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C’è un modo classico di attraversare una città: uscire, andare da qualche parte, fare quello che si deve fare, tornare. È efficiente ma è anche il modo migliore per smettere di vedere davvero il posto in cui si vive.
Poi c’è un altro modo: andare a zonzo.
Andare a zonzo non significa perdere tempo. O meglio: significa anche perdere tempo, ma perderlo bene e quindi in realtà investirlo. Significa camminare senza una meta rigida, lasciare spazio alla deviazione, al dettaglio, all’errore di strada, alla sosta inutile che poi inutile non era. È un esercizio semplice e difficile insieme.
Mantova è perfetta per questo. Non è una metropoli da attraversare in apnea, né un centro storico da consumare come una lista di monumenti. È una città raccolta, stratificata, piena di soglie: ponti, cortili, portici, piazze, rive, vicoli, campanili, lapidi, affacci sull’acqua. Una città che non urla sempre la propria bellezza, ma la dissemina. Chi va di fretta vede Palazzo Ducale, Sant’Andrea, Palazzo Te. Chi va a zonzo comincia a vedere anche tutto il resto.
Che cosa vuol dire davvero andare a zonzo?
“Andare a zonzo” sembra una cosa leggera, quasi da domenica pomeriggio. In realtà è una disciplina dello sguardo. Vuol dire smettere di usare la città soltanto come corridoio tra due impegni e ricominciare a leggerla come un testo.
Le città, infatti, si possono leggere. Si leggono nei nomi delle vie, nelle facciate che hanno “digerito male i cambiamenti”, nelle finestre murate, nelle lapidi, nelle curve improvvise, nei ponti, nei vuoti, nei negozi scomparsi, nei campanelli di chi oggi abita dove altri hanno abitato prima. Ogni città è un libro riscritto molte volte. Il problema è che, abitando sempre nello stesso posto, finiamo per saltare le pagine.
Andare a zonzo serve a questo: riaprire il libro per leggerlo con più calma.
Non occorre un programma complicato. Anzi, il programma a volte rovina tutto. Basta decidere una zona, un tempo minimo e una regola di osservazione. Per esempio: oggi guardo solo in alto. Oppure: oggi seguo l’acqua. Oppure: oggi leggo tutte le lapidi. Oppure: oggi percorro una strada che conosco, ma dall’altro lato.
Sembra poco. È già moltissimo.
Dal flâneur parigino al mantovano errante
I francesi hanno una parola elegante per questa pratica: flâner. Il dizionario Larousse la definisce come il passeggiare senza uno scopo preciso, per il piacere di guardare. Da qui nasce la figura del flâneur, il passeggiatore urbano, colui che cammina senza sembrare occupato e intanto osserva tutto.
Nell’Ottocento il flâneur diventa una figura legata soprattutto a Parigi: boulevard, folla, vetrine, passaggi coperti, caffè, giornali, modernità. In Baudelaire e poi in Walter Benjamin diventa quasi un personaggio teorico: l’osservatore della città moderna, immerso nella folla ma capace di restarne un po’ a distanza.
Mantova, naturalmente, non è Parigi. Non ha i boulevard parigini, non ha la folla dei grandi viali, non ha bisogno di darsi troppe arie da capitale europea. E tuttavia ha tutto ciò che serve per praticare una flânerie padana: una scala umana, molta storia, una buona quantità d’acqua, abbastanza silenzio per pensare e abbastanza dettagli per non annoiarsi.
La dérive: perdersi, ma con metodo
Nel Novecento l’Internazionale Lettrista prima e l’Internazionale Situazionista poi trasformarono il camminare urbano in una vera pratica critica. La parola chiave è dérive, cioè “deriva”: non una passeggiata qualunque, non un vagabondaggio distratto, ma un modo di attraversare la città lasciandosi guidare dalle sue atmosfere.
Guy Debord descrive la dérive come un passaggio attraverso ambienti diversi, fondato su un comportamento ludico e costruttivo e sull’attenzione agli effetti psicogeografici dei luoghi. In una dérive si abbandonano, almeno per un po’, i motivi abituali del movimento: lavoro, commissioni, tempo libero organizzato, tragitti già decisi. Ci si lascia invece attrarre dal terreno urbano, dagli incontri, dalle correnti invisibili della città.
La differenza rispetto alla semplice passeggiata è importante. Il flâneur osserva la città, spesso con lentezza e gusto estetico. Chi pratica la dérive fa qualcosa di più sperimentale: mette alla prova il rapporto tra spazio urbano, emozioni e comportamento. Non cammina solo per vedere, ma per capire come la città orienta, condiziona, invita o respinge.
