solo concetti teologici, ma discorsi estremamente concreti per la gente. A differenza di molti predicatori che parlavano in latino o in toni elevatissimi, Bernardino usa immagini — semplici, familiari — per far capire concetti difficili.
Una delle sue “invenzioni” più note è il trigramma IHS (le prime tre lettere del nome di Gesù in greco) che egli voleva fosse esposto come simbolo di unità fra le fazioni in lotta (es: fra guelfi e ghibellini) e per richiamare l’attenzione alla centralità del Nome di Gesù. Bernardino rifiutò la nomina a vescovo per ben tre volte — motivo per cui, nella iconografia, è spesso rappresentato con tre mitrie ai suoi piedi.
Muore il 20 maggio 1444 all’Aquila (nel ducato di Spoleto) ed è canonizzato dal papa Niccolò V nel 1450, a soli sei anni dalla morte.