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Giulio Romano e il lato B: a Mantova non arrivano i braghettoni. Il nuovo episodio della serie di MantovaStoria racconta il rapporto tra Giulio Romano, Palazzo Te e le immagini del desiderio. Nella villa di Federico II Gonzaga il corpo entra in scena attraverso il mito, la cultura classica e il contesto raffinato della corte: Leda, Pasifae, Adone, Amore e Psiche diventano personaggi di un racconto colto, ambiguo e molto poco casto. Ma la vicenda dei *Modi*, disegnati da Giulio, incisi da Marcantonio Raimondi e accompagnati dai sonetti di Pietro Aretino, mostra un passaggio diverso: qui il sesso non è più protetto dal mito o dall’allegoria, ma diventa immagine esplicita, riproducibile e destinata a circolare. Tra Palazzo Te e Roma, tra affresco e incisione, Giulio Romano lavora sul confine tra arte, desiderio, censura e scandalo.

Palazzo Te, desiderio, miti erotici e immagini pericolose

A Palazzo Te il desiderio ha una cornice colta. Si nasconde, ma non troppo, dietro gli dei dell’Olimpo, le storie antiche, le sale da pranzo, le conversazioni di corte e gli sguardi di chi conosceva il mito e sapeva dove guardare.

Nei Modi, invece, la cornice quasi sparisce. Non ci sono Giove, Venere, Pasifae o Adone a rendere tutto più accettabile. Non c’è il mito a fare da paravento elegante. Ci sono uomini e donne mostrati nell’atto sessuale, in immagini pensate per essere incise, riprodotte, scambiate, inseguite e condannate.

È qui che Giulio Romano diventa interessante: non perché rappresenta il nudo, cosa che il Rinascimento sapeva fare benissimo, ma perché lavora su un confine delicato, quello tra desiderio raccontato, desiderio autorizzato e desiderio fuori controllo.

A Mantova, nella villa di Federico II Gonzaga, il corpo può entrare in scena perché è protetto dal mito, dall’architettura e dal contesto di corte. A Roma, quando immagini esplicite diventano incisioni e cominciano a circolare, la questione cambia completamente.

Un affresco resta su una parete. Un’incisione prende la strada. E quando il desiderio prende la strada, prima o poi qualcuno si spaventa.

Questa puntata nasce da qui: da Palazzo Te e dai suoi particolari poco innocenti, ma anche dallo scandalo dei Modi, dai disegni di Giulio, dalle incisioni di Marcantonio Raimondi e dalle parole di Pietro Aretino.

Il tema non è fare un catalogo del pruriginoso. Il punto è capire perché Giulio Romano usi il corpo non come semplice decorazione, ma come linguaggio.

A Palazzo Te non troviamo soltanto nudità, muscoli e divinità antiche. Troviamo corpi che desiderano, tradiscono, inseguono, si mostrano, si nascondono poco e male. Fanno, in sostanza, quello che il mito consente di fare da secoli: parlare di cose molto umane senza nominarle troppo direttamente.

È uno dei grandi vantaggi dell’Olimpo. Quando a comportarsi male sono Giove, Venere, Marte, Pasifae o Adone, tutto sembra più colto. Basta una citazione classica, un nome antico, una posa elegante, e anche il desiderio diventa materiale da conversazione raffinata.

Poi si guarda meglio e si capisce che Giulio Romano, dietro la cultura classica, conosce molto bene anche il gusto dell’allusione.

Roma conosceva bene il problema. Il nudo poteva essere grande arte, ma anche scandalo. Poteva stare nella Cappella Sistina, certo, ma prima o poi qualcuno avrebbe sentito il bisogno di coprirlo.

A Mantova, invece, dentro la villa di delizie di Federico II Gonzaga, il desiderio trova un ambiente più protetto, più cortigiano, più ambiguo.

Palazzo Te nasce come luogo di svago, rappresentazione e piacere. E la Camera di Amore e Psiche è probabilmente il posto migliore per capirlo.

Qui, insomma, non arrivano i braghettoni.

E non è solo una battuta.

Il mito come permesso speciale

La Camera di Amore e Psiche è una sala da pranzo, e già questo dice molto.

