Mi prende d’amore una forma: giovedì 3 maggio ore 21.00 a Castel D’Ario

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Una presentazione della seconda raccolta di poesie di Nadia Alberici.
Vi aspettiamo alla Biblioteca Comunale di Castel D’Ario giovedì 3 maggio alle ore 21.00. Ci sarà l’autrice, io e l’attrice Elena Benazzi che leggerà alcune poesie.
Per approfondire questo è il blog di Nadia Alberici
Su questo blog si parla di poesia:
La forza della poesia e l’arte contemporanea: una suggestione e 10 luoghi comuni
La poesia del ponte di barche

 

Honesto ocio: la lezione di Palazzo Te per la festa del 1° maggio

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Gli antichi insegnano e per festeggiare egregiamente la festa del 1° maggio basterebbe andare a pranzo a Palazzo Te, nella camera di Amore e Psiche, dove mangiarono il marchese Federico II Gonzaga e l’imperatore Carlo V nel 1530.
Nella scritta dedicatoria che gira intorno alla sala sta scritto (in una sintesi che andrebbe bene per le informazioni essenziali su linkedin)
Federicus Gonzaga II Mar. V.S.R.E. et Reip. Flor. capitaneus generalis Honesto ocio post labores ad reparandam virt quieti construi mandavit
che tradotto significa
Federico II Gonzaga, quinto marchese, Capitano Generale della Santa Romana Chiesa e della Repubblica Fiorentina, per il suo onesto ozio dopo le fatiche, fece costruire allo scopo di ristorare le energie per la vita di pace.
C’è tutto ma quello che ci interessa nella Festa del lavoro è quel HONESTO OCIO.
Si tratta di un ozio diverso da quello che siamo abituati a considerare come il “padre dei vizi”.
E’ un ozio creativo dove ognuno mette a frutto le proprie passioni e riflette, pensa e riposa per “ricaricare le batterie” (in latino “ad reparandam virtutem). E’ quell’ozio che a Ferrara si esercitava nella palazzina di Schifanoia, ovvero per schifare o schivare la noia.
Un augurio quindi a tutti perché possano dedicare il 1° maggio a quello che gli sta più a cuore in un “honesto ocio” che consenta di ricaricare le batterie ma soprattutto di schivare la noia.
Buon 1° maggio.1

A zonzo per Mantova: esercizi di girovagare urbano

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Corso Umberto a Mantova“Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra è il vero peccato contro lo spirito santo”.

Mantova è una città che offre moltissime opportunità per quello che i francesi definiscono “flâner”, ovvero passeggiare senza una meta. Andare a zonzo è molto interessante quando sei in un luogo diverso da quelli abituali, ma diventa molto stimolante se lo si fa dove si abita.
Per questo è divertentissimo e soprattutto fonte di molti stimoli camminare per Mantova senza una meta. Non è una cosa facile, occorre allenarsi ma una volta che si sia riusciti a diventare un turista nella propria città ci si meraviglierà praticamente ad ogni angolo.
Ecco allora 5 esercizi da fare e un percorso dove allenarsi.
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Santa Caterina da Siena e la beata Osanna: tra Siena e Mantova due vite a confronto

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Oggi 29 aprile è la festa di Santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e dottore della chiesa. Una santa tra le più amate e che con Mantova ha più di un legame. In particolare ricordiamo la beata Osanna Andreasi che visse una vita modellata su quella della santa senese, con moltissime analogie.
Ecco alcuni appunti sparsi su Caterina e Osanna (con un riferimento a San Luigi Gonzaga).

