Giulio Romano non arriva a Mantova con il piccone.
Arriva con un mestiere molto più difficile: la capacità di guardare quello che esiste già e capire che cosa potrebbe diventare.
Demolire, in fondo, è un gesto semplice. Drastico, rumoroso, qualche volta necessario, ma semplice. Si cancella una cosa e se ne costruisce un’altra. Trasformare invece richiede più attenzione. Bisogna capire dove mettere le mani, quali vincoli rispettare, quali regole forzare, quali parti lasciare in ombra e quali, invece, portare finalmente alla luce.
Giulio Romano fa esattamente questo. Non cancella Mantova e non prova a rifarla a immagine di Roma, che pure era stata la sua grande scuola. Preferisce lavorare su quello che trova: una città di corte, d’acqua e di potere, già ricca di memoria, ma desiderosa di assumere un volto nuovo.
Per questo il termine “maquillage” può essere utile, se non lo intendiamo come una cosa leggera o superficiale. Non si tratta di mettere un po’ di trucco sulle rughe della città. Giulio interviene sull’immagine profonda di Mantova, sul modo in cui la corte gonzaghesca vuole presentarsi, sulla capacità degli edifici e delle stanze di diventare racconto politico.
A Mantova non fa semplicemente il pittore ma il regista. Diventa, poco alla volta, l’uomo che aiuta la città a immaginarsi diversa.
Un moderno che non ha bisogno delle macerie
Quando diciamo “moderno” pensiamo spesso a una rottura. Prima c’è il vecchio, poi arriva il nuovo e spazza via tutto, possibilmente con una certa soddisfazione. È una tentazione molto diffusa anche oggi, quando basta cambiare un logo, una facciata o il nome di un ufficio per sentirsi già proiettati nel futuro. A volte funziona; più spesso il futuro, dopo qualche settimana, assomiglia moltissimo al passato, solo con un carattere tipografico diverso.
Durante Festivaletteratura Mantova cambia volto, ma i mantovani restano fedeli alle proprie abitudini. Tra biciclette lanciate nella folla, necrologi letti al bar, lamentele sui parcheggi e antiche ferite mai dimenticate, ecco cinque mosse ironiche per confondersi tra i nativi e vivere il Festival con autentico spirito mantovano.
Provate a leggere e a verificare se siete anche voi mantovani dentro oppure no.
Ecco i testi utilizzati per la pagina e di seguito le pagine singole. Per chi volesse sfogliare MCG on line lo può fare al link seguente MCG Agosto 2026/Settembre 2026
COME SEMBRARE MANTOVANO DURANTE IL FESTIVALETTERATURA
Per chi desiderasse mimetizzarsi tra i nativi proponiamo cinque semplici mosse da mettere in pratica
DI GIACOMO CECCHIN
A settembre Mantova entrerà nel pieno della trentesima edizione di Festivaletteratura. Per cinque giorni il centro storico cambierà volto: le piazze si riempiranno di incontri, i cortili dei palazzi accoglieranno scrittori e lettori e persino le code sembreranno accettabili.
Gli autori ospiti, gli editori, i volontari e soprattutto i lettori non mantovani si riconoscono facilmente. Passeggiano per il centro con il programma stretto tra le mani, lo sguardo sognante e una certa apprensione per l’evento successivo.
È quasi impossibile scambiarli per abitanti del posto. Per chi desiderasse mimetizzarsi tra i nativi e non essere immediatamente identificato come forestiero, proponiamo dunque cinque semplici mosse da mettere in pratica.
Il suggerimento è di sperimentarne almeno una al giorno, così da arrivare preparati alla prossima edizione.
Giulio Romano non è soltanto un nome da incontrare nei manuali di storia dell’arte o nelle sale di Palazzo Te.
È un personaggio da seguire a episodi.
Prima c’è Roma, con la bottega di Raffaello, i grandi cantieri papali, l’ambizione di chi impara presto che l’arte non è mai solo talento, ma anche lavoro, relazioni, incarichi, reputazione.
Poi c’è la competizione, quella vera, con il mondo di Michelangelo, con Sebastiano del Piombo, con una Roma dove ogni parete importante è anche una conquista.
O meglio: è anche una corsa di cavalli. Ma se lo raccontiamo così, abbiamo già perso quasi tutto.
Scrivo questo post oggi perché oggi si dovrebbe correre il Palio dell’Assunta spostato al 17 e poi al 18 agosto per il maltempo.
Il Palio è città, rito, appartenenza, contrade, memoria, teatro civile, rivalità, regole antiche e passione contemporanea. È una festa che si può amare, criticare, discutere. Ma difficilmente si può liquidare in poche parole.
Su Mantovastoria, negli anni, il Palio è tornato più volte. Non solo come evento senese, ma come occasione per parlare di letteratura, di storia italiana e anche dei legami sorprendenti tra Siena e Mantova.
