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Ci sono libri che nascono per accompagnare il viaggiatore. Altri, più rari, accompagnano il cittadino a ritrovare la propria città. La Guida estrosa di Mantova di Piero Genovesi appartiene a questa seconda famiglia: non è soltanto un libretto da tenere in tasca per orientarsi fra vie, chiese e palazzi, ma un piccolo invito a cambiare passo, a guardare Mantova con occhi meno frettolosi, più disponibili alla sorpresa.

Lo avevo già segnalato nell’articolo di MantovaStoria del 14 novembre 2017 : la guida di Genovesi accostata alla Guida di Mantova di Ercolano Marani, ma per distinguerla. Dove Marani è preciso, puntuale, quasi “pignolo” nel senso migliore del termine, Genovesi è estroso, evocativo, suggestivo. Non inutile, ma utile in un altro modo. Non guida soltanto nello spazio: guida nello sguardo.

L’estrosa messo in evidenza nel titolo

Il titolo, in fondo, è già una dichiarazione di poetica. Guida estrosa non significa guida capricciosa o superficiale. Significa guida libera. Una guida che non procede soltanto per schede ordinate, ma per impressioni, memorie, scorci, deviazioni, ritorni. Piero Genovesi non rinuncia alla storia, ma la scioglie dentro il piacere della passeggiata. La città non viene presentata come un museo immobile, bensì come un organismo vivo, attraversato da voci, ombre, ricordi, stratificazioni.

La prima edizione del 1963

La prima edizione uscì nel 1963 per le Edizioni Cocai. Nel 1978 il testo venne ripreso e ampliato dalla Banca Agricola Mantovana con il titolo Guida estrosa di Mantova. Con la giunta di altri luoghi e memorie. È significativo che il libro abbia avuto questa seconda vita editoriale: una guida così legata al gusto del racconto e alla memoria locale non si esaurisce con la sua prima pubblicazione. Può essere ripresa, accresciuta, riaperta. Come certe passeggiate mantovane, che non finiscono mai davvero perché ogni volta portano a notare un dettaglio diverso.

Chi era Piero Genovesi

Piero Genovesi appare, dalle tracce bibliografiche disponibili, come una figura profondamente inserita nella cultura mantovana del Novecento. Non va confuso con omonimi contemporanei, come lo zoologo Piero Genovesi legato all’ISPRA. Il Genovesi della Guida estrosa è invece autore mantovano, ricordato anche sulle pagine de La Reggia, il periodico della Società per il Palazzo Ducale di Mantova, dove nel dicembre 1995 Luigi Pescasio gli dedicò un ricordo. Già questo riferimento basta a collocarlo in un ambiente di studiosi, cultori e appassionati che hanno lavorato intorno alla memoria della città, al suo patrimonio storico, alla sua identità.

Il tono della guida estrosa

Ma il valore della Guida estrosa non sta soltanto nelle informazioni che offre. Sta soprattutto nel tono. Genovesi scrive da innamorato di Mantova, ma non da innamorato cieco. Il suo sguardo è affettuoso, partecipe, a tratti nostalgico, ma anche curioso e mobile. Si percepisce il piacere di chi conosce i luoghi e tuttavia non li dà mai per scontati. È questa, forse, la sua lezione più attuale: una città la si conosce davvero solo quando si accetta di tornare a guardarla come se fosse nuova.

“Come è bello andar gironzolando per le vie della città natale!” dice parlando della Casa del Mantegna. La frase potrebbe diventare un piccolo manifesto. Gironzolare non è semplicemente camminare senza meta. È una forma di attenzione. È lasciare che la città suggerisca il percorso. È accettare che una facciata, un portale, un cortile, una lapide, una curva della strada interrompano il programma e aprano una storia.

Un’esplorazione curiosa

Mantova si presta in modo particolare a questo tipo di esplorazione. È una città che ha monumenti famosissimi, certo, ma che spesso dà il meglio di sé nei passaggi laterali: nei riflessi d’acqua, nelle vie silenziose, nei muri che conservano tracce di epoche diverse, nelle case che sembrano trattenere una memoria discreta. Genovesi sembra dirci che non bisogna limitarsi alla Mantova maggiore, monumentale, ufficiale. Bisogna ascoltare anche la Mantova minore, minuta, domestica, quotidiana.

In questo senso la sua guida può essere letta come un antidoto alla visita turistica consumata in fretta. Oggi siamo abituati a itinerari rapidi, mappe digitali, elenchi di “cose da vedere”, percorsi ottimizzati. La Guida estrosa appartiene a un’altra idea di viaggio: non ottimizzare, ma indugiare. Non accumulare tappe, ma creare rapporto. Non fotografare soltanto, ma riconoscere. Forse è proprio per questo che un testo del 1963, ampliato nel 1978, può parlare ancora a un lettore di oggi.

