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Un libretto, un adesivo e una bicicletta
Ci sono libri che non entrano nella nostra vita come “grandi libri”.
Non hanno copertine memorabili, non stanno nelle vetrine delle librerie, non ricevono premi, non diventano oggetti da collezione. Entrano in casa in silenzio, magari attraverso un ente pubblico, una biblioteca, un ufficio turistico, una fiera, un regalo.
Poi, però, restano.
Per me uno di questi libri è “Mantova, Passeggiando per i 70 comuni alla scoperta di fiumi, laghi, canali, borghi, corti, pievi e campanili dell’antica terra di Virgilio e dei Gonzaga”.
Titolo lunghissimo, quasi una pedalata.
Era un volumetto di 144 pagine, pubblicato nel 1984 dall’Amministrazione Provinciale di Mantova e dall’Ente Provinciale per il Turismo, stampato da Publi Paolini. In quarta di copertina c’era anche la sponsorizzazione Gubela. Nella mia copia, a renderlo davvero mio, avevo applicato un adesivo con scritto CECCHIN, realizzato da mio padre.
Lo stesso tipo di adesivo che avevo anche sulla bicicletta.
E infatti quel libro, per me, è legato alla bicicletta.
Avevo sedici anni e lo usai come una guida per scoprire la provincia insieme a un amico. Non era ancora il tempo delle app, dei navigatori, delle tracce GPX, dei percorsi cicloturistici perfettamente confezionati. C’erano le cartine, i nomi dei paesi, le strade provinciali, un po’ di incoscienza e quella sensazione bellissima di andare lontano anche restando dentro i confini di casa.


La provincia come avventura
A sedici anni la provincia non è una categoria amministrativa.
È un’avventura.
Partire da Castellucchio, prendere la bici e andare a vedere un altro comune mantovano significava già uscire dal proprio mondo. Alcuni paesi sembravano vicinissimi sulla carta, ma lontanissimi nella percezione.
Ricordo ancora lo sconforto ironico nello scoprire che abitavo nel Medio Mantovano. Avrei preferito distinguermi nell’Alto o nel Basso. Invece niente: medio. Una parola che suona già come un compromesso geografico.
Poi però il libro spiegava che Castellucchio aveva “un impianto territoriale molto articolato per la presenza di frazioni con una loro storia”. E allora anche quel “medio” diventava interessante. Perché dietro ogni comune, anche il più apparentemente normale, c’erano frazioni, corti, pievi, canali, campanili, storie minori.
Era questo il bello del volume di Renzo Dall’Ara: non trattava la provincia come periferia della città. La trattava come un territorio da attraversare e da capire.
Dai 70 comuni ai 64 comuni
Il titolo parlava di 70 comuni.
Oggi, però, la provincia di Mantova non ne ha più 70. Ne ha 64.
Non perché siano spariti i paesi, naturalmente. Sono cambiati i confini amministrativi, sono arrivate le fusioni, alcuni nomi sono stati sostituiti da nuove denominazioni comunali.
È un passaggio importante, perché ci ricorda che anche la geografia amministrativa non è immobile. I luoghi restano, ma cambiano le cornici con cui li nominiamo.
Dal volume del 1984 a oggi, alcuni toponimi comunali sono cambiati in modo evidente:
- Borgoforte e Virgilio sono diventati Borgo Virgilio.
- Pieve di Coriano, Revere e Villa Poma sono confluiti in Borgo Mantovano.
- Borgofranco sul Po e Carbonara di Po sono diventati Borgocarbonara.
- Sermide e Felonica sono diventati Sermide e Felonica.
- San Giorgio di Mantova e Bigarello sono diventati San Giorgio Bigarello.
Così i 70 comuni della guida sono diventati 64.
Ma se guardiamo bene, questa non è solo una questione burocratica. È una piccola lezione di storia locale.
Perché i nomi dei comuni sono contenitori di identità. Quando cambiano, non cambiano soltanto le intestazioni dei documenti. Cambia il modo in cui un territorio si presenta, si racconta, si riconosce.
Un tempo si partiva per andare a Revere.
Oggi si dice Borgo Mantovano.
Un tempo si attraversava Borgoforte.
Oggi si entra in Borgo Virgilio.
I luoghi sono ancora lì, ma la mappa mentale si è spostata.
Un libro turistico che era già un progetto culturale
Rileggere oggi quel volumetto fa impressione.