Tre spunti per rileggerlo.
1. Il Palio letterario
Il Palio è entrato anche nella letteratura. Aldous Huxley lo osservò con occhi stranieri, cogliendo la forza dell’attesa, della città che cambia ritmo nei giorni della corsa, della tensione che precede quei pochi minuti in Piazza del Campo.
Fruttero e Lucentini, invece, ci hanno lasciato una delle invenzioni più affascinanti: Il Palio delle contrade morte, un giallo costruito attorno alle contrade scomparse di Siena. Perché il Palio non vive soltanto nella corsa presente. Vive anche nelle assenze, nei nomi perduti, nelle memorie che continuano a lavorare sotto la superficie.
2. I legami con Mantova
Siena e Mantova sono più vicine di quanto sembri.
I Gonzaga furono grandi allevatori e appassionati di cavalli. I cavalli mantovani correvano nei palii, compreso quello di Siena, e Palazzo Te conserva ancora oggi nella Sala dei Cavalli una delle immagini più potenti di questa cultura equestre.
Mantova, prima dei motori, aveva già una sua “motor valley”: scuderie, razze pregiate, corse, prestigio, competizione.
E poi ci sono altri fili: santi, artisti, collezioni, personaggi, episodi storici che legano le due città in modi inattesi.
3. L’amore per il Palio
Il Palio si ama o si odia. Spesso si critica. Qualche volta si fraintende.
Ma per capirlo bisogna accettare che non è uno spettacolo costruito per il turista. È una cosa più difficile: una tradizione viva, con le sue regole, le sue tensioni, le sue contraddizioni.
Il Palio insegna che una comunità non è fatta solo di consenso, ma anche di conflitto regolato. Che la vittoria conta, eccome. Che la sconfitta brucia. Che l’identità non è uno slogan, ma qualcosa che si eredita, si pratica e si difende.
Forse è per questo che continua a parlarci.
Perché sotto la polvere della Piazza, sotto i colori delle contrade, sotto i cavalli e i fantini, c’è una domanda molto moderna: che cosa tiene insieme una comunità?
Ecco alcuni articoli di Mantovastoria per approfondire:
The Palio of Siena is not just a horse race. It is ritual, identity, memory and belonging. Over the years, Mantova Storia has explored the Palio through literature, history and its unexpected links with Mantua: from Aldous Huxley’s impressions to Fruttero and Lucentini’s fictional contrade, from the Gonzaga passion for horses to the cultural legacy of Palazzo Te. This article brings together different perspectives to show why the Palio remains a living tradition, full of emotion, conflict, rules and collective memory.
Estratto SEO
Il Palio di Siena non è solo una corsa di cavalli: è rito, identità, memoria e appartenenza. Da anni Mantova Storia racconta il Palio attraverso prospettive diverse: la letteratura di Aldous Huxley e Fruttero & Lucentini, i legami storici con Mantova e i Gonzaga, la cultura equestre delle corti rinascimentali, l’amore per una tradizione che divide, emoziona e continua a interrogare il presente. Dai cavalli mantovani che correvano nei palii alla Sala dei Cavalli di Palazzo Te, dai romanzi ispirati alle contrade alle riflessioni di Duccio Balestracci, il Palio diventa una chiave per leggere Siena, ma anche la storia italiana delle comunità, delle regole, della rivalità e della festa. Un percorso tra articoli, suggestioni e approfondimenti per capire perché il Palio non si può ridurre a spettacolo turistico: è una forma viva di racconto collettivo.
The Palio of Siena: More Than a Horse Race
The Palio of Siena is not just a horse race. It is ritual, identity, memory and belonging. Over the years, Mantova Storia has explored the Palio through literature, history and its unexpected links with Mantua: from Aldous Huxley’s impressions to Fruttero and Lucentini’s fictional contrade, from the Gonzaga passion for horses to the cultural legacy of Palazzo Te. This article brings together different perspectives to show why the Palio remains a living tradition, full of emotion, conflict, rules and collective memory.
Le Palio de Sienne : bien plus qu’une course de chevaux
Le Palio de Sienne n’est pas seulement une course de chevaux. C’est un rite, une identité, une mémoire et une appartenance. Au fil des années, Mantova Storia a raconté le Palio à travers la littérature, l’histoire et ses liens inattendus avec Mantoue : d’Aldous Huxley à Fruttero et Lucentini, de la passion des Gonzague pour les chevaux à l’héritage culturel du Palazzo Te. Cet article réunit plusieurs regards pour comprendre pourquoi le Palio reste une tradition vivante, faite d’émotion, de rivalité, de règles et de mémoire collective.
Il 10 agosto, giorno di San Lorenzo, succede sempre la stessa cosa: anche chi durante l’anno non guarda mai il cielo diventa improvvisamente astronomo, poeta e cacciatore di desideri.