Non siamo in una cappella. Non siamo in un’aula ufficiale del potere. Non siamo davanti a un ciclo destinato a educare le folle. Siamo in un luogo di corte, di banchetto, di conversazione, di ospiti selezionati. Un ambiente dove il mito antico può diventare racconto, ornamento, gioco intellettuale, ma anche autorizzazione.

L’“honesto ocio” di Palazzo Te aiuta a capire il clima. La villa è pensata per gli ozi del principe, ma l’ozio, in una corte rinascimentale, non è mai soltanto riposo. È tempo libero messo in scena. È piacere, ma anche rappresentazione. È distanza dal Palazzo Ducale, ma non dal potere.

Giulio si muove perfettamente dentro questa ambiguità.

La storia di Amore e Psiche consente di parlare di desiderio, prove, abbandoni, ricongiungimenti e banchetti divini. Ma intorno alla grande vicenda principale si affollano molte altre storie, alcune decisamente meno edificanti.

È il bello del mito: permette di dire quasi tutto, purché lo si dica con abbastanza cultura.

Però Giulio non è semplicemente un provocatore. Sarebbe troppo poco. Non inserisce dettagli erotici solo per scandalizzare o per far sorridere gli ospiti del duca. Il desiderio, nei suoi affreschi, fa parte del mondo che sta raccontando.

Gli dei antichi non sono modelli di compostezza morale. Sono potenti, capricciosi, innamorati, infedeli, vanitosi, spesso imprudenti. Per un artista come Giulio sono personaggi perfetti, perché permettono di tenere insieme racconto, movimento, ironia, tensione e allusione.

Leda, Pasifae, Olimpiade e altri particolari poco innocenti

A Palazzo Te i dettagli contano moltissimo.

Chi si accontenta dello sguardo generale vede una meravigliosa decorazione manierista. Chi si avvicina, alza gli occhi, segue le scene laterali, osserva gli scomparti e le cornici, scopre che Giulio ha disseminato la villa di particolari molto meno innocenti.

C’è Leda con il cigno, cioè una delle tante metamorfosi erotiche di Giove. Il mito è noto: il dio assume la forma del cigno per unirsi a Leda. Giulio non ha bisogno di spiegare tutto. Gli basta collocare il dettaglio nel punto giusto e lasciare che chi conosce la storia faccia il resto.

C’è Pasifae, moglie di Minosse, innamorata del toro di Poseidone e pronta a entrare nella vacca di legno costruita da Dedalo. Qui l’immagine può anche non essere la più esplicita, ma il racconto lo è eccome. Giulio mostra l’antefatto e si affida alla cultura dello spettatore. A volte l’allusione lavora più dell’esibizione.

C’è poi Giove e Olimpiade, un episodio meno immediato per noi, ma molto significativo per un pubblico colto del Cinquecento. La scena rimanda alla tradizione antica legata alla nascita di Alessandro Magno: Giove, trasformato in serpente, si unisce a Olimpiade, moglie di Filippo II di Macedonia e madre di Alessandro.

Qui il mito si fa ancora più sottile. Non siamo soltanto davanti a una storia di desiderio divino. Siamo davanti a un racconto di generazione, legittimazione, potere e nascita eccezionale. Alessandro Magno non nasce come tutti gli altri: alle sue origini, almeno nel racconto mitico, c’è l’intervento di un dio.

È difficile non sentire, in questa scena, anche un gioco di specchi con la vita di Federico II Gonzaga.

Federico ebbe una relazione con Isabella Boschetti, donna sposata e figura molto importante nella sua vita privata. Da quella relazione nacque anche un figlio naturale, Alessandro Gonzaga. Il nome, in questo contesto, non sembra un dettaglio qualsiasi.

Giulio, naturalmente, non sta facendo cronaca di corte in modo diretto. Palazzo Te non è un rotocalco affrescato, anche se talvolta viene il sospetto che certe pareti sapessero più cose di molti ambasciatori. Ma il parallelismo è troppo suggestivo per essere ignorato: Giove e Olimpiade, Filippo sullo sfondo, Alessandro come figlio di una nascita eccezionale; Federico, Isabella Boschetti e un figlio chiamato Alessandro.