Applicata a Mantova, la dérive può diventare un gioco molto serio. Si può partire senza una meta precisa e seguire l’acqua del Rio, oppure lasciarsi guidare dai campanili, dalle lapidi, dai portici, dai cortili, dai cambi di luce. Non si tratta di perdersi per davvero, ma di sospendere per un momento la città attraversata con il navigatore automatico — quella dei tragitti utili — e scoprire la città sensibile, quella che cambia a seconda dello sguardo, del passo e dell’umore.
L’abitudine alla meraviglia quotidiana
La meraviglia non è solo un colpo di scena. È anche un’abitudine.
Siamo abituati a pensare che ci si meravigli davanti a qualcosa di eccezionale: un capolavoro, un panorama, una scoperta, un viaggio lontano. Ma esiste anche una meraviglia più piccola e più utile: quella quotidiana. È la capacità di guardare una cosa nota come se non fosse completamente consumata dall’abitudine.
Questo è il punto decisivo. La città in cui viviamo diventa invisibile proprio perché la conosciamo. La attraversiamo troppe volte, sempre con gli stessi pensieri, gli stessi percorsi, le stesse urgenze. La conosciamo così tanto da non vederla più.
La meraviglia quotidiana nasce quando si rompe questo automatismo. Non serve fingere che Mantova sia sconosciuta. Serve ammettere che la conosciamo solo in parte. Ogni abitante ha una città personale, fatta di tragitti utili: casa, lavoro, scuola, bar, farmacia, parcheggio, spesa, stazione. Ma attorno a quella città minima esiste una città più grande, che spesso resta fuori campo.
Andare a zonzo allarga il campo.
Non rende la città più bella di quanto sia. La rende più visibile. Ed è già abbastanza.
Ecco 5 esercizi da applicare per allenarsi.
Primo esercizio: non abbiate fretta
La prima regola è la più difficile: non avere fretta.
Se il tempo diventa la variabile principale, non state andando a zonzo. Vi state spostando. E spostarsi è un’altra cosa. Lo spostamento vuole efficienza. Il girovagare vuole attenzione e focus.
A Mantova questo è particolarmente importante. La città non si rivela tutta insieme. Ci sono luoghi evidenti e luoghi laterali. Ci sono monumenti che si impongono e dettagli che aspettano. Se correte, Mantova vi lascia vedere le cose principali. Se rallentate, comincia a farvi vedere le relazioni: tra una piazza e una via, tra un ponte e un canale, tra una chiesa e un quartiere, tra una facciata e una memoria.
Qui non vince chi arriva prima. Vince chi torna a casa con una domanda nuova.
Secondo esercizio: alzate gli occhi
Camminiamo guardando davanti o per terra. È comprensibile: bisogna evitare buche, biciclette, gradini e qualche sorpresa meno poetica. Però, se guardiamo solo dove mettiamo i piedi, perdiamo metà città.
Mantova vive moltissimo in alto. Nei cornicioni, nei sottotetti, nei campanili che compaiono tra due case, nelle finestre murate, negli stemmi, nelle tracce di facciate trasformate, nelle torri che si vedono solo da certi angoli e nei comignoli, tutti diversi.
Ogni svolta è una buona occasione per alzare gli occhi. Ogni attraversamento, ogni portico, ogni pausa prima di cambiare strada. Il consiglio è semplice: quando svoltate, fermatevi un momento e guardate in alto. La città vi sembrerà meno piatta, meno scontata.
Certo, ogni tanto guardate anche in basso. Mantova è meravigliosa, ma inciampare resta poco rinascimentale.
Terzo esercizio: guardate la città come un quadro
Un altro esercizio utile è fermarsi e osservare una scena urbana come se fosse un quadro.
Non bisogna avere una cornice vera. Bastano le mani, le dita a forma di L, oppure un po’ di immaginazione. Si sceglie un punto e si guarda cosa entra nell’inquadratura: una facciata, un’insegna, una bicicletta, un campanile sullo sfondo, una finestra aperta, una persona che passa, una pietra consumata, un’ombra.
Questo esercizio insegna una cosa importante: la città non è fatta solo di monumenti. È fatta di composizioni. Un palazzo storico vive in rapporto con il cielo, con la strada, con le persone, con i rumori, con le cose ordinarie che gli stanno intorno.
Guardare Mantova come un quadro non significa renderla finta. Significa accorgersi delle cose, che è un paesaggio costruito nei secoli e ancora abitato.
Quarto esercizio: tornate sui vostri passi
Tornare indietro non è una sconfitta. È un metodo.
