A volte la storia reale riesce a superare l’immaginazione. È il caso di un episodio poco noto ma straordinario che si svolse alla fine del Trecento, quando ambizioni politiche, ingegneria idraulica e la forza incontrollabile della natura si intrecciarono dando vita a quello che potremmo definire, senza esagerare, un vero e proprio tsunami fluviale.
La Camera degli Sposi – conosciuta anche come Camera Picta – è un ambiente del Palazzo Ducale di Mantova affrescato da Andrea Mantegna tra il 1465 e il 1474. È considerata una delle realizzazioni più alte e innovative del Quattrocento italiano, non solo per la perfezione del linguaggio prospettico, ma anche per la profondità narrativa delle scene che coinvolgono la famiglia Gonzaga e la loro corte in un racconto figurativo unico.
Oggi la Rocchetta di Sparafucile è una presenza discreta ma suggestiva: ultimo frammento superstite del sistema difensivo del ponte di San Giorgio, nel corso dei secoli è stata avamposto militare, poi ostello, e oggi attende una nuova destinazione. Ciò che continua a colpire, però, è il suo nome: Sparafucile, l’oste-sicario tra i personaggi più oscuri e memorabili dell’opera Rigoletto di Giuseppe Verdi.
Non è un caso isolato. A Mantova si incontrano la Casa di Rigoletto, la Cattedrale, il Palazzo del Duca di Mantova (l’attuale Palazzo Ducale): luoghi reali e immaginari che si intrecciano fino a rendere inevitabile la domanda: Mantova è davvero la città verdiana per eccellenza?
Tutti o quasi conoscono l’Orlando Furioso e Ludovico Ariosto, meno, molti meno conoscono Matteo Maria Boiardo e il suo Innamoramento di Orlando. Eppure questo poema è davvero molto godibile e il suo autore che era Conte di Scandiano un personaggio davvero divertente.
Ho provato a immaginarlo a spasso per Mantova durante il Festivaletteratura e che mi concedesse un’intervista tra la via Emilia e il West. Di seguito trovate il testo integrale dell’intervista pubblicata su La Voce di Mantova di domenica 7 settembre 2025 a pagina 17 .
L’INTERVISTA IMPOSSIBILE a Matteo Maria Boiardo
di Giacomo Cecchin
MANTOVA In città girano scrittori, lettori, appassionati e curiosi: è il Festivaletteratura, bellezza direbbe qualcuno. E tra un tendone e l’altro in piazza Sordello ecco arrivare quello che sembra un cosplayer del Rinascimento. Qualcuno si ferma, lo osserva e poi dice: “Ma tu sei Ludovico Ariosto…”. Lui lo guarda con sdegno e prova ad andarsene ma noi Matteo Maria Boiardo riusciamo a fermarlo e a convincerlo a rispondere a qualche domanda promettendogli di non fare domande sull’Orlando Furioso (ma si sa come sono i giornalisti…).
Sant’Antonio Abate è da secoli uno dei santi più amati dai mantovani, in particolare da agricoltori, allevatori e da chi viveva – e in parte vive ancora – a stretto contatto con gli animali di campagna. Non è un caso che la sua iconografia tradizionale lo rappresenti circondato dal bestiame e, soprattutto, con accanto un maialino: da qui l’appellativo popolare di “santo del porcellino”.
La sua immagine votiva era spesso appesa nelle stalle come segno di protezione per gli animali, veri e propri “beni di famiglia” nell’economia rurale. Sant’Antonio era invocato contro le malattie del bestiame e come difensore della vita contadina, un ruolo che spiega la diffusione del suo culto in tutta la pianura padana e nelle aree agricole del Mantovano.
Il 17 gennaio e “Sant’Antoni chisüler”
Il 17 gennaio, giorno della sua festa liturgica, era una data molto sentita a Mantova. A testimonianza di questo legame affettuoso, il santo veniva familiarmente chiamato “Sant’Antoni chisüler”. Proprio in questa giornata, infatti, era tradizione preparare il chisöl, una schiacciata semplice ma sostanziosa, legata al mondo contadino e ai ritmi della vita agricola.
Durante la Prima guerra mondiale, Mantova era considerata una città di seconda linea, lontana dai fronti, ma di grande importanza strategica per lo stoccaggio di armi e munizioni. In città e nei suoi immediati dintorni si concentravano numerosi depositi militari, caserme e polveriere, indispensabili per rifornire le truppe al fronte. Tra queste strutture, il Forte di Pietole rivestiva un ruolo di primo piano: una massiccia costruzione ottocentesca che, pur non più utilizzata come baluardo difensivo, era stata trasformata in enorme deposito di materiale bellico destinato alla guerra.