Santa Caterina da Siena (1347-1380)
Santa e mistica domenicana, Caterina nasce a Siena nel 1347 penultima di venticinque figli del tintore Jacopo Benincasa e di Lapa Piagenti. La fanciulla, bella e pia, sin dall’infanzia ha visioni mistiche e si oppone ai tentativi della madre di accasarla rinchiudendosi in una stanza di casa dicendo “Io non vi chieggio nulla di veruna spesa, altro che pane ed acqua, lasciatemi stare a vivere di mio senno”.
A soli 16 anni entra a far parte di un gruppo laico femminile collegato all’ordine domenicano detto delle mantellate. Da questo momento Caterina può dedicarsi alla meditazione, alla cura dei poveri e dei malati e ad altre attività sociali oltrechè al suo forte impegno politico. A Firenze in Santa Maria Novella predica la crociata con fra’ Raimondo da Capua, ad Avignone perora la causa della pace tra la Repubblica di Firenze e il pontefice, a Siena mette fine alle controversie tra i Salimbeni e la città. Caterina riceve le stimmate e vive l’esperienza delle nozze mistiche con il Cristo. Muore a Roma il 29 aprile del 1380, ad appena 33 anni, dopo aver convinto con le sue lettere perorazioni e viaggi  Papa Gregorio XI a porre fine alla “cattività avignonese” tornando a Roma.
Caterina, pur essendo analfabeta, lascia circa 381 lettere indirizzate a monarchi, pontefici ed autorità politiche oltre al dialogo della divina provvidenza. Caterina è canonizzata nel 1461 da Pio II Piccolomini e dichiarata compatrona d’Italia nel 1939 da Papa Pacelli, Pio XII. Nel 1970 è insignita del titolo di doctor ecclesiae da Paolo VI (unica donna insieme a Santa Teresa d’Avila).
Caterina è stata modello da seguire per la beata Osanna Andreasi (1449-1505), mistica mantovana e laica domenicana che muore a Mantova il 18 giugno 1505. Osanna, ora sepolta in cattedrale e rappresentata in una delle statue del coronamento del duomo, è stata beatificata da Leone X nel 1515 anche grazie all’impegno di Isabella d’Este. Nella sua vita molto fa rivivere la figura della mistica senese: l’ascetismo precoce, l’intervento attivo nella vita della città come consigliera politica (di Isabella e del marito Francesco II), l’impegno nell’attività caritativa, lo stato di religiosa domenicana pur vivendo nel secolo, le numerose lettere rimasteci.
Anche San Luigi Gonzaga (9 marzo 1568 – 21 giugno 1591) è stato grande devoto di Santa Caterina da Siena. Il principe e futuro santo serve messa all’interno dell’oratorio ricavato a fianco della cella della santa. Luigi sosta a Siena nel 1590 durante il viaggio verso Roma e, come scrive Roberto Brunelli nella sua biografia del Santo, “richiesto, parlò ad un gruppo di giovani con un fervore che li impressionò”. Una lapide posta di fronte all’ingresso dell’oratorio rende memoria del fatto: “A ricordare la devozione di S. Luigi Gonzaga che nell’anno 1590 volle rendere pubblico onore alla SANTA senese servendo egli principe la messa e comunicandosi nella cameretta di LEI – La confraternita pose questa pietra il 29 aprile 1927.

Qui alcuni spunti per chi volesse approfondire i legami tra Mantova e Siena.

Questo il sito della Casa della Beata Osanna Andreasi www.casandreasi.it e qui trovate informazioni sulla Basilica Cateriniana di Siena

Per i Mantovani tra S.Andrea e Duomo: 1 a 0 in attesa del ritorno

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Olio su Tela di Giancarlo Businelli“I Monsignori gli preferiscono Sant’Andrea, che, come San Pietro, può contenere ogni cerimonia, anche un’incoronazione: ma il 18 marzo festa di Sant’Anselmo, patrono della città, per omnia saecula, il Duomo riprende il suo primato.” Guida estrosa di Mantova pag. 41
In questo divertentissimo testo (ne trovate una breve recensione qui) di Piero Genovesi si enuncia una verità assoluta sui mantovani (e non solo i monsignori): la preferenza per la basilica di Sant’Andrea rispetto al Duomo ovvero la cattedrale di San Pietro.
Quest’ultima chiesa viene infatti considerata più “disordinata” rispetto all’altra e, prima degli ultimi restauri, molto più buia. Il tempio progettato da Leon Battista Alberti per custodire la reliquia del sangue di Cristo invece è lineare e imponente, un capolavoro del Rinascimento che lascia senza parole.
Eppure nonostante tutto io provo un particolare affetto per il Duomo: si tratta infatti di un palinsesto che racconta tutta la storia di Mantova dal periodo romanico fino ad arrivare al 1750 quando viene rifatta la facciata. Continua a leggere

