Mantova città verdiana: storia, luoghi e mito di Rigoletto

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Mantova e Rigoletto: una città, un’opera, un mito

Oggi la Rocchetta di Sparafucile è una presenza discreta ma suggestiva: ultimo frammento superstite del sistema difensivo del ponte di San Giorgio, nel corso dei secoli è stata avamposto militare, poi ostello, e oggi attende una nuova destinazione. Ciò che continua a colpire, però, è il suo nome: Sparafucile, l’oste-sicario tra i personaggi più oscuri e memorabili dell’opera Rigoletto di Giuseppe Verdi.

Non è un caso isolato. A Mantova si incontrano la Casa di Rigoletto, la Cattedrale, il Palazzo del Duca di Mantova (l’attuale Palazzo Ducale): luoghi reali e immaginari che si intrecciano fino a rendere inevitabile la domanda: Mantova è davvero la città verdiana per eccellenza?

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Matteo Maria Boiardo, chi era costui? scopriamolo in un’intervista impossibile a Festivaletteratura

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Tutti o quasi conoscono l’Orlando Furioso e Ludovico Ariosto, meno, molti meno conoscono Matteo Maria Boiardo e il suo Innamoramento di Orlando. Eppure questo poema è davvero molto godibile e il suo autore che era Conte di Scandiano un personaggio davvero divertente.

Ho provato a immaginarlo a spasso per Mantova durante il Festivaletteratura e che mi concedesse un’intervista tra la via Emilia e il West. Di seguito trovate il testo integrale dell’intervista pubblicata su La Voce di Mantova di domenica 7 settembre 2025 a pagina 17 .

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE a Matteo Maria Boiardo

di Giacomo Cecchin

MANTOVA In città girano scrittori, lettori, appassionati e curiosi: è il Festivaletteratura, bellezza direbbe qualcuno. E tra un tendone e l’altro in piazza Sordello ecco arrivare quello che sembra un cosplayer del Rinascimento. Qualcuno si ferma, lo osserva e poi dice: “Ma tu sei Ludovico Ariosto…”.
Lui lo guarda con sdegno e prova ad andarsene ma noi Matteo Maria Boiardo riusciamo a fermarlo e a convincerlo a rispondere a qualche domanda promettendogli di non fare domande sull’Orlando Furioso (ma si sa come sono i giornalisti…).

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Sant’Antonio Abate a Mantova: il santo del porcellino tra Duomo, Veronese e tradizioni rurali

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Sant’Antonio Abate è da secoli uno dei santi più amati dai mantovani, in particolare da agricoltori, allevatori e da chi viveva – e in parte vive ancora – a stretto contatto con gli animali di campagna. Non è un caso che la sua iconografia tradizionale lo rappresenti circondato dal bestiame e, soprattutto, con accanto un maialino: da qui l’appellativo popolare di “santo del porcellino”.

La sua immagine votiva era spesso appesa nelle stalle come segno di protezione per gli animali, veri e propri “beni di famiglia” nell’economia rurale. Sant’Antonio era invocato contro le malattie del bestiame e come difensore della vita contadina, un ruolo che spiega la diffusione del suo culto in tutta la pianura padana e nelle aree agricole del Mantovano.

Il 17 gennaio e “Sant’Antoni chisüler”

Il 17 gennaio, giorno della sua festa liturgica, era una data molto sentita a Mantova. A testimonianza di questo legame affettuoso, il santo veniva familiarmente chiamato “Sant’Antoni chisüler”. Proprio in questa giornata, infatti, era tradizione preparare il chisöl, una schiacciata semplice ma sostanziosa, legata al mondo contadino e ai ritmi della vita agricola.

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Gennaio 2026: la stufetta di Federico II a Palazzo Te

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Un dettaglio dell’interno della stufetta di Federico II Gonzaga a Palazzo Te. Si trova nell’ammezzato di fianco alla volta della Sala dei Giganti. E’ uno degli ambienti di Palazzo Te non aperti alle visite.

Tra i santi di questo mese ricordo:
17 gennaio Sant’Antonio Abate
29 gennaio Beata Aacangela Girlani

Qui trovate i calendari degli anni passati

Calendario 2025 UNA CARTOLINA DA MANTOVA

Calendario 2024 CHIESE E SANTI MANTOVANI

Calendario 2023 MANTOVA SEGRETA

Calendario 2022 I GONZAGA

Buon anno SANTO!

Un regalo da Mantovastoria: il calendario 2026

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Un regalo di inizio anno da Giacomo Cecchin e Mantovastoria: ricevete gratuitamente il calendario con alcune cartoline da Palazzo Te realizzate da Giovanna Caleffi. Per ogni mese troverete alcuni dettagli sulla splendida villa realizzata da Giulio Romano per il marchese e poi duca Federico II Gonzaga.

