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Il 13 giugno è la festa di Sant’Antonio di Padova, uno dei santi più popolari al mondo. Ma attenzione: non è quello del porcellino, non è nato a Padova e non c’entra nulla con il “fuoco di Sant’Antonio”. Ecco dieci cose da sapere sul “Santo” per eccellenza.

1. Perché a Padova lo chiamano il santo senza nome?

A Padova basta dire “il Santo” e tutti capiscono: si parla di Antonio. La Basilica stessa, per i padovani, è semplicemente “il Santo”. È un modo affettuoso e assoluto di chiamarlo, come se il nome fosse superfluo. Del resto Padova è conosciuta come la città dei tre “senza”: il Prato della Valle è il prato senza erba, il Caffè Pedrocchi era il caffè senza porte, Sant’Antonio è il santo senza nome.*

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2. È portoghese, ma padovano d’adozione

Antonio nasce a Lisbona nel 1195 e il suo nome è Fernando. Per i portoghesi è infatti Sant’Antonio da Lisbona. Diventa “di Padova” perché qui trascorre l’ultima parte della vita e vi muore il 13 giugno 1231. Il suo sepolcro diventa subito meta di pellegrinaggio. È un caso bellissimo di cittadinanza spirituale: nato portoghese, adottato dai padovani, venerato in tutto il mondo.

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Notte di Sant’Antonio a Lisbona, 12-13 giugno https://www.visitlisboa.com/en/events/st-anthonys-night-12-13th-june

Festas de Lisboa: sardine, arraiais, marchas, manjericos https://revelar.lisboa.pt/tradicao/festas-de-lisboa/

3. È un francescano che ha conosciuto San Francesco

Antonio nasce religioso agostiniano, poi nel 1220 entra tra i Frati Minori, colpito dalla testimonianza dei primi martiri francescani in Marocco. Nel 1221 è al Capitolo generale di Assisi, dove vede e ascolta Francesco. Il rapporto tra i due è importante: Francesco autorizza Antonio a insegnare teologia ai frati, purché lo studio non spenga lo spirito di preghiera. Antonio è dunque il grande predicatore colto del primo francescanesimo.

Approfondisci: Sant’Antonio su Santi e Beati

4. È il recordman della santità

Antonio muore il 13 giugno 1231 e viene canonizzato il 30 maggio 1232 da papa Gregorio IX: appena undici mesi dopo. Una velocità impressionante, dovuta alla fama enorme di predicatore, taumaturgo e uomo di Dio. La devozione popolare esplode subito: la tomba viene cercata, toccata, venerata. Nel 1946 Pio XII lo proclamerà anche Dottore della Chiesa, con il titolo di Doctor Evangelicus.

Approfondisci: La morte e la canonizzazione sul sito della Basilica

5. La lingua del Santo: un furto non riuscito

La reliquia più famosa è la lingua incorrotta, ritrovata nel 1263 da San Bonaventura durante la ricognizione del corpo. È un simbolo perfetto: Antonio fu soprattutto uomo di parola, predicatore capace di parlare ai dotti e al popolo. Nel 1991 ci fu un clamoroso furto in Basilica, ma non della lingua: venne rubata, per errore, la reliquia del mento, poi recuperata. La vicenda ispirò il film di Carlo Mazzacurati La lingua del santo.

Approfondisci: il furto delle reliquie

6. Da non confondere con Sant’Antonio Abate

Quando si parla di Antonio bisogna chiarire bene di quale santo parliamo. Sant’Antonio Abate si festeggia il 17 gennaio; Sant’Antonio di Padova il 13 giugno. Il primo è l’eremita egiziano, vecchio, barbuto, protettore degli animali domestici; il secondo è il giovane frate francescano, predicatore e invocato per ritrovare le cose perdute. Anche l’iconografia aiuta: l’Abate ha barba bianca, bastone a tau, campanella, fuoco e porcellino; il Padovano ha saio francescano, giglio, libro, Bambino Gesù, asina e pesci. Il detto veneto mescola i due mondi e produce confusione: “Sant’Antoni dalla barba bianca, fame catar quelo che me manca”. La barba bianca è dell’Abate, le cose perdute sono del Padovano.

Approfondisci: Mantovastoria sul detto di Sant’Antonio

7. Asina e pesci, non porcellino

Il porcellino appartiene a Sant’Antonio Abate. Il Padovano ha altri animali. C’è la mula, o asina, che secondo la tradizione si inginocchia davanti all’Eucaristia, confondendo l’incredulità di un eretico. E ci sono i pesci, ai quali Antonio avrebbe predicato quando gli uomini non volevano ascoltarlo. È un tratto molto francescano: la creazione diventa uditorio, testimone e alleata della predicazione.

Approfondisci: Mantovastoria su reliquie, sequeri e animali

8. Il “sequeri” invece del fuoco di Sant’Antonio

Il “fuoco di Sant’Antonio” riguarda l’Abate: è il nome popolare dell’herpes zoster e rimanda anche agli Antoniani, agli ospedali medievali e alle cure contro il fuoco sacro. Il Padovano è invece legato al Si quaeris miracula, che nella devozione popolare diventa “sequeri”. È la preghiera recitata per ritrovare le cose perdute: chiavi, documenti, animali, ma anche direzione, memoria, speranza.