Un Monument man a Mantova nel 1917: la storia di Giuseppe Gerola su La Reggia

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Un altro articolo pubblicato su La Reggia, il giornale della Società per il Palazzo Ducale (che ringrazio nella persona del presidente Gianpiero Baldassari e del direttore responsabile Franco Amadei).
E’ una storia poco conosciuta degli uomini che furono mandati nelle città venete e lombarde per salvare i capolavori artistici dalla furia degli austriaci in caso non avesse retto la linea difensiva del Piave e l’esercito avesse dovuto ritirarsi sul Mincio.
Giuseppe Gerola arriva a Mantova nel 1917 e organizza gli spostamenti delle opere d’arte, lo smontaggio dei Camerini di Isabella e di altri capolavori (senza dimenticare la sua attenzione alle campane mantovane – di questa storia ho parlato in un altro articolo che trovate qui).
Eccovi qui la storia di un Monument Man del 1917. Continua a leggere

Quando il Mincio mormorava… – domenica 6 maggio ore 21.00 a Villa Di Bagno a Porto Mantovano

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Quando il Mincio mormorava – Storie risorgimentali tra Mantova e Custoza 
Domenica 6 maggio 208 ore 21.00 a VILLA DI BAGNO (PORTO MANTOVANO)

Attraverso la vita straordinaria del Generale Giuseppe Govone, Giacomo Cecchin ci racconterà di battaglie e duelli, soldati e fanciulle, comandanti e vignaiuoli, ricordando brani di storia mantovana troppo spesso dimenticati.
Al termine dello spettacolo Custoza e Lugana si sfideranno in una degustazione “all’arma bianca” per decretare una volta per tutte il vino vincitore. L’ingresso è libero.

Info: cooperativalibraimantovani@gmail.com
T. 393.1936747 – 333.4860569
Ingresso da Via Bachelet Continua a leggere

Una Camera con Vista su MCG: torna la rubrica Mantovagando

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Torna la rubrica Mantovagando su MCG e affronta il tema della Camera degli Sposi: 5 particolari da non perdere per chi va ad ammirare il capolavoro di Andrea Mantegna.
Il magazine lo potete trovare in edicola insieme alla Voce di Mantova oppure potete sfogliarlo on-line a questo link https://bit.ly/2GJUj3i.
Nel frattempo qui di seguito i 5 particolari da non perdere della Camera degli Sposi.
L’autoritratto di Mantegna
La pantofola del Marchese
Il putto con la mela in mano
Il dito isolato
La data sulla finestra Continua a leggere

Sulle tracce dei Sacri Vasi: un percorso gratuito venerdì 6 aprile alle 18.00

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Una passeggiata sulle tracce dei Sacri Vasi, una specie di pellegrinaggio alla scoperta di storie, simboli e reliquie sparse per Mantova e che rimandano alla reliquia del Sangue di Cristo.
Sulle tracce dei Sacri Vasi: una passeggiata tra soldati, cavalieri e pellegrini
Venerdì 6 aprile ore 18.00 davanti alla Chiesa del Gradaro a Mantova
Il percorso durerà circa 2 ore e condurrà i partecipanti in un viaggio nel tempo e nella storia che inizierà al Gradaro, luogo legato al martirio di Longino, e finirà in piazza Sordello attraversando piazze, vie e vicoli alla ricerca di simboli e immagini che raccontino la storia della Reliquia più importante della Cristianità.
La partecipazione è gratuita ma occorre prenotare al numero 370 3401730.