Il mito serve proprio a questo. Prende una storia delicata, la allontana nel tempo, la veste di cultura classica e la rende raccontabile sulle pareti di una villa principesca. Chi sa, capisce. Chi non sa, vede comunque una scena antica, elegante, perfettamente adatta al clima della sala.

È uno dei meccanismi più raffinati di Palazzo Te: parlare a livelli diversi, senza mai dire tutto nello stesso modo a tutti.

C’è infine Adone, con quel lato B che sembra quasi uno sberleffo. Una piccola provocazione visiva, ma non gratuita: dentro la scena di Venere, Marte e Adone, il corpo diventa parte della commedia del desiderio, del tradimento e dello sguardo.

E poi c’è la Camera del Sole e della Luna, dove il gioco dello scorcio dal basso crea effetti tutt’altro che neutri. Il carro del Sole, le vesti sollevate, la visione da sotto: tutto contribuisce a una pittura che non teme il corpo, anzi lo usa per dare movimento e sorpresa allo spazio.

Questi particolari non sono semplici scherzi nascosti. Sono segnali di un mondo.

Palazzo Te non è erotico solo perché contiene nudità. È erotico perché sa costruire situazioni, e perché usa il mito come una lingua doppia: da una parte racconta gli dei e gli eroi dell’antichità, dall’altra permette alla corte di riconoscere, senza dirlo apertamente, desideri, amori, tensioni e vicende molto più vicine.

Il Rinascimento, quando vuole, è molto meno immobile di come lo ricordiamo nei manuali.

I Modi: quando il disegno diventa pericoloso

Per capire davvero il lato più rischioso di Giulio Romano bisogna però tornare a Roma e parlare dei Modi.

Qui la questione cambia.

A Palazzo Te il desiderio resta dentro un ambiente di corte, protetto dall’architettura, dal mito, dalla committenza e dalla distanza sociale di chi può entrare. Con i Modi, invece, il problema è che le immagini escono dalla stanza.

Secondo la ricostruzione più nota, Giulio Romano disegna una serie di immagini erotiche. Marcantonio Raimondi le incide. Pietro Aretino vi associa poi i celebri sonetti lussuriosi.

Nasce così uno degli episodi più scandalosi del Rinascimento.

Il punto non è soltanto che le immagini fossero esplicite. Il punto è che vennero riprodotte.

Un affresco resta su una parete. Per vederlo devi entrare nel luogo giusto, essere ammesso, trovarti davanti all’opera. Un’incisione, invece, si moltiplica. Viaggia. Passa di mano. Esce dal controllo del committente e dell’artista. In questo senso Marcantonio Raimondi è un personaggio fondamentale: trasforma l’invenzione di Giulio in immagine riproducibile.

E poi c’è un’altra differenza decisiva.

Nei Modi non siamo davanti agli amori di Giove, alle avventure di Venere o a episodi biblici caricati di significato morale. Non ci sono divinità olimpiche a fare da schermo culturale, né personaggi sacri a trasformare il corpo in allegoria, tentazione o ammonimento.

Ci sono uomini e donne mostrati nell’atto sessuale in modo diretto, senza il filtro nobilitante del mito o della storia religiosa.

È questo a rendere le immagini pornografiche nel senso più esplicito del termine: non semplicemente nude, non soltanto sensuali, ma concentrate sull’atto, sul corpo e sulla posizione.

A Palazzo Te il desiderio passa attraverso il mito e resta dentro una sala di corte. Nei Modi, invece, il sesso viene isolato, reso riconoscibile, riproducibile e disponibile allo sguardo di un pubblico molto più ampio.

Il problema non è più solo ciò che si vede. È il fatto che non ci sia quasi nulla a “giustificarlo” culturalmente.

E quando un’immagine erotica diventa riproducibile, senza il riparo del mito o dell’allegoria, smette di essere soltanto arte privata o gioco di corte.

Diventa scandalo pubblico.

Raimondi e Aretino, i complici necessari

In questa puntata gli alter ego di Giulio sono due: Marcantonio Raimondi e Pietro Aretino.

Raimondi è il moltiplicatore. L’incisore che rende l’immagine mobile, replicabile, trasportabile. Senza di lui, i Modi sarebbero probabilmente rimasti un episodio molto più circoscritto. Con lui diventano un caso.