Non era solo una guida turistica nel senso tradizionale. Era un’idea di valorizzazione del territorio.
C’erano i fiumi, i laghi, i canali.
C’erano borghi, corti, pievi e campanili.
C’era la provincia non come elenco, ma come racconto.
Nelle parti introduttive si parlava delle biblioteche, e fa quasi tenerezza notare che mancava la Biblioteca Baratta, perché sarebbe stata aperta solo molti anni dopo, nel 1998. Compariva invece una Biblioteca dell’Istituto di Cultura Germanica in via Sant’Agnese 8, con 5.000 volumi: una presenza oggi quasi dimenticata.
C’erano poi le Strade della Fantasia, con Virgilio, Rigoletto e Romeo. E le Strade della Storia, con Hofer e il Risorgimento.
A rileggerle oggi, quelle formule sembrano ancora attuali. Anzi, sembrano un programma di marketing territoriale già pronto.
Solo che era il 1984.
Dall’Ara, e chi con lui lavorò a quella pubblicazione, avevano già capito una cosa che oggi ripetiamo continuamente: un territorio funziona quando sa raccontarsi per temi, itinerari, personaggi, suggestioni, collegamenti.
Renzo Dall’Ara: trovare una notizia dove gli altri non vedevano nulla
Quando morì Renzo Dall’Ara, mi resi conto di una cosa strana.
Ne avevo sempre sentito parlare, avevo letto il suo nome, avevo incrociato la sua figura, ma non lo avevo mai conosciuto davvero. E questo crea una specie di vuoto: la sensazione di aver perso non solo una persona, ma una conversazione possibile.
Per me il suo nome era soprattutto quello scritto in piccolo sotto il titolo di quel volume. Un nome discreto, ma presente. Come certi autori che non entrano dalla porta principale della memoria, ma ci restano dentro lo stesso.
A raccontare meglio Renzo Dall’Ara è stato Fabrizio Binacchi, in un ricordo che vale la pena salvare dall’oblio dei social.
Binacchi scrive che Dall’Ara trovava una notizia anche laddove gli altri non la vedevano. Aveva curiosità professionale e umana, rispetto, prudenza, ironia, capacità di trasformare una storia apparentemente minore in una pagina interessante.
È forse questa la definizione migliore di un giornalista locale.
Non uno che si limita a registrare ciò che accade.
Uno che vede dove gli altri passano oltre.
Il mestiere di semplificare
Nel ricordo di Binacchi colpisce un passaggio: Renzo Dall’Ara era un maestro della semplificazione giornalistica.
Perché usare una perifrasi se puoi usare una parola?
È una lezione enorme.
Semplificare non significa banalizzare. Significa togliere quello che non serve per far emergere ciò che conta. È un mestiere difficilissimo, soprattutto quando si raccontano territori complessi, fatti di storia, amministrazione, identità locali, tradizioni, rivalità, frazioni, memorie.
Dall’Ara sapeva farlo.
Sapeva raccontare il Mantovano senza appesantirlo. Sapeva trovare la frase giusta, il dettaglio, l’attacco, il soprannome, il titolo. Veniva da una stagione di giornalismo in cui il mestiere si imparava in redazione, guardando gli altri, ascoltando, scrivendo, sbagliando, riscrivendo.
Una stagione di macchine per scrivere, appunti, necrologi letti al mattino e storie trovate nei paesi.
Toni Lodigiani e la provincia fotografata comune per comune
Accanto al ricordo di Dall’Ara c’è anche quello di Toni Lodigiani, che racconta la storia delle immagini del volume.
L’idea della pubblicazione nacque all’Ente Provinciale per il Turismo. Si voleva realizzare una guida di tutta la provincia, con tutti i 70 comuni, anche i più piccoli e meno conosciuti, corredata da testi approfonditi e immagini di qualità.
Il problema erano proprio le fotografie.
L’archivio dell’Ente era ben fornito per Mantova città e per una parte della provincia, ma non per tutti i comuni. Si scrisse allora ai municipi chiedendo immagini, ma risposero in pochi, e qualcuno mandò addirittura cartoline.
A quel punto si decise di fare una campagna fotografica vera e propria.
Lodigiani ricevette l’incarico di andare a fotografare, in accordo con Renzo Dall’Ara, le emergenze storico-artistiche dei 70 comuni. Tra l’autunno, l’inverno e la primavera del 1983-1984 girò tutta la provincia per costruire un patrimonio fotografico omogeneo e aggiornato.
