Quando qualche turista chiede indicazioni tra le vie di Mantova alla fine spesso dice: ma questa città è un labirinto. Per questo Mantovagando oggi vi porta a spasso tra i i labirinti mantovani: quelli dipinti, quelli reali e quelli immaginari. E’ vero, anche il Palazzo ducale di Mantova è un labirinto dicono i visitatori, una città nella città aggiungono le guide. In effetti il labirinto è un tema che torna molto spesso in città non solo camminando tra le vie del centro storico, perdendosi e ritrovandosi tra vicoli e piazze, sfruttando quei passaggi segreti urbani, delle vere scorciatoie, che ad esempio ti fanno passare dalla vista gotica del campanile e del chiostro benedettino di S.Andrea (piazza Alberti) alla veduta rinascimentale della facciata di S.Andrea (piazza Mantegna). Ma il labirinto torna negli affreschi e nei soffitti, nel lago e nelle vie e nel ricordo di quello immenso di Palazzo Te che purtroppo non esiste più. Eccovi i 5 labirinti mantovani tra cui perdersi e se ne trovate qualcun altro basta dirlo…
Questo il link per ascoltare la trasmissione.
E’ proprio così: ho una passione per i labirinti fin da piccolo. Uno dei miei testi preferiti è quello tratto da “Tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome.
Eccolo: Harris mi domandò se io avessi visto mai il laberinto di Hampton Court. Aggiunse d’esservi andato una volta a mostrare a qualche altro la via. L’aveva studiato su una carta, ed era così semplice che il laberinto gli sembrava una sciocchezza — degno appena dei quattro soldi che si pagavano per l’ingresso. La carta doveva esser stata disegnata per abbindolare i gonzi, perchè non corrispondeva affatto affatto alla realtà, e traviava invece di guidare. Era un cugino di campagna, che Harris aveva accompagnato.
— Noi ci andremo — aveva detto Harris al cugino — e così tu potrai dir di esserci stato, ma è semplicissimo. È una sciocchezza chiamarlo laberinto. Tu continui a infilare la prima voltata a destra, cammini per una diecina di minuti, e poi vai a fare colazione.
Incontrarono della gente che era entrata, la quale disse che vi s’era aggirata per tre quarti d’ora e n’aveva abbastanza. Harris invitò tutti a seguir lui, se loro non dispiaceva; egli entrava appunto allora, avrebbe fatto il giro, e sarebbe uscito. Lo ringraziarono per tanta cortesia, gli si misero dietro e s’avviarono.
Raccolsero per via varie altre persone che volevano uscire, finchè non raggrupparono quanti erano presenti nel laberinto. Persone che avevano rinunziato alla speranza di vederne la fine e di uscirne mai più, o di rivedere la casa e i parenti, ripresero coraggio alla vista di Harris e della sua compagnia, e si unirono alla processione, benedicendolo. Harris raccontava che dovevano essere almeno in venti a seguirlo; e una donna con un piccino, la quale s’era aggirata lì tutta la mattina, gli si aggrappò al braccio, per paura di perderlo.
Harris continuava a voltare a destra, ma la via sembrava lunga, e il cugino gli disse di immaginare che il laberinto fosse enorme.
— Ah, uno dei più grandi! — disse Harris.
— Sì dev’esser così — rispose il cugino — perchè abbiamo percorso almeno un paio di miglia.
Harris cominciò a pensare che il laberinto fosse piuttosto bizzarro, ma continuò ad andare sinchè, infine, non inciamparono in un mezzo panino di due soldi che il cugino di Harris giurò di aver veduto già in terra sette minuti prima. — Oh, impossibile! — ma la donna col piccino disse: — Verissimo — perchè lei stessa l’aveva strappato prima dalle mani del bambino e gettato lì, prima d’incontrare Harris. Aggiunse anche che avrebbe desiderato di non incontrarlo mai, esprimendo l’opinione ch’egli era un impostore. Questo mandò sulle furie Harris, che cavò la carta e spiegò la sua teoria.
— La carta può anche essere esatta — disse uno della compagnia — ma bisognerebbe sapere in che punto ora ci troviamo.
Harris non lo sapeva, e dichiarò che la cosa migliore sarebbe stata di tornare indietro all’ingresso e cominciare da capo. Per cominciare da capo non vi fu molto entusiasmo; ma riguardo all’opportunità di tornare all’ingresso vi fu unanimità assoluta, e così tornarono, a rimorchio di Harris, nella direzione opposta. Passarono circa altri dieci minuti, e poi si ritrovarono nel centro.
Harris pensò sulle prime di fingere che era quello il punto al quale aveva mirato; ma il branco aveva un aspetto pericoloso, ed egli decise di considerar la cosa un semplice caso.
A ogni modo, essi ora avevano un punto da cui partire. Sapevano dove si trovavano: la carta fu consultata ancora una volta, la cosa parve più semplice che mai, e si misero in via per la terza volta.
E tre minuti dopo erano di nuovo nel centro.
Dopo, non seppero arrivare più in nessun altro punto. Qualunque via infilassero, essa li portava indietro nel mezzo. Divenne una cosa tanto normale, infine, che alcuni si fermarono lì e aspettavano che gli altri facessero un giro per vederli tornare. Harris cavò di nuovo la carta, dopo un poco, ma quella vista fece montare in bestia la folla, che gli gridò d’andare con la sua carta ad arricciarsi i capelli. Harris, come poi disse, non potè non sentire che, in un certo modo, aveva perso la fiducia popolare.
Divennero tutti furiosi, infine, e chiamarono gridando il custode, il quale corse ad arrampicarsi sulla scala al di fuori, e di lì gridò delle istruzioni. Ma i visitatori avevano, a quell’ora, una così turbinosa confusione in testa che furono incapaci di afferrar nulla. Così il custode raccomandò loro di fermarsi dove si trovavano, chè sarebbe andato lui. Si aggrupparono, e aspettarono; quegli discese e andò.
Disgrazia volle ch’egli fosse un custode giovane, e nuovo del luogo. Quindi egli non potè trovarli, e vagò in giro, tentando di raggiungerli, ma si smarrì. I visitatori lo vedevano di tanto in tanto correre contro l’altro lato della siepe; ed egli vedeva essi, e correva per raggiungerli; ma lo aspettavano per cinque minuti, e poi quegli riappariva di nuovo esattamente allo stesso punto, domandando dove si fossero cacciati.
Si dovè aspettare che tornasse da desinare il vecchio custode, prima che potessero uscire.
Harris disse che, per quanto lui poteva giudicare, era un bel laberinto; e noi ci accordammo che avremmo tentato di mandarvi Giorgio, al nostro ritorno.