Aretino è la voce. È l’uomo che capisce il potere della parola provocatoria, della battuta affilata, della scrittura capace di dare alle immagini una seconda vita. In un certo senso, Aretino non accompagna semplicemente lo scandalo: lo firma, lo organizza, gli dà tono.

Giulio è l’origine visiva. Raimondi è la tecnica. Aretino è la detonazione letteraria.

Il triangolo funziona perché mette insieme tre elementi che, da soli, avrebbero avuto una forza diversa: invenzione, riproduzione, commento. Quando questi tre elementi si sommano, l’immagine non resta più nel suo recinto.

E appena esce dal recinto, qualcuno si preoccupa.

Non è una storia marginale o solo piccante. È una storia che riguarda il rapporto tra arte, pubblico e controllo. Riguarda la differenza tra un’immagine vista da pochi e un’immagine che può arrivare a molti. Riguarda il confine sempre instabile tra libertà, desiderio e censura.

I Modi sono scandalosi perché mostrano il sesso senza appoggiarsi al riparo del mito, della Bibbia o dell’allegoria.

Ma sono ancora più scandalosi perché circolano.

Mantova, dove il desiderio resta in scena

Alla luce dei Modi, Palazzo Te appare ancora più interessante.

Non perché sia meno audace. Anzi. Ma perché colloca l’audacia dentro un sistema diverso.

La Camera di Amore e Psiche non è un foglio che circola, non è una stampa venduta, non è un sonetto che passa da una mano all’altra. È uno spazio. E nello spazio Giulio controlla molto di più: il percorso, la distanza, la cornice mitologica, il rapporto tra architettura e pittura, la condizione sociale dello sguardo.

A Mantova, dunque, il desiderio non viene cancellato. Viene messo in scena.

È qui che il titolo “a Mantova non arrivano i braghettoni” diventa qualcosa di più di una battuta.

Non significa che a Mantova tutto fosse libero e a Roma tutto fosse censurato. Sarebbe troppo facile e anche inesatto. Significa piuttosto che Palazzo Te offre a Giulio un contesto in cui l’eros può essere assorbito dentro la cultura di corte, dentro il mito, dentro l’idea di villa come luogo di piacere e rappresentazione.

Il corpo non viene nascosto perché ha una funzione narrativa.

Parla del potere e dei suoi desideri, della cultura classica e dei suoi racconti, della corte e delle sue conversazioni. Parla anche del committente, Federico II, che affida a Giulio non semplicemente decorazioni, ma un mondo di immagini in cui la propria identità può riflettersi.

Qualche dettaglio oggi fa sorridere, certo. Ma il sorriso non deve farci perdere la complessità.

Giulio Romano non è un illustratore di barzellette mitologiche. È un artista capace di usare anche il registro erotico per costruire un ambiente colto, ambiguo, memorabile.

E molto poco casto.

L’opera guida: la Camera di Amore e Psiche

L’opera guida di questo episodio è la Camera di Amore e Psiche.

È lì che il racconto del desiderio diventa sistema.

La storia principale è quella di Psiche e Cupido, con il suo percorso di prove e ricongiungimento, ma intorno si addensano molti altri episodi mitologici, più o meno espliciti, più o meno allusivi, sempre perfettamente funzionali al clima della sala.

La stanza è una sala da pranzo, e questo non va dimenticato. Gli ospiti mangiano, conversano, guardano, riconoscono storie, sorridono, forse fingono di non notare qualche particolare.

È un ambiente pensato per una fruizione lenta, conviviale, complice. Non si entra nella Camera di Amore e Psiche come si entra in una sala d’esame. Si entra dentro un racconto.

Giulio orchestra tutto con la sua solita capacità di tenere insieme registri diversi. L’antico dà dignità, il mito dà distanza, la pittura dà piacere, la corte dà contesto. Il risultato è una stanza in cui il desiderio non è un incidente, ma una grammatica.

Per questo Palazzo Te è così importante nella serie su Giulio Romano. Ci mostra un artista che non si limita a rappresentare il potere, ma ne mette in scena anche il tempo libero, i desideri, i doppi sensi, le ombre sorridenti.