Una copia SDEMANIALIZZATA

Interessante è anche il piccolo dettaglio dell’esemplare “sdemanializzato”, ricordato nell’articolo. Il verbo suona tecnico, quasi burocratico, ma merita una spiegazione. Sdemanializzare significa far cessare il carattere demaniale di un bene pubblico: in termini giuridici, è il passaggio di un bene dal demanio pubblico al patrimonio dello Stato o di un ente, secondo quanto previsto dall’articolo 829 del Codice civile. Applicato a un libro di biblioteca, il termine indica verosimilmente che quel volume è stato tolto dal patrimonio o dall’inventario dell’ente che lo possedeva, e dunque ha potuto seguire un’altra strada.

Nel caso della Guida estrosa, la parola assume quasi un valore simbolico. Un libro “sdemanializzato” è un libro uscito da un circuito amministrativo, ma non per questo morto. Anzi: può tornare a circolare, essere riscoperto, passare di mano, riattivare curiosità. È come se anche il volume avesse fatto il suo piccolo giro per Mantova, prima di ritrovare un lettore capace di accorgersi della sua importanza.

Riscoprire Piero Genovesi

Riscoprire Genovesi significa allora recuperare non solo un testo, ma un modo di abitare culturalmente la città. La Guida estrosa invita a camminare in modo meno distratto, a cercare la storia anche dove non è annunciata da grandi cartelli, a lasciare che Mantova si racconti attraverso i suoi dettagli. Non sostituisce le guide più sistematiche: le affianca, le completa, le rende più umane.

Si potrebbe dire che Marani aiuta a sapere, Genovesi aiuta a sentire. Il primo ordina, documenta, precisa. Il secondo evoca, suggerisce, accompagna. Entrambi sono necessari a chi voglia conoscere Mantova: perché una città non è fatta solo di dati, date e attribuzioni, ma anche di atmosfere, memorie, affetti, ritorni.

La Guida estrosa di Mantova merita dunque di essere ripresa in mano non come semplice curiosità antiquaria, ma come strumento vivo. Può servire ai mantovani che vogliono tornare turisti nella propria città. Può servire ai visitatori che non si accontentano dei percorsi più ovvi. Può servire, soprattutto, a ricordarci che la conoscenza dei luoghi nasce spesso dal passo lento.

In fondo, una guida estrosa non dice soltanto dove andare. Dice come guardare. E per una città come Mantova, forse, è proprio questo il modo migliore per cominciare.

Due estratti della guida estrosa: il Benvenuto e il Gironzolare per la città.

BENVENUTO A MANTOVA (pag. 11)
Benvenuta a Mantova, Maria   Chiarina. Non badi troppo alla Stazione ferroviaria, redatta  in ciclostile, né al  piazzale  squallido con  le facciate  dei  suoi  alberghi  per comici  affamati:  le ferrovie non  sono  dei Gonzaga, e si capisce quando si vede ciò che hanno fatto  loro.  Ma sono morti, e le «littorine» i vivi hanno relegate qui. È vero che la città era nera, suvvìa, non arricci quel suo bel nasino, un tantino suf­ficiente, da generazione che ha rifatto  la Patria, senza saperne niente. Adesso è rossa come era prima nera. Brava gente sempre. Che a far la pelle, al prossimo, ci pensa su due volte: e poi non gliela fa. Proprio come diceva Merlin Cocai, concittadino illustre.
Mantua est totis melior citadis
Mantua
gens est bona, liberalis,
Mantua semper squaquarare sentis
………
Factio  non hic gibelina plusquam
ghelfa guardatur, sed amant  vicissim
prandeunt, cenant, caciant, osellant
.

C’è  bisogno di tradurre per una liceale come lei? Mantova è la meglio città del mondo; i mantovani bon e liberai, sì che sempre di Mantova senti squa­quarare; qui non c’è fascisti e antifascisti, ma i galantuomini si amano a vicenda, pranzano, cenano e osellano.
A proposito, intanto che sorbisce il suo tè, tiri giù un poco di sipario su quelle sue bellissime gambe ac­cavallate, e zone circonvicine. I mantovani, sa, come i pellegrini della Nanna, dopo le anticaglie amano vedere le modernaglie…
Cosa, quell’acqua sporca? Per carità, non si fac­cia sentire.  Sono i laghi. Anzi sarà bene cominciar da loro.

