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La Buona Strada è uno di quei libri che invitano a cambiare passo. Philippe Daverio propone 127 passeggiate in Lombardia, con frequenti sconfinamenti nelle regioni limitrofe, suggerendo mete poco note o, quando celebri, raccontate da angolazioni inattese. Il lettore è incoraggiato a mettersi in viaggio con curiosità, senza la fretta del turismo di consumo, seguendo piuttosto il filo della storia, dell’arte e delle stratificazioni culturali.
La vera sorpresa, soprattutto per chi non vive in questa regione, è scoprire come la Lombardia – e Milano in particolare – rappresenti una delle aree a più alta densità di monumenti, città d’arte, musei e chiese degne di un viaggio. Daverio accompagna ogni itinerario con riferimenti all’attualità, aneddoti, episodi minori e storie dimenticate, rendendo la lettura vivace e continuamente stimolante.
I cinque itinerari mantovani: un Rinascimento diffuso
Tra le molte proposte del volume, spiccano i cinque itinerari mantovani, che prendono avvio da Mantova e si spingono fino a Sabbioneta e Suzzara. Particolarmente significativa è l’attenzione riservata al Santuario delle Grazie, al quale Daverio dedica ben due pagine dense di suggestioni, passando con naturalezza dal celebre coccodrillo appeso al soffitto alla tomba di Baldassarre Castiglione.
1. Mantova – New York del Rinascimento
Una capitale culturale ante litteram, tra Gonzaga, architetture e modernità
Mantova viene raccontata come una metropoli rinascimentale: compatta, colta, densissima di opere e idee, paragonabile – con una provocazione tipicamente daveriana – a una New York del Quattro-Cinquecento. E d’altra parte è una sua definizione quella di “Mantova come una Manhattan padana”, un’isola piena di torri, i grattacieli del Medioevo. Qui il potere dei Gonzaga si traduce in urbanistica, pittura e architettura, creando un laboratorio culturale di respiro europeo.
2. Sabbioneta – Il teatro low cost dell’erede di Palladio
L’utopia urbana di Vespasiano Gonzaga e la scena come misura del mondo
Sabbioneta emerge come città ideale, progettata a tavolino, dove il teatro diventa simbolo di una visione politica ed estetica. Un luogo in cui l’eredità palladiana viene reinterpretata in chiave funzionale, quasi sperimentale, con un sorprendente equilibrio tra ambizione e misura.
3. Santuario delle Grazie – Ex voto, devozione popolare e un coccodrillo sospeso
Tra fede, folklore e meraviglia
Il Santuario delle Grazie è uno spazio unico, dove la religiosità popolare si mescola al racconto fantastico. Gli ex voto, le statue a grandezza naturale e il celebre coccodrillo appeso al soffitto diventano, nella narrazione di Daverio, chiavi per leggere la mentalità collettiva e il bisogno umano di protezione e racconto.
4. Suzzara – Tesori pittorici e poesia della pianura
La grande arte immersa nella quiete agreste
Suzzara sorprende per la qualità delle sue collezioni artistiche contemporanee che fanno la storia del Premio Suzzara. Daverio sottolinea come la bellezza non sia prerogativa dei grandi centri, ma possa emergere con forza anche nei luoghi apparentemente marginali. E inoltre con una giuria formata da tutte le tipologie di cittadini: dai professori agli operai, dai contadini agli impiegati.
5. Le Grazie e Mantova – Le ultime tracce del Cortegiano
Baldassarre Castiglione tra memoria, sepolcro e simboli
Questo ultimo itinerario ruota attorno alla figura di Baldassarre Castiglione, intellettuale simbolo del Rinascimento europeo, autore del Cortegiano. È un percorso che intreccia biografia, architettura e memoria, seguendo le tracce lasciate dalla sua vita.


