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Andrea del Sarto, Clemente VII, Falsari illustri, Federico II Gonzaga, Harry Bellet, Leone X, Raffaello, Skira, Vermeer
“Camille Corot avrebbe realizzato 3000 dipinti , dei quali 5.000 sono negli Stati Uniti”. Inizia da questa battuta e da una dichiarazione di Thomas Hoving, ex direttore del Metropolitan Museum di New York il libro di Harry Bellet dal titolo “Falsari illustri”, editore Skira.
La dichiarazione è questa “Nei miei quindici anni al Metropolitan Museum of Art, avrò esaminato 50.000 opere d’arte di tutti i generi: un buon 40% erano falsi o così malamente restaurati o mal attribuiti da dover essere considerati alla stregua di falsi” Thomas Hoving.
E allora? Se la situazione è questa come ci dobbiamo comportare quando andiamo in un museo o acquistiamo un’opera d’arte? Dobbiamo stare attenti come diceva l’antica regola del diritto romano Caveat emptor (faccia attenzione il compratore).
Il libro di Harry Bellet è davvero divertente perché racconta storie di falsari e di falsi, di chi li ha scoperti o si è fatto ingannare (così come è accaduto a lui stesso).
Viene citata anche una storia che fa riferimento a Mantova e a Federico II Gonzaga.
“Jean- Jacques Breton racconta, citando Giorgio Vasari, la storia del ritratto di papa Leone X dipinto da Raffaello conservato a Firenze a Palazzo de’ Medici. Lì fu visto dal marchese di Mantova, Federico II Gonzaga, che lo ammirò e lo chiese in dono al nuovo papa, Clemente VII. Quest’ultimo accettò e ordinò a Ottaviano de’ Medici di fargli inviare il dipinto. Ottaviano chiese immediatamente ad Andrea del Sarto di farne una copia, e fu questa ad essere inviata a Mantova. Oggi è conservata al Museo di Capodimonte di Napoli, ma i napoletani insistono nel dire che si tratta dell’originale” (pag. 29).
Molto interessante anche la parte in cui si parla di Vermeer e del suo falsario Han Van Megeeren che riuscì a ingannare perfino Hermann Goring. Fa pensare anche il fatto che i falsari dipingano opere di artisti minori o di grandi maestri quando questi diventano di moda come nel caso di Vermeer che, per un certo periodo, era così poco considerato che le sue opere venivano vendute a maggior prezzo attribuendole ad altri pittori (pag. 43). Un altro dettaglio meraviglia in tutte queste storie: di regola i falsari non finiscono così male (tranne rari casi) ma soprattutto dopo essere stati scoperti e aver fatto un po’ di prigione diventano famosi e possono finalmente firmare le opere con il loro vero nome (altro discorso è invece quello della falsificazione del denaro*).
In ultimo poi Harry Bellet presenta un decalogo per l’apprendista falsario che può essere letto anche come una check list per chi i falsari li deve scoprire:
1) Scegliere il pittore da copiare: i minori sono meglio
2) Se si copia un maestro partire da una delle sue opere scomparse
3) Non attribuire mai un dipinto
4) Rivolgersi al buon Dio e non ai santi (ovvero scegliere i mercati più importanti)
5) Avere cura della provenienza (i documenti sono tutto)
6) Dimostrare un minimo di inventiva
7) Mai farsi avanti per provare a vendere un dipinto
8) Non permettere mai a nessuno di entrare nel vostro atelier
9) Mai parlare con un giornalista
10) Segnalare i redditi illegali (molti falsari sono stati presi per violazioni fiscali e non per aver falsificato delle opere)
Un libro che spiega in modo coinvolgente a cosa servono gli storici dell’arte, che i mercanti fanno il loro mestiere, a volte, in modo spregiudicato e che alla fine è sempre colpa del compratore. Ecco cosa diceva il pittore tedesco Max Liebermannn (1847-1935): “Gli storici dell’arte non sono poi così inutili. Se non esistessero, chi sarebbe in grado di spiegare, una volta che siamo morti, che i brutti quadri che ci sono stati attribuiti sono falsi?”.
Per approfondire su questo tema:
Avventure di un occhio: un libro che racconta le attribuzioni in storia dell’arte
Una bella passeggiata letteraria in occasione della manifestazione dei Piccoli Editori 2019 presso la Biblioteca Baratta. Partiti dal Ponte dei Mulini abbiamo attraversato Mantova alla caccia di storie dei letterati, viaggiatori e poeti che hanno visitato la nostra città.
Il ponte di cui parla Robert Byron è il ponte dei Mulini, purtroppo bombardato dagli alleati nella Seconda Guerra Mondiale e mai più ricostruito com’era.
Giacomo Cecchin e Nicola Zanella* (insieme ad alcuni ospiti a sorpresa) raccontano la storia di Leonardo da Vinci da un punto di vista particolare, tentando di toglierlo da quella posizione di monumento assoluto (e si sa cosa cade in testa ai monumenti e alle statue) per scoprirne oltre alle virtù anche le debolezze.
Caterina de’ Medici, despota o eroina?
Isabella e Lucrezia, le due cognate.
Leonardo da Vinci e il cavallo di bronzo.
Con un omaggio al Rinascimento torna la rassegna “Storie di sera”