Una via percorsa in senso opposto non è mai la stessa via. Cambiano gli sfondi, le prospettive, la luce, le facciate visibili. Un campanile che prima era alle spalle diventa protagonista. Un portone che prima non avevate notato si apre dentro l’inquadratura. Una curva cambia significato.
Per questo è utile fare una cosa apparentemente sciocca: girarsi all’improvviso. Non perché qualcuno vi stia seguendo. Ma perché la città, vista al contrario, spesso dice cose diverse.
L’abitudine ci fa procedere sempre nello stesso verso. La meraviglia comincia quando cambiamo verso anche noi.
Quinto esercizio: leggete lapidi, nomi e campanelli
La città si guarda, ma si legge anche.
Le lapidi sono una biblioteca all’aperto. Raccontano personaggi, episodi, date, memorie pubbliche, devozioni, ferite, orgogli civici. Alcune ricordano grandi eventi, altre storie minori. Ma proprio le storie minori sono spesso quelle che riaprono il rapporto con un luogo.
Poi ci sono i nomi delle vie, che non sono mai innocenti. E ci sono i campanelli, da leggere con discrezione, senza trasformarsi in investigatori condominiali. I campanelli ricordano una cosa essenziale: la città storica non è solo passato. È ancora abitata.
Dietro le facciate ci sono vite contemporanee. I nomi di oggi si aggiungono ai nomi di ieri. La città non è un museo fermo: è una storia che continua a cambiare in modo molto concreto, anche quando noi la fotografiamo come se fosse immobile.
Un itinerario per allenarsi: da San Francesco a Porto Catena
Per iniziare, l’esercizio migliore è seguire il Rio dalla chiesa di San Francesco fino a Porto Catena. È un tragitto perfetto perché non coincide con la Mantova più ovvia. Non è solo la città delle grandi piazze e dei monumenti celebri. È una Mantova d’acqua interna, di margini, di ponti, di funzioni perdute, di scorci che bisogna cercare.
Il Rio è una linea di lettura. Seguirlo significa vedere la città da dentro, non solo dalla facciata. Ogni ponte diventa un punto di osservazione. Ogni tratto d’acqua suggerisce domande: che cosa passava qui? Quali edifici si affacciavano? Che odori c’erano? Che rumori? Chi lavorava lungo queste rive? Quali parti della città sono scomparse, e quali resistono sotto altre forme?
Camminare lungo il Rio significa mettersi gli occhiali del tempo. Scegliere un secolo, provare a immaginarlo, poi tornare al presente con uno sguardo un po’ meno distratto.
Camminare fa pensare
Il camminare non serve solo alle gambe. Serve alla testa.
Nietzsche diffidava dei pensieri nati stando troppo seduti perché il pensiero ha bisogno anche di aria, movimento e muscoli. Al netto delle esagerazioni filosofiche — che in Nietzsche non mancano mai, altrimenti si annoiava — l’intuizione resta potente: camminare smuove le idee.
Quando camminiamo, il pensiero si libera dalla forma chiusa della stanza. Entra in relazione con le cose: un muro, un ponte, una facciata, una persona, un rumore, una luce. Non è più un pensiero fermo. È un pensiero che procede, devia, torna indietro, si distrae e proprio distraendosi trova qualcosa.
A Mantova questo accade spesso. La città ha una scala adatta al pensiero: non troppo grande da stordire, non troppo piccola da esaurirsi. Camminando, ogni luogo può diventare una domanda. Perché questa via curva? Perché qui c’è un ponte? Che cosa c’era prima? Perché questa lapide è stata messa proprio qui? Dove finisce l’acqua? Dove comincia la città?
Perché ripetere l’esercizio?
Andare a zonzo una volta è piacevole. Ripeterlo diventa conoscenza.
La stessa strada cambia con le stagioni, con la luce, con l’ora, con il tempo atmosferico, con il nostro umore. Una città non è mai identica a sé stessa. Siamo noi che spesso la trattiamo come se lo fosse.
Per questo gli esercizi vanno ripetuti. Una volta lungo il Rio. Una volta sui laghi. Una volta nelle piazze. Una volta cercando solo le torri. Una volta seguendo le lapidi risorgimentali. Una volta senza fotografare nulla, che ormai è quasi una prova di carattere.
Lo scopo non è diventare enciclopedici. Lo scopo è diventare più presenti. Più attenti. Più capaci di riconoscere la ricchezza del luogo in cui viviamo.
Conclusione: camminare per rientrare nella città
Andare a zonzo per Mantova è un piccolo atto di resistenza contro l’automatismo e l’abitudine che uccidono la meraviglia.