Per riceverlo gratuitamente è sufficiente compilare con i vostri dati il form che trovate a questo link
https://forms.gle/PJUffTaEBKZCpAb27

Vi spedirò il calendario in PDF direttamente nella vostra e-mail.
I dati saranno utilizzati per inviarvi aggiornamenti via e-mail e whatsapp sulle attività di Giacomo Cecchin.

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Calendario 2025 UNA CARTOLINA DA MANTOVA

Calendario 2024 CHIESE E SANTI MANTOVANI

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Calendario 2022 I GONZAGA

Buon 2026!

Storie mantovane della prima guerra mondiale

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Una città di retrovia nella Grande Guerra

Durante la Prima guerra mondiale, Mantova era considerata una città di seconda linea, lontana dai fronti, ma di grande importanza strategica per lo stoccaggio di armi e munizioni. In città e nei suoi immediati dintorni si concentravano numerosi depositi militari, caserme e polveriere, indispensabili per rifornire le truppe al fronte. Tra queste strutture, il Forte di Pietole rivestiva un ruolo di primo piano: una massiccia costruzione ottocentesca che, pur non più utilizzata come baluardo difensivo, era stata trasformata in enorme deposito di materiale bellico destinato alla guerra.

Dall’opera difensiva al deposito di munizioni

Il forte, costruito secondo i canoni tecnici dell’ingegneria militare ottocentesca, aveva perso la sua funzione originaria di fortificazione dopo l’annessione di Mantova al Regno d’Italia nel 1866, con il progressivo smantellamento delle mura e degli apparati difensivi cittadini. Inizialmente incluso nella lista delle opere radiate, il Forte di Pietole fu successivamente riammesso in servizio come deposito di materiali e munizioni, diventando uno dei principali punti di accumulo di esplosivi e proiettili.

La sera del 28 aprile 1917: l’incendio e la prima detonazione

La sera del 28 aprile 1917, con il forte colmo di munizioni oltre ogni limite di sicurezza, si sviluppò un incendio all’interno dell’edificio, innescato dalla perdita di liquidi incendiari fuoriusciti da alcuni proiettili destinati al fronte. Le fiamme si propagavano rapidamente attraverso gli spazi in cui erano stipate le scorte, raggiungendo la grande polveriera centrale e le casematte situate nella cortina di destra. La situazione precipitò in una lunga notte di terrore e scosse.

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Le strade di Ercolano (II): Un libro imprescindibile su Mantova

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Coertina dello stradario di Ercolano Marani

Il più bel libro scritto sulle strade, le vie e le piazze di Mantova è senza dubbio lo stradario di Ercolano Marani. Fidatevi. Non si tratta di una semplice affermazione affettuosa o campanilistica: lo stradario di Marani è un’opera che, per profondità, rigore e sensibilità, non ha eguali nel panorama degli studi dedicati alla città. La bella notizia è che, se fino a pochi anni fa occorreva rintracciare pazientemente i singoli articoli dispersi nelle diverse annate della rivista Civiltà Mantovana, oggi quel materiale è stato finalmente raccolto e ordinato in un numero speciale che restituisce unità e continuità alla ricerca.

Non un elenco, ma una lettura della città

Lo stradario non è un catalogo freddo di toponimi. È piuttosto un racconto urbano, una lettura lenta e stratificata del tessuto cittadino. Marani accompagna il lettore tra vie principali e vicoli secondari, tra piazze celebri e slarghi dimenticati, mostrando come ogni nome custodisca una storia: di mestieri scomparsi, di famiglie, di istituzioni religiose e civili, di trasformazioni urbanistiche che hanno lasciato segni talvolta evidenti, talvolta quasi invisibili.

La città come palinsesto

La chiave di lettura proposta da Marani è chiara e affascinante. Come egli stesso scriveva, un’antica città è un libro da leggersi con attenzione e pazienza. Le strade non sono semplici tracciati funzionali, ma testimonianze complesse; le piazze non sono solo spazi di passaggio, ma luoghi simbolici; gli edifici, siano essi monumentali o modesti, sono spesso veri e propri palinsesti, nei quali epoche diverse convivono e dialogano. In questo senso, lo stradario diventa uno strumento per allenare lo sguardo, per imparare a interrogare ogni dettaglio urbano.