CASA DEL MANTEGNA (pag. 69)
“Come è bello andar gironzolando per le vie della città natale!
Ogni volta che, ritornando, quando n’ero proscritto, rivedevo fra gli umidi occhi del lago apparire di lontano le torri e i palazzi e l’armoniosa mole del bel Sant’Andrea, sempre rigodevo di quel piacere innocente.
Al quale non conviene la fretta, ma piuttosto un’andatura un po’ dinoccolata e lenta, e l’indugiare spesso, con il naso in su.
Vi son mattine placide, in cui la luca bianca ritocca di gaia giovinezza le facciate delle case anche più arcigne, dai nodi delle grate ai tegoli spioventi: ci son tramonti che dipingono sulle acque veneziane del Rio i mostri delle nuvole, tra le ombre porticate dei palazzi, ai piedi del canale, e i vitrei bagliori delle finestre accese dal sole che se ne va: e sere tranquille che, andando verso notte, si velano di nebbia come fanciulle di malinconia.
Allora parlano le pietre, le porticine socchiuse delle chiese da cui serpeggia un lieve odor di incenso, le vecchie torri che nutrono l’erba capelvenere nei profondi interstizi dei mattoni; e un’aria di elegìa avvolge il capo scarico dello svagato perditempo.
Ma egli è proprio un perditempo?
Lasciamolo giudicare dagli onesti lettori.
Per me, così gironzolando, ho amato le pietre, gli scorci, gli angoletti, insomma gran parte della mia cara citta: tanto che…

Per approfondire la figura di Piero Genovesi trovate un articolo a firma di Luigi Pescasio tratto da La Reggia (qui potete sfogliare tutte le uscite) e che riportiamo qui per intero.

da LA REGGIA — ANNO III N. 5 DICEMBRE Pag. 5

La scomparsa di uno scrittore mantovano di razza

UN RICORDO DI PIERO GENOVESI

di Luigi Pescasio

La scomparsa di Piero Genovesi — giunta non del tutto improvvisa, ma sempre dolorosa, come tutte quelle che si vorrebbe non giungessero mai — mi invoglia a esprimere subito un giudizio che tante volte avrei voluto esporgli a voce, da vivo, ma che non ho mai fatto per quel pudore che noi uomini sovente abbiamo nello svelare i nostri sentimenti.

La cosa che avrei voluto dirgli è questa: con Piero scompare probabilmente lo scrittore più elegante e puro della letteratura mantovana, dall’Ottocento in poi. Se si tolgono alcune sue pagine, nelle quali volle far sfoggio di un certo cinismo (falso), dobbiamo riconoscere che la prosa usciva dalla sua penna con un suo suono armonico, levissimo ed equilibrato, ed era una musica nella quale non si avvertiva alcuna, anche lontana, stonatura. Era come toccare con le nocche un vecchio bicchiere di Baccarat, sprigionante un’eco lontana inconfondibile. E la sua pagina acquistava quella purezza di lingua, quella secchezza di espressione, che la facevano apprezzare da tutti. Raramente uno scrittore nostrano ha saputo raggiungere vette linguistiche come Lui.

Non credo di essere il solo a riconoscere questi meriti. Nella sua lunga vita letteraria, Piero Genovesi ha collaborato ad una quantità di giornali e di riviste prestigiosi, ed ha pure avuto richieste di collaborazione da giornali a diffusione nazionale: eppure — e lo riconosco a suo merito — ha voluto sempre rimanere nella sua città, preferendo magari la collaborazione a giornali locali — pubblicati fra la sua gente — che rappresentavano anche l’espressione del suo modo di essere mantovano.

Lo legavano a Mantova tradizioni familiari addirittura storiche, ma oltre questo c’era in lui la coscienza di appartenere ad una civiltà diversa dalle altre, di essere parte di una città della quale Piero aveva saputo descrivere aspetti inconsueti, caratteristici del suo spirito particolare. Basterà ricordare i capitoli del suo libro: «Guida estrosa di Mantova» per comprendere il suo amore per la sua città e carpire le espressioni della sua poesia.

Accanto alla sua intensa attività letteraria, debbo ricordare anche la sua attività di valente avvocato: infatti fu un illustre penalista del Foro mantovano, che lo vide impegnato in importanti processi. Ed anche in questa sua professione Piero mise quel suo stile stringato — senza tanti fronzoli — che andava dritto alle cose, senza quelle fantasie a cui i penalisti — specie del Meridione e specie ai suoi tempi — solevano indulgere.