Due precisazioni storiche sull’ultimo itinerario
Su questo percorso conclusivo, si possono aggiungere due annotazioni puntuali, utili a chiarire alcuni dettagli storici:
- “Di lui riposa la memoria ma non il corpo”
In realtà, nella cappella sepolcrale del Santuario delle Grazie, all’interno del monumento funebre realizzato da Giulio Romano, riposa anche il corpo di Baldassarre Castiglione. Il conte morì a Toledo nel 1529, ma la madre, Luigia Gonzaga, volle che la salma fosse traslata alle Grazie circa un anno e mezzo dopo la morte del figlio. - “La pietra che adorna il portone d’ingresso è rimasta intatta”
Riferendosi all’attuale Palazzo Castiglioni (già Palazzo Bonacolsi), Daverio menziona l’arco marmoreo del portale. Tuttavia occorre dire che il palazzo viene acquistato dalla famiglia Castiglioni all’inizio del 1800 e quindi il buon Baldassarre non ci ha mai abitato. Inoltre il portale non apparteneva a questo palazzo, bensì costituiva l’ingresso del monastero femminile di San Giovanni delle Carrette, situato nell’area dell’attuale piazza San Giovanni, presso Palazzo d’Arco. Le decorazioni – come il candelabro a un braccio e i simboli dell’Alfa e dell’Omega – rimandano infatti alle imprese care a Isabella d’Este.
Ma questo, lo so, è voler essere “sofistici” in realtà il libro è molto divertente e stimolante e assolutamente da non perdere. Eccovi il testo del libro riferito a Baldassarre Castiglione.
Aveva ventun anni quando morì, la poetessa Ippolita Torelli, figlia del conte di Guastalla e di una Bentivoglio di Bologna, moglie di Baldassarre Castiglione. Correva l’anno 1520. Lui, il vedovo umanista, si fece prete, scrisse il noto Cortegiano, finì nunzio apostolico di Clemente VII e morì di febbre, a Toledo in Spagna, all’età di cinquant’anni. Ecco perché di lui riposa la memoria ma non il corpo, nel cenotafio che fu per lui disegnato da Giulio Romano mentre il sommo architetto progettava Palazzo Te a Mantova. Guardatelo con attenzione, e già vi potrete intuire il primo segno di passaggio dal Rinascimento alla Maniera e al Barocco. E questo ci porta nella chiesa di Santa Maria delle Grazie fuori Mantova, nota per la sua potente raccolta di ex voto. Poi tornati in città, di fronte a Palazzo Ducale, sulla piazza, esiste ancora la casa dove egli abitava. Oggi ha cambiato destinazione. Ma la pietra che adorna il portone d’ingresso è rimasta intatta, con un decoro intagliato quattrocentesco che testimonia i brividi sottili del Rinascimento nascente. Solo in Italia esiste il museo diffuso, che vi consente di passar la mano e accarezzare gli stessi rilievi che furono toccati dal garbo dei più garbati gentiluomini del Cinquecento, e passare dal Rinascimento esordiente alla sua mutazione ultima.
Tratto da La Buona strada – Philippe Daverio – Rizzoli – 2016
Conclusione
Metto le mani avanti rispetto a quelli che pensano che non sia il caso di correggere i grandi autori. In realtà penso proprio che Philippe Daverio avrebbe apprezzato il fatto che il suo libro fosse stato letto con molta attenzione e la possibilità di correggere le edizioni successive visto il successo di questa pubblicazione.
La Buona Strada resta un libro divertente, colto, stimolante, capace di accendere la curiosità e il desiderio di partire. Un volume assolutamente da non perdere per chi ama viaggiare con la mente prima ancora che con i piedi.
Philippe Daverio (Mulhouse, 17 ottobre 1949 – Milano, 2 settembre 2020) è stato storico dell’arte, divulgatore, saggista e raffinato interprete del paesaggio culturale italiano. Formatasi tra Francia e Italia, la sua figura ha saputo unire rigore storico, ironia e una straordinaria capacità narrativa, rendendo accessibile l’arte anche al grande pubblico. La sua scrittura e la sua presenza televisiva hanno contribuito a ridefinire il modo di raccontare il patrimonio culturale come esperienza viva, quotidiana e profondamente legata ai luoghi.
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