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Lo stradario è il romanzo segreto della città

Nomi, cambiamenti e storie: perché la toponomastica può raccontare Mantova meglio di una guida

Uno stradario oggi sembra quasi un oggetto archeologico.

Per trovare una via abbiamo Google Maps, il navigatore dell’automobile, lo smartphone. Scriviamo un indirizzo e una voce ci dice dove girare. Eppure c’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui per orientarsi bisognava aprire un libro.

Ed è proprio uno di questi libri che continuo a considerare tra i più interessanti per conoscere Mantova: lo Stradario della città di Mantova di Gilberto Scuderi ed Enrico Grazioli.

Non perché serva ancora per trovare una strada. Ma perché permette di capire come la città è cambiata.

Il volume arrivava infatti fino al dicembre 1983. Inevitabilmente, quindi, oggi contiene assenze, nomi modificati, strade che allora non esistevano ancora o che successivamente hanno ricevuto una nuova intitolazione. Facciamo l’esempio di via Maria Bellonci: la scrittrice morì nel 1986 e quindi non poteva comparire in quello stradario. Oppure del ponte Alexander Langer, il ponte ciclopedonale di porto Catena.

Quello che sembrerebbe un limite diventa invece la sua qualità più interessante.

Uno stradario per misurare il tempo

Provate a prendere uno stradario vecchio di quarant’anni e confrontarlo con la città di oggi.

Non guardate soltanto quali strade sono state aggiunte.

Guardate chi è entrato nella memoria pubblica e chi ne è uscito.

Una città infatti continua a costruire se stessa anche attraverso le targhe agli angoli delle strade.

Cambiano i governi, cambiano gli eroi, cambiano le sensibilità. Arrivano nuovi personaggi da ricordare. Altri vengono dimenticati. Alcuni nomi resistono per secoli, altri durano una stagione.

Ed ecco perché la toponomastica non è mai soltanto una questione postale.

È una specie di sismografo della memoria collettiva.

Mantova lo dimostra molto bene.

L’attuale piazza Sordello, per esempio, per secoli ebbe altri nomi e assunse la denominazione attuale soltanto nel 1867, subito dopo l’annessione di Mantova al Regno d’Italia. Anche un semplice cambio di targa può quindi raccontare un cambiamento politico e culturale.

I nomi raccontano quello che c’era prima

Ci sono poi nomi che funzionano in modo opposto.

Non ricordano un personaggio arrivato dopo, ma conservano qualcosa che non esiste più.

Via Orefici parla dei mestieri.

Altri toponimi ricordano mercati, attività, edifici, conventi, famiglie.

Via Massari, ad esempio, deriverebbe dai mazari, fornai che confezionavano una particolare tipologia di pane; altri luoghi mantovani hanno conservato nei loro nomi il ricordo di pescivendoli, lattonai e attività artigiane scomparse.

Significa che, anche quando gli edifici vengono abbattuti e le attività scompaiono, qualche volta le parole sopravvivono alle cose.

Ed è forse questa una delle funzioni più affascinanti della toponomastica.

Piazza Canossa: quante piazze stanno dentro una piazza?

Nel vecchio stradario, ad esempio, alla voce dedicata a Piazza Matilde di Canossa si trovano diverse denominazioni stratificate nel tempo.

Nel 1787 era ufficialmente Piazza del Fieno.

Nel 1778 compare la denominazione popolare Piazzola del Canossa.

Troviamo anche Contrada Leopardo.

E andando ancora più indietro, nel 1551, compare la descrizione latina Plateola cum uno puteo: una piazzola con un pozzo.

Guardiamo allora la piazza con altri occhi.

Sotto il nome che leggiamo oggi sulla targa ce ne sono altri.

È quasi un gioco archeologico: invece di scavare nel terreno, scaviamo nelle parole.

Piazza Canossa rimane nello stesso posto, ma nei secoli cambia identità.

Uno stradario potrebbe essere utilissimo a uno scrittore

Ed è qui che mi viene un’altra considerazione.