Buona Pasqua: quando la Resurrezione di Piero salvò Sansepolcro

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Mantovastoria vi fa gli auguri di Buona Pasqua con la Resurrezione di Cristo, dipinta da Piero della Francesca a Sansepolcro, suo paese natale.
Se non l’avete mai visto è il momento di colmare la lacuna e partire per la Toscana. L’esperienza è di quelle da non perdere anche perché questo affresco è davvero strabiliante e non può lasciare indifferenti*.
Basti pensare che per lo scrittore inglese Aldous Huxley si trattava della “più bella opera del mondo” e questo contribuì a salvare l’affresco di Piero durante la seconda guerra mondiale. Nel 1945 il capitano inglese Anthony Clarke ha l’incarico di liberare il paese di Sansepolcro e comincia a cannoneggiare il borgo. Si ricorda però di aver letto quando era giovane un saggio** di Aldous Huxley dove lo scrittore parlava di Sansepolcro, di Piero e della sua risurrezione.
Allora questo soldato inglese decise che non si poteva proseguire nel bombardamento con il rischio di perdere “la pittura più bella del mondo” e così fece, rischiando la corte marziale visto che aveva disubbidito agli ordini. Ecco cosa scrive il capitano Clarke: “Dovevo avere diciotto anni quando lessi un saggio di Aldous Huxley. Ricordavo con chiarezza il racconto del suo faticoso viaggio da Arezzo a Sansepolcro e, tuttavia, quanto meritasse farlo quel viaggio, dato che a Sansepolcro c’era la ‘Resurrezione’ di Piero della Francesca, ‘la più bella pittura del mondo’. Feci un calcolo dei bossoli sparati e fui sicuro che se non l’avessi già distrutta, avrei potuto, proseguendo il bombardamento, danneggiarla gravemente. E feci cessare il fuoco”.
Una storia davvero incredibile questa, quando la lettura può salvare un capolavoro e far risorgere, nel vero senso della parola, un paese martoriato dalla guerra.
Auguri ancora e, se non l’avete ancora fatto, andate a Sansepolcro!
* Famose le parole che nel 1927 lo storico dell’arte Roberto Longhi dedicò alla Resurrezione di Sansepolcro: un Cristo “orrendamente silvano e quasi bovino fermo sulla proda del sepolcro a contemplare i suoi poderi di questo mondo”
** Il saggio si intitolava “Along the road: notes and essays of a tourist” del 1925

Per approfondire
Sito del museo civico di Sansepolcro
Una nota sul Capitano Anthony Clarke
Un articolo del Corriere sul salvataggio della Risurrezione
La fondazione dei Monuments Men
– Due lettere pubblicate dal New York Times sul salvataggio dell’affresco di Piero: Fausto Braganti, Robert Wolcott

Una coincidenza che mi fa piacere e che aggiungo oggi alle 9.49 al post. Un bell’articolo di Marco Carminati dal Domenicale del Sole24ore sul restauro dell’affresco di Piero della Francesca.