Non richiede attrezzature, biglietti, prenotazioni o grandi dichiarazioni d’intenti. Richiede solo tempo, occhi aperti e la disponibilità a sbagliare strada senza considerarlo un fallimento.
Mantova si presta alla meraviglia quotidiana, ma non la regala a chi corre. Bisogna fermarsi, alzare lo sguardo, tornare indietro, leggere, ascoltare, seguire l’acqua, guardare una via come fosse un quadro. Bisogna diventare, almeno per un’ora, turisti nella propria città. Non turisti superficiali, però: turisti affezionati, curiosi, un po’ testardi.
Alla fine non importa molto dove si arriva. Importa il legame che si crea camminando.
Perché andare a zonzo non significa perdere di vista Mantova ma guardarla meglio.
Testo di Giacomo Cecchin
Citazione completa di Nietzsche
“Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati allaria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra è il vero peccato contro lo spirito santo”.
Alcuni link per approfondire
Da Mantovastoria
A zonzo per Mantova: esercizi di girovagare urbano
Il post di partenza: cinque consigli per camminare senza fretta, guardare meglio la città e riscoprire Mantova come spazio quotidiano di meraviglia.
https://mantovastoria.it/2018/04/30/a-zonzo-per-mantova/
Mantova città d’acqua: il Rio
Approfondimento sul Rio come canale che collega il Lago Superiore al Lago Inferiore e come traccia fondamentale della Mantova d’acqua, spesso dimenticata anche dai mantovani.
https://mantovastoria.it/2014/10/17/mantova-citta-dacqua-il-rio/
5 ponti sul Rio tra conventi, porti e pescherie
Un percorso tra i ponti del Rio, con attenzione agli scorci meno evidenti della città, alle Pescherie, ai conventi e a Porto Catena.
https://mantovastoria.it/2016/02/04/5-ponti-sul-rio-tra-conventi-porti-e-pescherie/
5 modi per arrivare sulla riva del Rio
Una guida molto utile per trasformare il tema del “girovagare” in un itinerario concreto: come raggiungere punti nascosti e affacci meno noti lungo il Rio.
https://mantovastoria.it/2016/02/28/mantova-2016-5-modi-per-arrivare-sulla-riva-del-rio/
5 trekking urbani da fare a Mantova senza uscire dal centro
Cinque proposte di camminata urbana dentro Mantova, utili per collegare il tema dello “zonzo” a percorsi più strutturati ma sempre lenti e curiosi.
https://mantovastoria.it/2023/12/29/5-trekking-urbani/
Sulla rete
Ponte ciclopedonale di Porto Catena – Parco del Mincio
Scheda sul ponte ciclopedonale di Porto Catena, punto importante per collegare il percorso urbano lungo il Rio alla Mantova ciclabile e ai lungolaghi.
https://www.parcodelmincio.it/pun_dettaglio.php?id_pun=2776
Flâner – Dizionario Larousse
Definizione francese del verbo flâner, utile per spiegare in modo preciso il significato originario di passeggiare senza fretta e senza meta rigida.
https://www.larousse.fr/dictionnaires/francais/fl%C3%A2ner/34028
The Flâneur – The Art Story
Approfondimento chiaro sulla figura del flâneur nella cultura urbana, nell’arte e nella letteratura moderna, da Baudelaire a Walter Benjamin.
https://www.theartstory.org/definition/flaneur/
Theory of the Dérive – Guy Debord
Testo fondamentale sulla dérive situazionista: non una passeggiata casuale, ma un attraversamento urbano guidato da atmosfere, attrazioni e psicogeografia.
https://www.bopsecrets.org/SI/2.derive.htm
Psychogeography – Tate
Scheda sintetica della Tate sulla psicogeografia, utile per spiegare come i luoghi urbani influenzino emozioni, comportamenti e percezioni.
https://www.tate.org.uk/art/art-terms/p/psychogeography
Wandering Through Mantua
This article turns a simple walk through Mantua into an exercise in attention. Inspired by the figure of the flâneur and by the Situationist idea of the dérive, it invites readers to slow down, look up, read plaques and street names, retrace their steps and rediscover the city beyond daily habits. Wandering becomes a way to train the eye and recover the wonder hidden in familiar places.
Flâner dans Mantoue
Cet article transforme une promenade dans Mantoue en exercice d’attention. À partir de la figure du flâneur et de la dérive situationniste, il invite à ralentir, lever les yeux, lire les plaques et les noms de rues, revenir sur ses pas et redécouvrir la ville au-delà des habitudes quotidiennes. Aller à l’aventure devient ainsi une manière d’éduquer le regard et de retrouver l’émerveillement dans les lieux familiers.