Approfondisci: Il Si quaeris sul sito della Basilica

9. Un santo morto giovane contro un vegliardo

Sant’Antonio Abate è il grande vecchio del deserto: la tradizione lo vuole morto ultracentenario nel 356. Sant’Antonio di Padova, invece, muore giovane, a poco più di 30 anni. Anche questo spiega la differenza nelle immagini: l’Abate è anziano, severo, monastico; il Padovano è un frate giovane, spesso dolce, con il Bambino Gesù in braccio. Due “Antonio”, due età della vita, due modi diversi di immaginare la santità.

Approfondisci: Sant’Antonio Abate su Santi e Beati

10. Quando fu per qualche tempo patrono di Napoli

Curiosità napoletana: secondo una tradizione molto diffusa, dopo la Repubblica Partenopea del 1799 San Gennaro sarebbe stato “punito” perché ritenuto troppo vicino ai giacobini, e Sant’Antonio di Padova lo avrebbe sostituito come patrono per alcuni anni, fino al 1814. La notizia va raccontata con prudenza: più che una sostituzione lineare, sembra un episodio politico-devozionale dentro la storia complessa dei patroni napoletani. Ma dice molto del potere simbolico dei santi nelle città.

Approfondisci: La protezione celeste secondo il Comune di Napoli

P.S. Altri santi di nome Antonio

Gli Antonio non finiscono qui. Ci sono, tra gli altri, Sant’Antonio Maria Zaccaria, cremonese, fondatore dei Barnabiti; Sant’Antonio Maria Claret, missionario catalano e fondatore dei Clarettiani; Sant’Antonio Maria Pucci, il “curatino” di Viareggio, parroco per quasi mezzo secolo. Segno che il nome Antonio ha camminato molto nella storia cristiana: dal deserto egiziano dell’Abate alla Padova francescana, fino alla pastorale moderna.

Approfondisci: Sant’Antonio Maria Zaccaria, Sant’Antonio Maria Claret, Sant’Antonio Maria Pucci

Chi a Mantova volesse vedere un quadro dedicato a Sant’Antonio potrebbe andare nella Basilica di Sant’Andrea. La prima cappella sulla destra presenta una pala d’altare con l’episodio dell’incontro tra il santo e il tiranno Ezzelino da Romano.

Per approfondire:
Sant’Antonio da Padova su wikipedia
Il sito della Basilica del Santo a Padova
Il Messaggero di Sant’Antonio
Gli 800 anni della vocazione da frate francescano e il sorvolo delle reliquie
La lingua del santo: il film di Mazzacurati

* Padova, la città dei tre senza: il santo senza nome (Antonio), il bar senza porte (Il Pedrocchi), il prato senza erba (Prato della Valle). Potete approfondire qui.

Il testo e la grafica di copertina sono state realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale ChatGPT.
Lo spunto per il post nasce da un articolo pubblicato su Sette del Corriere della Sera venerdì 12 giugno 2026, pagine 52-55
Di seguito il testo integrale.

«Io, ex capo dei pompieri salverò Sant’Antonio dall’incubo Notre-Dame»

Padova

Alla vigilia della festa del patrono, siamo saliti sui tetti della basilica con l’ingegnere capo Fabio Dattilo, già comandante dei Vigili del fuoco. Il sistema antincendio basato sullo “spray ad acqua” è ispirato al modello usato per San Marco a Venezia ed è stato adottato anche per la sicurezza della ricostruita cattedrale di Parigi.

di Luca Mastrantonio
foto di Gianmarco Maraviglia

Acqua, l’acqua vince il fuoco. Questo è un bene se si vuole evitare che una cupola vada in cenere. Ma l’acqua è anche nemica del legno, dei muri e soprattutto di stucchi, affreschi e altre opere d’arte, può danneggiare non meno delle fiamme che combatte. Per questo, anche per la Basilica di Padova, è stato deciso di adottare una nuova tecnologia – presente nelle cupole di San Marco a Venezia e a Notre-Dame de Paris – che combatte le fiamme con una nebbiolina a presa rapida, più che con getti d’acqua.

“Water mist”, si chiama il sistema. Acqua in forma di nebbia, finissima.

Ma visto che si parla di fuoco e di Sant’Antonio, per chi avesse ancora dei dubbi, è utile un chiarimento: il fuoco di Sant’Antonio, ossia l’herpes zoster, legato allo stesso virus della varicella, non c’entra niente con il Santo di Padova. Il fuoco di Sant’Antonio riguarda Sant’Antonio Abate. Qui stiamo parlando di Sant’Antonio di Padova, anzi, il Santo, come viene nominato a Padova, la città dei tre “senza”.

Il primo “senza”. Padova ha una delle più grandi piazze d’Europa, il bellissimo Prato della Valle, che è un prato “senza erba”.