È un dettaglio importante.
Quel libro non fu solo una pubblicazione. Fu anche una ricognizione visiva del Mantovano. Un modo per guardare tutti i comuni con la stessa dignità, dal più famoso al più piccolo.
Le stagioni ideali e la nebbia per chi sa capire
Tra le frasi più belle del volume c’è quella dedicata alle Stagioni Ideali.
Dall’Ara scriveva che le stagioni più favorevoli per il turismo nel Mantovano sono, come in tutte le aree continentali di pianura, quelle intermedie: primavera e autunno.
Poi aggiungeva: anche le giornate di nebbia hanno un loro fascino, per chi sa capire.
Ecco: in quelle tre parole c’è moltissimo.
“Per chi sa capire” è una piccola dichiarazione poetica e territoriale. La nebbia mantovana non è un difetto paesaggistico, non è soltanto umidità, disagio, guida lenta, fanali accesi. È atmosfera. È profondità. È scomparsa dei contorni. È il modo in cui la pianura diventa misteriosa.
Naturalmente bisogna saperla capire.
E forse Renzo Dall’Ara sapeva capire proprio questo: che la provincia non va raccontata soltanto quando è bella, facile, fotogenica. Va raccontata anche quando è piatta, nebbiosa, laterale, apparentemente ordinaria.
Il piacere della tavola e le nevrosi metropolitane
Poi c’è il capitolo sul Piacere della Tavola.
Dall’Ara scriveva che nel Mantovano è “oggettivamente difficile mangiar male”. Una frase che, da sola, meriterebbe una targa all’ingresso della provincia.
Seguivano agnoli in brodo, tortelli di zucca, risotti alla pilota o col pesce, bigoli, tagliatelle in brodo, stufati, stracotti anche d’asino, lessi, luccio in salsa, lumache, rane.
E poi la stoccata finale: il Mantovano non è terra di fettine, bistecche, paillard e rimane indenne da nevrosi culinarie o nutrizionali di tipo metropolitano.
Oggi quella frase fa sorridere ancora di più.
Perché le nevrosi culinarie e nutrizionali sono arrivate anche qui, naturalmente. Ma resta bellissima l’idea di una cucina mantovana fedele a se stessa, poco incline alle mode, costruita su piatti che non chiedono il permesso di essere pesanti, ricchi, rituali.
Anche questo era racconto del territorio.
Non folklore.
Non cartolina.
Identità.
Rileggere una provincia
Il volume di Renzo Dall’Ara oggi va riletto per molte ragioni.
Per ricordare un giornalista che ha saputo raccontare il Mantovano con competenza, ironia e chiarezza.
Per capire com’era la provincia nel 1984, quando i comuni erano ancora 70 e certi nomi avevano un’altra autonomia amministrativa.
Per misurare quanto sia cambiata la nostra percezione del territorio.
Per riscoprire paesi, pievi, corti, canali, borghi e campanili che rischiamo di dare per scontati.
E anche per ricordare una cosa semplice: conoscere un territorio non significa soltanto visitare i suoi luoghi più famosi. Significa attraversarlo tutto. Anche dove pensiamo che non ci sia nulla.
Soprattutto lì.
Ricordare è riportare al cuore
Alla fine, forse, questo post nasce da un gesto molto semplice: riprendere in mano un libretto.
Un libretto con un adesivo in copertina.
Un libretto usato da ragazzo per girare in bicicletta.
Un libretto che parlava di 70 comuni quando oggi sono 64.
Un libretto scritto da un giornalista che forse avrei potuto conoscere e non ho conosciuto.
Rileggerlo oggi significa fare un doppio viaggio.
Nel Mantovano.
E nella memoria.
Perché i libri, anche quelli piccoli, hanno questa capacità: restano fermi sugli scaffali, ma quando li riapri ti rimettono in movimento.
Renzo Dall’Ara aveva raccontato una provincia da passeggiare.
Io, tanti anni fa, l’ho trasformata in una provincia da pedalare.
E forse il modo migliore per ricordarlo è proprio questo: ripartire.
Con una guida in mano, una bicicletta sotto, un paese davanti e la voglia di vedere se davvero, dietro ogni campanile, c’è ancora una storia da raccontare.