L’ho ascoltato più volte nelle aule del Tribunale o della Corte d’Assise: iniziava a parlare schiarendosi la voce, perché una tossetta nervosa sembrava ostacolasse inizialmente il suo dire. Poi prendeva l’aire, non c’era più tosse che tenesse, ed allora volava alto. Perché le sue arringhe oltre ad essere concise e strette all’argomento del processo, avevano anche pause nelle quali emergeva la sua profonda cultura, con riferimenti appropriati e paragoni convincenti. Come dire: la cultura letteraria al servizio di quella giuridica.

Ma è difficile in poche righe — buttate giù a caldo e all’ultimo minuto — ricordare un uomo che è stato certo un protagonista caratteristico di un certo tempo della nostra città.

Anche come figura fisica — nella sua eleganza raffinata ed un poco demodé — Piero si distingueva. Era il tipico prodotto — sia pure tardo — della Belle Epoque: amava infatti girare per la nostra città con la gola sempre coperta da una grande sciarpa, molto spesso bianca, quasi a difesa di un mal di gola che assolutamente non aveva, ma che lo faceva rassomigliare al personaggio di un bellissimo cartellone di Toulouse Lautrec. Chi l’incontrava non poteva dubitare di trovarsi di fronte ad un’artista. La grande sciarpa trovava il suo corrispettivo, se vogliamo un po’ stravagante, nel cappello — sicuramente un Mossant di linea squisitamente francese — di quelli che si possono mettere in tasca per poi rimetterli in testa, mentre l’ala prende sempre un diverso andamento.

Molto spesso — anche se faceva caldo — portando un soprabito, magari tenuto col colletto alzato. Come tutti gli artisti che sogliono indugiare alle loro piccole manie quotidiane, Piero aveva nella vita un solo grande terrore: gli spifferi d’aria.

Ma penetrare nel mondo chiuso di Piero non era facile: uomo dal carattere piuttosto difficile, concedeva a pochi la sua amicizia, intesa nel vero senso della parola. La distillava a poco a poco, per essere sicuro che il beneficiario la meritasse. E come sempre suol accadere in questi casi, quando però quest’ultimo era ammesso nella sua cerchia, allora lo era per sempre e poteva godere della sua profonda cultura. Allora Piero poteva aprirsi liberamente e svelare soprattutto le sue elevatissime contraddizioni. Si professava, per esempio, non ateo ma laico, mentre poche persone hanno inteso come Lui la profondità della nostra religione e pochi penso abbiano interpretato il messaggio di Cristo con tale profondità di pensiero, permeato di una adesione spirituale.

La nostra amicizia è incominciata più che sui banchi del Tribunale da un incontro casuale, in Via Chiassi, fatto alcune decine di anni fa. Dopo un mio lungo silenzio giornalistico dovuto agli impegni degli inizi professionali, avevo pubblicato su un giornale locale un articolo sullo scrittore mantovano quattrocentesco Andrea Schivenoglia, la cui prosa — saporosissima — mi aveva colpito.

Piero l’aveva letto ed incontrandomi mi apostrofò subito con queste parole — allora ci davamo ancora del lei —: «Ho letto il suo articolo che mi è piaciuto. Mi congratulo perché nel suo scritto i punti e le virgole sono state messe al posto giusto. Cosa che oggi, nel giornalismo italiano, capita molto di rado!».

Debbo a quelle virgole ed a quei punti, ubicati diceva lui al loro posto — ma sinceramente non so quanto in effetti meritassi un tale elogio — l’inizio di una sincera colleganza che mi ha sempre data molta gioia.

Piero Genovesi’s Eccentric Guide to Mantua

Piero Genovesi’s Guida estrosa di Mantova is not a conventional tourist guide, but an invitation to rediscover the city slowly, through memory, irony and wonder. First published in 1963 and expanded in 1978, it leads readers beyond monuments into side streets, reflections, stones and atmospheres. Compared with Ercolano Marani’s precise guide, Genovesi’s book teaches another art: not only knowing Mantua, but learning how to look at it.

La guide fantasque de Mantoue de Piero Genovesi

La Guida estrosa di Mantova de Piero Genovesi n’est pas un guide touristique ordinaire, mais une invitation à redécouvrir la ville avec lenteur, mémoire, ironie et étonnement. Publié en 1963 puis augmenté en 1978, le livre conduit le lecteur au-delà des monuments, vers les rues secondaires, les pierres, les reflets et les atmosphères. Face à la précision de Marani, Genovesi propose un autre art : non seulement connaître Mantoue, mais apprendre à la regarder.