Il Rinascimento di Giulio non è fatto solo di equilibrio, proporzioni e citazioni colte.

È fatto anche di corpi.

Una conclusione poco vestita

Giulio Romano ci costringe a guardare il Rinascimento senza troppa cipria.

C’è la grandezza di Roma, la bottega di Raffaello, la cultura dell’antico, la corte dei Gonzaga, l’architettura, la diplomazia, il mito.

Ma c’è anche il desiderio.

E il desiderio, quando entra nelle immagini, complica sempre le cose.

A Palazzo Te resta dentro una macchina raffinata, controllata, cortigiana. Nei Modi, invece, esce dalla stanza, diventa incisione, parola, circolazione, scandalo.

In entrambi i casi Giulio dimostra una cosa: il corpo non è un dettaglio secondario della sua arte. È uno dei modi con cui il suo mondo parla.

Forse è proprio qui che il suo Manierismo si fa più interessante. Non perché sia più licenzioso di altri, ma perché sa che le regole dell’arte possono essere piegate anche attraverso il desiderio. Una posa, un’allusione, un dettaglio, un corpo visto dal basso o di spalle possono dire moltissimo, purché l’artista sappia dove metterli.

Giulio lo sa.

E a Mantova, almeno per un po’, nessuno gli mette le braghe.

Coordinate cronologiche essenziali

Giulio Romano nasce a Roma intorno al 1499 e muore a Mantova nel 1546. Marcantonio Raimondi nasce probabilmente intorno al 1480 e muore entro la metà del Cinquecento; è il grande incisore che trasforma molte invenzioni dei maestri romani in immagini riproducibili. Pietro Aretino nasce nel 1492 e muore nel 1556; con i suoi sonetti contribuisce alla fortuna scandalosa dei Modi. I Modi vengono pubblicati nel 1524 e nuovamente nel 1527, provocando la reazione degli ambienti di curia. Palazzo Te viene avviato intorno al 1525 per Federico II Gonzaga e prende forma soprattutto tra gli anni Venti e Trenta del Cinquecento. La Camera di Amore e Psiche appartiene a questa stagione, in cui Giulio porta a Mantova il mito, il desiderio e la libertà controllata della grande decorazione di corte.

Nel prossimo episodio

Dopo il Giulio del desiderio e delle immagini pericolose, incontreremo il Giulio raccontato dagli altri.

Entrerà in scena Giorgio Vasari, che non è soltanto una fonte, ma quasi il primo grande accompagnatore della fortuna di Giulio Romano. Un biografo, certo, ma anche un costruttore di reputazioni.

Titolo provvisorio: Giulio Romano, la guida turistica di Giorgio Vasari.

Perché a volte non basta fare grandi opere. Serve anche qualcuno che le racconti abbastanza bene da farle arrivare fino a noi.

Giulio Romano and the Body: Desire, Myth and Scandal at Palazzo Te

This episode explores the sensual and controversial side of Giulio Romano’s art. At Palazzo Te, desire is framed by mythology, court culture and classical references: Leda, Pasiphaë, Adonis, Olympias and the stories of Amore and Psyche turn the body into a refined, ambiguous language. The episode also examines the scandal of the Modi, the erotic images designed by Giulio, engraved by Marcantonio Raimondi and amplified by Pietro Aretino’s verses. Between fresco and print, myth and pornography, Mantua and Rome, Giulio works on the fragile boundary between art, desire, circulation and censorship.

Giulio Romano et le corps : désir, mythe et scandale au Palazzo Te

Cet épisode explore le versant sensuel et controversé de l’art de Giulio Romano. Au Palazzo Te, le désir est encadré par la mythologie, la culture de cour et les références classiques : Léda, Pasiphaé, Adonis, Olympias et les récits d’Amour et Psyché transforment le corps en un langage raffiné et ambigu. L’épisode aborde aussi le scandale des Modi, images érotiques dessinées par Giulio, gravées par Marcantonio Raimondi et amplifiées par les vers de Pietro Aretino. Entre fresque et estampe, mythe et pornographie, Mantoue et Rome, Giulio travaille sur la frontière fragile entre art, désir, circulation et censure.