Si esce, si cerca un posto abbastanza buio, si alzano gli occhi e si aspetta.
Una stella cadente. Una scia luminosa. Un segnale. Un desiderio da esprimere in fretta, prima che sparisca.
La notte di San Lorenzo è una delle poche occasioni in cui il cielo torna a essere una faccenda popolare. Non servono telescopi, formule, mappe stellari o conoscenze da astrofisico. Basta guardare in alto e sperare.
A Mantova, però, il gioco può diventare ancora più interessante. Perché qui San Lorenzo non è soltanto il santo delle stelle cadenti. È anche il nome di una delle chiese più amate della città, la Rotonda di San Lorenzo, e l’occasione per scoprire che Mantova possiede diversi cieli dipinti, zodiaci, costellazioni e segni astrologici nascosti tra palazzi, torri e sale affrescate.
Insomma: il 10 agosto si può guardare il cielo vero. Ma a Mantova si possono guardare anche i cieli costruiti dagli uomini.
San Lorenzo e le stelle cadenti
Perché le stelle cadenti sono legate a San Lorenzo?
La spiegazione più diffusa le collega alle lacrime del santo, versate durante il martirio e trasformate dalla tradizione popolare in una pioggia luminosa nel cielo di agosto.
C’è però anche una versione più concreta, più ruvida e forse più efficace: le stelle cadenti sarebbero le scintille della graticola che fu uno degli strumenti di tortura cui San Lorenzo fu sottoposto.
Da qui il detto veneto:
“San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti.”
È un’immagine fortissima. Le stelle non sono più soltanto lacrime, ma carboni accesi, frammenti di fuoco, scintille che cadono dal cielo. La notte di San Lorenzo diventa così una strana miscela di devozione, astronomia popolare, poesia e brace celeste.
Del resto San Lorenzo è proprio il santo della graticola. Secondo la tradizione, fu martirizzato a Roma il 10 agosto 258, durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano. Ed è curioso pensare che, se molti santi vengono ricordati con attributi eleganti, palme, libri, gigli o spade, Lorenzo resta legato a uno strumento terribile e quotidiano: una graticola.
Da martirio a proverbio, da proverbio a stelle cadenti, da stelle cadenti a desideri: il passaggio è lungo, ma funziona ancora.
Io dico spesso che Mantova è una Firenze low cost.
Non perché valga meno, naturalmente. Ma perché offre palazzi, chiese, affreschi, corti rinascimentali e grandi protagonisti della storia dell’arte senza le folle, le code e i prezzi di Firenze.
In un recente articolo pubblicato sul Times, la giornalista britannica Helen Pickles racconta Mantova come «l’alternativa senza folla a Firenze che probabilmente non avete mai visitato». Il testo, che ho scoperto grazie alla Voce di Mantova, ha questo titolo “The crowd-free alternative to Florence you’ve probably never been to” è stato pubblicato sul Times venerdì 31 luglio 2026 (ecco il link dove leggerlo in originale https://www.thetimes.com/travel/destinations/europe-travel/italy/italy-mantua-lombardy-art-culture-hrqrn639j
Una città «quasi caricaturalmente italiana»
L’articolo si apre con uno sguardo decisamente britannico.
Mantova appare «quasi caricaturalmente italiana»: le automobili percorrono rumorosamente le strade acciottolate, i ciclisti si muovono disinvolti parlando al telefono, cortili monumentali si intravedono dietro portoni anonimi, mentre cupole, torri e merlature compaiono improvvisamente tra gli edifici.
È una descrizione affettuosa, anche se costruita attraverso molti degli elementi che un visitatore straniero associa all’Italia: biciclette, campane, vicoli, piazze, gelati e piccole automobili.
I Gonzaga come i Medici
Il confronto con Firenze è immediato.
Come Firenze ebbe i Medici, Mantova ebbe i Gonzaga: altrettanto potenti, ambiziosi e generosi nel finanziare artisti e opere destinate a celebrare la propria dinastia.
Per quasi quattro secoli i Gonzaga richiamarono a Mantova protagonisti come Andrea Mantegna, Leon Battista Alberti, Giulio Romano e Claudio Monteverdi.
La vera sorpresa, per l’autrice, è che una città con un simile patrimonio rinascimentale sia ancora così poco conosciuta dal turismo internazionale.
Mantova 1530: cinque secoli di qualità è il titolo della serata in programma giovedì 23 luglio, a partire dalle ore 21.00, nella suggestiva cornice dei Giardini di Corte Spagnola a Montanara. Un appuntamento dedicato alla storia, alla cultura e ai sapori del territorio mantovano, pensato per accompagnare il pubblico in un viaggio tra passato e presente, alla scoperta di un patrimonio che continua a raccontare identità, tradizione e qualità.