Ritratto di coppia – Renzo Dall’Ara e fidanzata – Milano – Piazza del Duomo
Sbarberi, Quinto https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-2s030-0001026/
Renzo Dall’Ara (1930-2020)
Renzo Dall’Ara è stato uno dei grandi nomi del giornalismo mantovano. Nato nel 1930, dopo il diploma al liceo classico Virgilio entrò giovanissimo alla Gazzetta di Mantova, a soli diciannove anni, imparando il mestiere in una stagione in cui il giornalista viveva soprattutto in redazione e in mezzo alla gente. In seguito lavorò a Milano per Il Giorno, dove divenne caposervizio delle province, collaborando anche con La Gazzetta dello Sport e con la versione milanese di Paese Sera.
Giornalista, scrittore, narratore televisivo e memoria viva del territorio, Dall’Ara ha firmato numerosi volumi dedicati alla storia, allo sport, alla cucina e alla cultura mantovana. È stato ricordato come il decano dei giornalisti mantovani, ma soprattutto come un professionista capace di trovare una notizia anche dove gli altri non vedevano nulla. Curioso, ironico, prudente e concreto, aveva il dono raro della semplicità: sapeva raccontare cose complesse con parole chiare. Una sua lezione, ricordata da Fabrizio Binacchi, vale quasi come un manifesto di mestiere: perché usare una perifrasi, quando basta una parola?
Per chi volesse continuare il viaggio dentro la Mantova raccontata da Renzo Dall’Ara, ecco alcuni titoli utili: non una bibliografia completa, ma una piccola mappa tra sport, cucina, memoria locale, personaggi e territorio mantovano.
Bibliografia essenziale
- Renzo Dall’Ara, Mantova, passeggiando per i 70 comuni alla scoperta di fiumi, laghi, canali, borghi, corti, pievi e campanili dell’antica terra di Virgilio e dei Gonzaga, fotografie di Toni Lodigiani, Mantova, Amministrazione Provinciale di Mantova / Ente Provinciale per il Turismo, 1984.
- Renzo Dall’Ara, Mantova sport. Uomini radici eventi successi di un secolo, Mantova, Tre Lune, 2001.
- Renzo Dall’Ara, Locomotiva umana. L’avventura di Learco Guerra campione di ciclismo, Mantova, Tre Lune, 2002.
- Renzo Dall’Ara, Folengo macaronico poeta, Mantova, Tre Lune, 2004.
- Renzo Dall’Ara, Cucinare e mangiare bene alla mantovana. Ricette della tradizione che sono buone oggi, Mantova, Tre Lune, 2007.
- Renzo Dall’Ara, Un secolo di calcio. L’avventurosa storia del Mantova football club, Mantova, Tre Lune, 2011.
- Renzo Dall’Ara, Amarcord Mantova, Mantova, Tre Lune, 2021.
- Renzo Dall’Ara, Lubiam. Un uomo, una storia, Mantova, Editoriale Sometti, 1999.
- Renzo Dall’Ara, Scalari. Racconto di una vita, Comunità di San Cassiano, 1999.
- Renzo Dall’Ara, Guido Mattioli, Goliardia a Mantova dagli anni ’30 agli anni ’70. Immagini, nostalgie: un modo di vivere dei fuori, Mantova, Nunc et semper, 1982.
Renzo Dall’Ara and the Mantuan Province: A Guide, a Bicycle and a Memory
This article revisits Renzo Dall’Ara’s 1984 volume Mantova, Passeggiando per i 70 comuni, a guide that became much more than a tourist book. Through personal memories, bicycle rides, old place names and the transformation of the province from 70 to 64 municipalities, the text becomes a journey into the Mantuan landscape and its identity. It is also a tribute to Dall’Ara: journalist, writer and storyteller, able to find a story where others saw only ordinary places.
Renzo Dall’Ara et la province de Mantoue : un guide, un vélo et une mémoire
Cet article revient sur le volume de Renzo Dall’Ara publié en 1984, Mantova, Passeggiando per i 70 comuni, un guide devenu bien plus qu’un simple livre touristique. À travers des souvenirs personnels, des balades à vélo, les anciens toponymes et la transformation de la province passée de 70 à 64 communes, le texte devient un voyage dans le territoire mantouan et son identité. C’est aussi un hommage à Dall’Ara : journaliste, écrivain et conteur, capable de trouver une histoire là où les autres ne voyaient que des lieux ordinaires.
testo di Giacomo Cecchin (per sviluppare alcune parti è stata utilizzata l’IA)