Il Caffè Pedrocchi, nato nell’Ottocento e ritrovo di artisti e intellettuali, nasce “senza porte”, così da garantire una frequentazione senza troppi problemi, con entrata e uscita libere.

Sant’Antonio, infine, è il santo “senza nome” perché a Padova è il Santo per antonomasia. Santo che ha, tra le sue caratteristiche, il dono dell’ubiquità; santo cui spesso i fedeli si rivolgono per ritrovare le “cose perdute”. Le cose “senza” le quali ci si sente un po’ perduti, senza cadere nell’idolatria, certo.

La Basilica di Padova, tra l’altro, “senza” il suo Santo, in parte lo è stata negli anni 90, quando furono trafugate le reliquie, poi recuperate – episodio di cronaca che ha ispirato il film del 2000 La lingua del santo, del regista padovano Carlo Mazzacurati: i due protagonisti sono interpretati da Antonio Albanese e Fabrizio Bentivoglio.

A vigilare sul santo, o meglio sulle sue cappelle, le cui calotte sono sormontate da un reticolo di travi in legno, e dunque le reliquie e le bellezze artistiche della basilica sottostanti, c’è un sistema che prevede una rete di tubazioni e ugelli installate all’interno di ciascuna calotta: in caso di incendio non conduce acqua, ma produce una nebbia finissima ad alta pressione, che può rapidamente abbattere le temperature e contenere la propagazione delle fiamme, rendendo minimo l’impatto sulle strutture portanti e le infiltrazioni.

Alla guida della Veneranda Arca di Sant’Antonio, preposta alla custodia del luogo di culto, c’è il comandante dei vigili del fuoco in pensione, Fabio Dattilo, che a Padova ha studiato ingegneria e a lungo vi ha lavorato – con alcune parentesi a Rovigo, Vicenza, Verona e Venezia, oltre a Roma. Calabrese, aveva il Santo nel suo destino: a Lamezia Terme, città dove è nato, è molto diffuso il culto del Santo di Padova.

«Quando ero ragazzo – racconta – al mio paese c’erano delle signore che andavano a pregare Sant’Antonio e accanto alla statua del Santo c’è la statua di Cristo; allora il frate ogni tanto diceva: “Scusate, ma ogni tanto andate a pregare anche Cristo”. E allora queste signore, obtorto collo, si rivolgevano a Cristo e gli chiedevano: “Per favore diglielo anche tu a Sant’Antonio di farci la grazia”».

L’ingegner Dattilo è dagli anni 80, quando era Comandante Provinciale Vigili del fuoco di Padova, che guardava la Basilica con quel pensiero fisso: «Metterla in sicurezza, altrimenti dobbiamo pensare che un domani altre persone non potranno godere delle bellezze che offre». Ammette di avere una deformazione professionale, al riguardo: «Molti amici mi prendono in giro perché può capitare che si entri in un locale, per un caffè o un aperitivo, e io faccio in automatico una analisi dei rischi, per esempio, boccio sempre i funghi con le bombole…».

La spinta a dotare anche Padova di questo sistema antincendio è venuta dalla tragedia di Notre-Dame de Paris, che vide andare in fumo la maggior parte del tetto, sorretto dalla “foresta”, l’immensa struttura lignea risalente a secoli addietro, oltre a importanti elementi in muratura, abbattuti dalle temperature altissime. Il sistema antincendio originario era rudimentale, basato principalmente su rilevatori antifumo e sorveglianza umana. Si erano evitati gli impianti a pioggia o altre forme di protezione invasiva per non deturpare il monumento. Dopo la ricostruzione, la cattedrale di Parigi è stata dotata del sistema d’acqua nebulizzante.

«In realtà l’acqua è un ritorno al passato – spiega l’ingegner Dattilo – dopo anni in cui si è tentato di perfezionare alcuni gas per spegnere gli incendi. Sono tutt’ora validi, ma l’acqua resta l’essenza dello spegnimento, e ora abbiamo un sistema che evita gli effetti collaterali di un uso eccessivo e non mirato dell’acqua, che poi rischia di ruscellare verso l’interno delle strutture».

Il water mist è un sistema nato per ambienti più piccoli, poi applicato su larga scala proprio in Veneto, dove molte strutture sono in legno. Si tratta di uno spray d’acqua che viene diffuso là dove ci può essere un principio di incendio, sottrae ossigeno alla combustione e raffredda l’incendio di materiale solido.

«Se è vero che il modello di San Marco ha offerto una soluzione efficace per Notre-Dame – conclude Dattilo –, proprio la tragedia parigina, che ha avuto un impatto potente, ha reso più sensibili i decisori anche in Italia per stanziare le risorse e mettere in sicurezza altri luoghi di culto».

Aspetto non secondario, del modello veneto, è l’uso dell’edilizia acrobatica, per evitare di allungare tempi, aumentare costi e incartare i luoghi di culto con le impalcature tradizionali.

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Giacomo Cecchin