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Tre cattedrali per Mantova: un duomo e due basiliche intorno ai Sacri Vasi – venerdì 30 gennaio 2026 ore 21.00 a Rivalta sul Mincio

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Il Gruppo cultura Pietro Morelli mi ospita ancora per una serata dedicata ad una delle particolarità più interessanti di Mantova

Tre cattedrali per Mantova: un duomo e due basiliche intorno ai Sacri Vasi – venerdì 30 gennaio 2026 ore 21.00 a Rivalta sul Mincio (Sala Ascari di Corte Mincio)

Ingresso libero e gratuito – per info e prenotazioni: Simona tel. 328 5783684 – e-mail giovannistorti67@gmail.com

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Francesco Petrarca torna a Mantova? un’intervista impossibile a Festivaletteratura

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Dopo Dante arriva Petrarca e di lui sappiamo che a Mantova c’è stato davvero. Era amico di Guido Gonzaga e in una lettera si lamentava del clima, delle rane e delle zanzare (ne ho parlato qui).

Ecco come avrebbe potuto rispondere ad un’intervista a tutto campo se l’avessimo incrociato durante l’ultima edizione del Festivaletteratura. Di seguito trovate il testo integrale dell’intervista pubblicata su La Voce di Mantova di sabato 6 settembre 2025 a pagina 9 .

L’intervista impossibile a Francesco Petrarca

di Giacomo Cecchin

Mantova, città dei Gonzaga, di Virgilio e – per un giorno – di Francesco Petrarca. Sì perché in un festival dove tra premi Nobel, scrittori e scrittrici best seller sono passati tutti o quasi è divertente immaginare di poter intervistare qualcuno dal passato. E oggi incontriamo Petrarca, il poeta che nel 1350 passò davvero da Mantova sulle tracce di Virgilio e per comprare libri e che qui trovò un amico in Guido Gonzaga.
Ecco allora microfono alla mano, l’intervista impossibile a Francesco Petrarca.

Nel 1350 lei è passato da Mantova. Com’era la città?
“Piccola ma vivace. I Gonzaga la governavano da soli vent’anni, avevano entusiasmo, passione e il mio amico Guido Gonzaga soprattutto pazienza. Ne avrebbe fatta di panchina in attesa che suo padre Luigi passasse la mano. Un po’ come il principe Carlo con la regina Elisabetta: scaldarsi va bene ma alla fine arrivi stufato”.

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Gli errori di Napoleone: si impara più da una sconfitta che da una vittoria

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Abbiamo già superato le grandi celebrazioni della battaglia di Waterloo (2015) e della morte di Napoleone (2021) ma l’imperatore offre sempre dei grandi spunti di riflessione e quindi mi fa piacere segnalare alcune letture particolarmente interessanti dedicate a Bonaparte.

Si tratta di libri che affrontano l’ultimo Napoleone: quello che passa da Fontainebleau all’Isola d’Elba, dall’Elba a Parigi, e infine da Waterloo a Sant’Elena. È proprio in questa fase estrema della sua parabola che emergono con maggiore chiarezza i punti di forza e le debolezze di un personaggio che, ancora oggi, può insegnare molto agli imprenditori, ai leader e a chiunque si occupi di organizzazioni complesse.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma cosa si può imparare da una grande sconfitta? In realtà, moltissimo. Basta pensare che, ancora oggi, il primo nome che viene in mente evocando Waterloo è quello dello sconfitto: Napoleone Bonaparte. E che a Sant’Elena il grande corso riuscì a costruire una leggenda potente, fatta di vittorie meritate e di sconfitte attribuite al destino — contro il quale, come tutti sanno, nulla si può.

Oggi va di moda parlare di storytelling o di narrazione: ecco cos’è l’ultima parte dell’epopea napoleonica. È la straordinaria capacità di trasformare la propria storia personale in un racconto esemplare, influenzando il modo in cui la posterità avrebbe interpretato la sua vita. Che lo si ami o lo si detesti, è impossibile prescindere da un prima di Napoleone e da un dopo Napoleone.

Di seguito, alcune letture consigliate per chi desidera approfondire.


Sui Cento Giorni

Cento giorni da imperatore, l’ultima vittoria di Napoleone

Sergio Valzania – Mondadori (2015)

Valzania ricostruisce con grande rigore narrativo e documentario l’incredibile parentesi dei Cento Giorni, dal ritorno dall’Elba all’epilogo di Waterloo. Il libro mostra un Napoleone ancora lucidissimo sul piano politico e comunicativo, capace di riconquistare la Francia senza sparare un colpo. L’“ultima vittoria” evocata dal titolo non è militare, ma simbolica: la capacità di riaccendere consenso, entusiasmo e fedeltà in un paese stanco ma ancora affascinato dal mito imperiale.

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