La serata unirà il racconto storico alla valorizzazione dei prodotti tipici locali, offrendo un’occasione per conoscere più da vicino Mantova, Palazzo Te e le eccellenze gastronomiche che da secoli caratterizzano questo territorio.
Mantova e Ferrara sono città che sembrano guardarsi da lontano, separate da confini regionali, dinastie diverse e traiettorie storiche autonome. Eppure, appena si comincia a osservarle più da vicino, emergono legami profondi: l’acqua, i castelli, le corti rinascimentali, le comunità ebraiche, le biciclette, la nebbia, la cucina di zucca e di maiale, il Po come grande orizzonte comune.
Una è città del Mincio e dei Gonzaga, l’altra del Po e degli Este. Una appartiene alla Lombardia, l’altra all’Emilia-Romagna. Ma entrambe condividono una stessa grammatica padana, fatta di lentezza, memoria, urbanistica raffinata e paesaggi d’acqua.
Questo articolo prova a raccontare Mantova e Ferrara non come due città isolate, ma come due capitali sorelle della pianura: diverse nella forma, simili nell’anima. Quindici punti per scoprire ciò che le unisce, dai castelli alle cattedrali, dai tortelli di zucca ai cappellacci, fino al riconoscimento UNESCO che ne conferma il valore universale.
Questo post nasce da una piccola pubblicazione che avevo scritto per evidenziare i punti di contatto tra Mantova e Ferrara.
C’è una domanda che mi faccio spesso quando penso a Rigoletto: ma il Duca di Mantova di Verdi chi sarebbe, tra i Gonzaga?
La risposta più corretta, naturalmente, sarebbe: nessuno.
Il Duca del Rigoletto non ha nome. È un personaggio nato da un altro personaggio teatrale. Prima di arrivare a Verdi, infatti, la vicenda era quella de Le roi s’amuse di Victor Hugo, ambientata alla corte di Francesco I di Francia. Poi arrivò la censura austriaca a Venezia, il re diventò duca, Parigi diventò Mantova e il sovrano libertino fu trasformato in un anonimo Duca di Mantova.
Anonimo, appunto.
Eppure è proprio quell’anonimato che ci permette di giocare. Perché se Verdi non ci dice chi sia, noi mantovani possiamo provare a immaginarlo. Possiamo guardare la storia dei Gonzaga, aprire il sipario e chiederci: chi reggerebbe davvero quel ruolo?
Io da sempre dico Federico II che è la risposta più naturale. E’ il primo duca di Mantova, vive nella prima metà del Cinquecento (lo stesso periodo di Francesco I che tra l’altro conosce di persona), ha intorno una corte raffinatissima e porta con sé l’immaginario più forte della Mantova rinascimentale. Se dovessi rispondere da storico o da guida turistica direi Federico II.
Perché Federico II è il Duca che si vede: Palazzo Te, gli affreschi di Giulio Romano, la sensualità colta, la città del desiderio trasformata in architettura e affresco. È la scelta più immediata, più elegante, più “mantovana”.
Ma poi ho provato a cambiare prospettiva e mi mi sono messo nei panni di un regista.
Non devo più scegliere il Gonzaga giusto ma il Duca da mandare in scena.
Quando ho scritto per la prima volta questo post me lo immaginavo come la sigla di un telefilm degli anni 70 che ho amato moltissimo: Attenti a quei due o The Persuaders in lingua originale. Si mettevano fianco a fianco le foto e le vite dei due personaggi, un inglese e un americano, interpretati da Roger Moore e da Tony Curtis (in fondo all’articolo trovate un approfondimento sulla serie tv).
Ecco Federico II e Carlo V potrebbero davvero diventare protagonisti di una serie televisiva o di un documentario che metta le loro vite a confronto.
Due ragazzi nati nel 1500
Oggi, a sedici anni, si fanno i compiti, si litiga con i genitori, si sogna il motorino o il monopattino e si guarda il mondo dallo schermo di un telefono. Nel Cinquecento, invece, poteva capitare che a sedici anni uno fosse già re e un altro si stesse preparando a diventare signore di uno Stato.
È il caso di Carlo d’Asburgo e Federico Gonzaga. Il primo nasce a Gand, tra le nebbie e i canali delle Fiandre. Il secondo nasce a Mantova, altra città d’acqua, ma di pianura padana, circondata da laghi, paludi addomesticate e ambizioni molto ben coltivate.
Carlo e Federico nascono entrambi nel 1500. Due coetanei, due adolescenti destinati a non avere un’adolescenza normale. Uno diventerà Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero. L’altro diventerà Federico II Gonzaga, prima marchese e poi duca di Mantova. Le loro strade, apparentemente lontane, finiranno per incrociarsi proprio qui, sulle rive del Mincio.