Il «Risorto» restaurato
È stato un restauro complesso e durato anni (2015-2018) quello che ha riportato in vita la celeberrima Resurrezione di Cristo dipinta da Piero della Francesca nella “sua” Sansepolcro. Davanti all’opera risuonano alla mente le grandiose parole di Roberto Longhi: «Una calma supremamente spettacolare come non s’era ancora vista, una distensione puramente contemplativa e spaziale, che anche nel più drammatico degli argomenti è una delle più alte proprietà di Piero… La Resurrezione di Borgo presenta il momento più trionfale del mito cristiano… il Cristo che risorge è l’asse, il perno stesso della fede cristiana. Ma di che naturale dolcezza Piero sa avvolgere questa tremenda, immobile certezza! Come la luce di un sole che, dopo la lunga stagione invernale, rinasca in un’alba di aprile è il manto del Cristo che, in quel lume, si accende rosato, quasi che un albero di pesco sia fiorito segretamente nella prima notte di primavera. I guardiani del sepolcro… dormono ancora, nulla sapendo di quel che avvenne durante la notte. Il Cristo, orrendamente silvano, quasi bovino, torvo colono umbro levatosi ancor prima dell’alba, poggiato un piede sull’orlo del sarcofago come sulla proda del campo, guarda contristato i luminosi poderi di questo suo tristo mondo».
Il restauro del Cristo «orrendamente silvano» – realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e dalla Soprintendenza di Arezzo e in parte sostenuto dal generoso contributo di Aldo Osti – s’era reso urgente a causa della solfatazione e dei distacchi di pellicola pittorica e intonaci. I restauratori hanno prima effettuato una pulitura e poi hanno agito per fermare il degrado. Un degrado causato non solo dal tempo ma anche da drastiche “puliture” con acqua e soda caustica (sic!) che furono inflitte al dipinto nell’Ottocento e che hanno cancellato gran parte delle finiture “a secco” realizzate dal maestro per ottenere effetti di verità simili a quelli delle pitture su tavola. I danni si notano soprattutto nelle colline dietro il Cristo risorto: il paesaggio risulta appiattito essendosi conservata solo la stesura di base verde, sulla quale andavano a sovrapporsi in origine i dettagli della vegetazione.
Oltre alla salvaguardia materiale dell’opera e al recupero della sua leggibilità, il restauro ha fornito nuovi dati storici. In particolare s’è chiarito che – pur essendo il dipinto realizzato su un muro interno del Palazzo della Residenza (oggi Museo Civico) – quella che vediamo oggi non era la sua collocazione originaria. Grazie a una campagna diagnostica s’è potuto chiarire che la Resurrezione venne trasportata da una parete all’altra, e che tale trasporto fu particolarmente complicato. Infatti, non si trattò di uno “strappo” nella modalità moderna, dove a essere strappato è solo il sottile strato di intonaco dipinto: qui siamo di fronte a una delle più antiche operazioni di “trasporto a massello”, ovvero del taglio di tutto il muro retrostante l’affresco e del trasporto del blocco del masso da un punto all’altro del palazzo. La collocazione originaria della Resurrezione non è nota con certezza, tuttavia s’ipotizza con buoni argomenti che l’opera possa esser stata dipinta sulla facciata esterna del Palazzo della Residenza, e più precisamente sopra l’arengario, il punto dal quale le magistrature cittadine si affacciavano per parlare al popolo. Tale punto coincide più o meno con l’attuale porta-vetrata aperta in corrispondenza del dipinto per farlo vedere anche dall’esterno. Però, quando avvenne questo “trasporto eccezionale” non è dato sapere.
Purtroppo, il restauro non ha portato risposte a un altro quesito decisivo: la datazione del dipinto. Gli studiosi l’hanno fatta oscillare fra il 1450 e il 1465. Nuove ricerche documentarie, svolte in occasione del restauro, si spingono a proporre una datazione più tarda, intorno al 1470. Ma stiamo comunque navigando nel mare incerto delle ipotesi.
Il soggetto della Resurrezione di Cristo è strettamente legato alla città di Sansepolcro, che ai tempi di Piero si chiamava Borgo San Sepolcro. Una pia leggenda vuole che la fondazione della città sia legata all’arrivo di alcune reliquie del Santo Sepolcro portate qui dalla Terra Santa dai pellegrini Arcano ed Egidio. Piero della Francesca avrebbe dunque dipinto una sorta di “stemma” della città, che Vasari considerava «dell’opere sue la migliore» e il romanziere Aldous Huxley definì: «la più bella pittura del mondo» (1924).
Fu proprio questa citazione di Huxley a salvare l’affresco durante la Seconda guerra mondiale. Il capitano alleato Anthony Clarke così ha ricordato quanto accadde nel luglio del 1944: «Mi comandarono di trovare un punto d’osservazione che dominasse Sansepolcro e presi a cannoneggiare la città. Ma non riuscivo a scorgere da nessuna parte il nemico. In fondo alla mente prese a tormentarmi un interrogativo: perché il nome di Sansepolcro lo conoscevo già? L’avevo sentito da qualche parte e doveva essere stato in relazione a qualcosa di importante. Ma non mi tornava in mente né dove, né quando. Poi, avemmo una visita. Si trattava di un ragazzo. Domandammo: “Tedeschi? Sansepolcro?” indicando la città. Lui scosse il capo e additò le colline. I tedeschi avevano abbandonato la città. Fu allora che all’improvviso mi tornò in mente perché conoscevo già il nome di Sansepolcro: “La più bella pittura del mondo!”. Qui c’era la Resurrezione di Piero della Francesca! Feci cessare immediatamente il fuoco. Il giorno dopo entrammo a Sansepolcro e domandai dove si trovava la pittura. L’edificio era intatto. Mi precipitai dentro: eccola! sana e salva, e magnifica! Talvolta mi chiedo come mi sarei sentito oggi se avessi sul serio distrutto la Resurrezione di Piero».
Marco Carminati