Forse uno stradario dovrebbe stare non soltanto sulla scrivania dello storico o della guida turistica.

Dovrebbe averlo anche uno scrittore.

Perché i nomi delle strade sono straordinari generatori di storie.

Pensate soltanto a:

Vicolo Solitario.

Non serve quasi aggiungere altro.

Chi ci abitava?

Perché si chiamava così?

Era davvero solitario?

Com’era attraversarlo in una sera d’inverno duecento anni fa?

Nel post originale del 2020 scrivevo che quel nome mi faceva immaginare una Mantova nella quale esistevano ancora strade sospese tra città e campagna.

Ma potrebbe tranquillamente essere il titolo di un racconto.

Oppure prendiamo Contrada Leopardo.

Chi scrive un romanzo storico non potrebbe chiedere di meglio.

Un toponimo fornisce immediatamente un luogo, un’atmosfera, una domanda.

E una domanda è spesso l’inizio di una storia.

Le strade sono anche un indice della storia

Ci sono poi zone della città nelle quali basta leggere le targhe una dopo l’altra per capire quale storia si è voluto raccontare.

Il Risorgimento.

I Martiri di Belfiore.

La Grande Guerra.

Nello stradario compaiono montagne, battaglie e persino località francesi legate alla presenza italiana durante la Prima guerra mondiale, come Bligny.

E osservando una pianta di Mantova del 1915 emergono altri cambiamenti: l’attuale via Corridoni si chiamava ancora via San Martino, mentre l’attuale via Gandolfo era indicata come contrada Saponaia. Filippo Corridoni e Lorenzo Gandolfo sarebbero morti durante la Prima guerra mondiale e sarebbero entrati successivamente nella toponomastica cittadina.

Ecco lo stradario come cronologia involontaria.

Non ci dice soltanto dove andare.

Ci dice quando siamo.

Il gioco che farei oggi

A distanza di oltre quarant’anni dalla chiusura di quello stradario, sarebbe interessante riprenderlo e fare un esperimento.

Partire da via Accademia, arrivare idealmente fino a vicolo Zappetto e segnare:

le vie che non sono cambiate;

quelle che hanno cambiato nome;

quelle scomparse;

quelle nuove;

i personaggi entrati nel frattempo nella toponomastica;

i mestieri e i luoghi antichi sopravvissuti soltanto nelle targhe.

Ne verrebbe fuori qualcosa di più di un nuovo stradario.

Ne verrebbe fuori una piccola storia di Mantova dal 1983 a oggi.

Perché una città non cambia soltanto quando si costruisce un palazzo o si demolisce una chiesa.

Cambia anche quando decide come chiamare i propri luoghi.

Il libro più interessante? Forse sì

Continuo quindi a sostenere il piccolo paradosso da cui ero partito nel 2020.

Uno stradario può essere più interessante di una guida.

Perché la guida ci spiega quello che dobbiamo guardare.

Lo stradario, invece, ci costringe a farci delle domande.

E forse è proprio questa la differenza tra visitare una città e cercare di leggerla.

Un navigatore ci dice:

«tra cento metri gira a destra».

Uno stradario storico potrebbe invece domandarci:

«perché questa strada si chiama così?»

Ed è da quella domanda che può cominciare un viaggio. O magari un romanzo.

Giacomo Cecchin

The Street Directory as a Time Machine

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Le répertoire des rues comme machine à remonter le temps

Un répertoire des rues n’est pas seulement une liste pratique de noms : c’est une carte cachée des transformations d’une ville. À partir d’un ancien répertoire mantouan, cet article réfléchit à l’importance de la toponymie comme outil pour lire l’histoire urbaine. Les noms de rues conservent des traces de politique, de mémoire, de métiers disparus, de lieux oubliés et d’identités changeantes. Pour un écrivain, un historien ou un promeneur curieux, ils deviennent un instrument narratif précieux : chaque nom ouvre une porte, suggère une histoire et révèle comment la ville a choisi de se souvenir — ou d’oublier.