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Il viaggio come valore
Ci sono parole che usiamo troppo e che, a forza di usarle, rischiano di perdere forza. Viaggio è una di queste.
Oggi viaggiare può voler dire molte cose: vacanza, fuga, lavoro, fotografia, racconto sui social, lista di luoghi da spuntare. Ma nel suo significato più vero il viaggio resta una delle esperienze fondamentali della vita, perché ci obbliga a uscire dal nostro recinto.
Non basta partire, naturalmente.
Un vecchio detto veneziano lo dice meglio di tanti discorsi: “Viagiar descanta ma chi parte mona torna mona”. Viaggiare sveglia, apre gli occhi, rende meno ingenui. Ma solo se chi parte è disposto a lasciarsi cambiare. Altrimenti si torna uguali a prima, con una valigia più piena e la testa identica.
Il viaggio, quando funziona, non è una parentesi. È una scuola.
Lo capì benissimo Wolfgang Amadeus Mozart, che non fu soltanto un genio della musica, ma anche un grande viaggiatore. Per lui muoversi non era un passatempo. Era parte del mestiere, della formazione, della vita.
Mozart, il genio in movimento
Mozart visse 13.097 giorni. Di questi, 3.720 li trascorse in viaggio. Più di dieci anni. Quasi un terzo della sua esistenza.
Il dato è impressionante perché corregge un’immagine comoda del genio. Spesso pensiamo al talento come a qualcosa che nasce già completo, chiuso in una stanza, protetto dal mondo. Nel caso di Mozart il talento era straordinario, ma non rimase fermo. Fu messo in carrozza, portato nelle corti, nei teatri, nelle accademie, davanti a pubblici diversi e spesso severi.
Viaggiare significava suonare, certo. Ma significava anche ascoltare, imparare, osservare. Ogni città poteva diventare un esame. Ogni teatro una prova. Ogni incontro un’occasione per capire qualcosa in più del proprio mestiere.
Mozart non diventa Mozart soltanto perché nasce Mozart.
Diventa Mozart anche perché attraversa l’Europa.
La lettera da Parigi
C’è una frase, scritta da Parigi l’11 settembre 1778 al padre Leopold, che sembra un manifesto:
“Senza viaggi, almeno per le persone che si occupano di arti e di scienze, si è un povero tapino.”
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La Rotonda di San Lorenzo è la chiesa più amata dai Mantovani e la più frequentata dai turisti. E’ una chiesa (non un battistero) con una storia millenaria che offre tantissimi spunti per raccontare le vicende e i personaggi che hanno calcato le vie e le piazze di Mantova: da Matilde di Canossa a suo padre, dal duca Guglielmo a Charles Dickens per finire con Padre Celestino Battaglia che pochi conoscono ma che è fondamentale per capire come oggi possiamo ancora godere della Rotonda. Io vi propongo le mie 5 date fondamentali nella storia della Rotonda di San Lorenzo come le trovate sulla pagina Mantovagando dell’ultimo numero della rivista MCG (
Cosa ne dite di fare una passeggiata alla scoperta della Mantova Ebraica? Il ghetto non esiste più da quando i francesi ne bruciarono i portoni ed è stato pesantemente modificato nel secolo scorso: eppure basta sapere dove andare e cosa cercare per fare un viaggio nel tempo alla scoperta delle tracce di cultura ebraica ancora presenti a Mantova. Giacomo Cecchin porta Mantova Segreta fin dentro l’ultima sinagoga ancora presente in città che, i casi del destino, oggi si trova oltre il Rio e al di fuori dell’antico recinto del Ghetto.
La giornata della memoria può essere una bella occasione per una passeggiata nella zona dell’ex ghetto ebraico di Mantova. Tra l’altro si tratta di una zona molto centrale e che, negli anni, è diventata un’area residenziale molto apprezzata. Nelle piccole piazze e nei vicoli infatti si respira ancora l’atmosfera di quando il Ghetto era una delle zone più vivaci di Mantova con i suoi vicoli e le facciate particolari delle quali rimane traccia nell’attuale Casa del Rabbino. Purtroppo molto è andato perduto e solo grazie alle vecchie foto si può intuire come fosse la vita nel quartiere ebraico. Per questo vi suggerisco questo itinerario in 5 punti che vi porta a scoprire storie e curiosità del Ghetto di Mantova.