Dall’opera difensiva al deposito di munizioni
Il forte, costruito secondo i canoni tecnici dell’ingegneria militare ottocentesca, aveva perso la sua funzione originaria di fortificazione dopo l’annessione di Mantova al Regno d’Italia nel 1866, con il progressivo smantellamento delle mura e degli apparati difensivi cittadini. Inizialmente incluso nella lista delle opere radiate, il Forte di Pietole fu successivamente riammesso in servizio come deposito di materiali e munizioni, diventando uno dei principali punti di accumulo di esplosivi e proiettili.
La sera del 28 aprile 1917: l’incendio e la prima detonazione
La sera del 28 aprile 1917, con il forte colmo di munizioni oltre ogni limite di sicurezza, si sviluppò un incendio all’interno dell’edificio, innescato dalla perdita di liquidi incendiari fuoriusciti da alcuni proiettili destinati al fronte. Le fiamme si propagavano rapidamente attraverso gli spazi in cui erano stipate le scorte, raggiungendo la grande polveriera centrale e le casematte situate nella cortina di destra. La situazione precipitò in una lunga notte di terrore e scosse.
Il più bel libro scritto sulle strade, le vie e le piazze di Mantova è senza dubbio lo stradario di Ercolano Marani. Fidatevi. Non si tratta di una semplice affermazione affettuosa o campanilistica: lo stradario di Marani è un’opera che, per profondità, rigore e sensibilità, non ha eguali nel panorama degli studi dedicati alla città. La bella notizia è che, se fino a pochi anni fa occorreva rintracciare pazientemente i singoli articoli dispersi nelle diverse annate della rivista Civiltà Mantovana, oggi quel materiale è stato finalmente raccolto e ordinato in un numero speciale che restituisce unità e continuità alla ricerca.
Non un elenco, ma una lettura della città
Lo stradario non è un catalogo freddo di toponimi. È piuttosto un racconto urbano, una lettura lenta e stratificata del tessuto cittadino. Marani accompagna il lettore tra vie principali e vicoli secondari, tra piazze celebri e slarghi dimenticati, mostrando come ogni nome custodisca una storia: di mestieri scomparsi, di famiglie, di istituzioni religiose e civili, di trasformazioni urbanistiche che hanno lasciato segni talvolta evidenti, talvolta quasi invisibili.
La città come palinsesto
La chiave di lettura proposta da Marani è chiara e affascinante. Come egli stesso scriveva, un’antica città è un libro da leggersi con attenzione e pazienza. Le strade non sono semplici tracciati funzionali, ma testimonianze complesse; le piazze non sono solo spazi di passaggio, ma luoghi simbolici; gli edifici, siano essi monumentali o modesti, sono spesso veri e propri palinsesti, nei quali epoche diverse convivono e dialogano. In questo senso, lo stradario diventa uno strumento per allenare lo sguardo, per imparare a interrogare ogni dettaglio urbano.
Il Gruppo cultura Pietro Morelli mi ospita ancora per una serata dedicata ad una delle particolarità più interessanti di Mantova
Tre cattedrali per Mantova: un duomo e due basiliche intorno ai Sacri Vasi – venerdì 30 gennaio 2026 ore 21.00 a Rivalta sul Mincio (Sala Ascari di Corte Mincio)
Ingresso libero e gratuito – per info e prenotazioni: Simona tel. 328 5783684 – e-mail giovannistorti67@gmail.com
Dopo Dante arriva Petrarca e di lui sappiamo che a Mantova c’è stato davvero. Era amico di Guido Gonzaga e in una lettera si lamentava del clima, delle rane e delle zanzare (ne ho parlato qui).
Ecco come avrebbe potuto rispondere ad un’intervista a tutto campo se l’avessimo incrociato durante l’ultima edizione del Festivaletteratura. Di seguito trovate il testo integrale dell’intervista pubblicata su La Voce di Mantova di sabato 6 settembre 2025 a pagina 9 .
L’intervista impossibile aFrancesco Petrarca
di Giacomo Cecchin
Mantova, città dei Gonzaga, di Virgilio e – per un giorno – di Francesco Petrarca. Sì perché in un festival dove tra premi Nobel, scrittori e scrittrici best seller sono passati tutti o quasi è divertente immaginare di poter intervistare qualcuno dal passato. E oggi incontriamo Petrarca, il poeta che nel 1350 passò davvero da Mantova sulle tracce di Virgilio e per comprare libri e che qui trovò un amico in Guido Gonzaga. Ecco allora microfono alla mano, l’intervista impossibile a Francesco Petrarca.
Nel 1350 lei è passato da Mantova. Com’era la città? “Piccola ma vivace. I Gonzaga la governavano da soli vent’anni, avevano entusiasmo, passione e il mio amico Guido Gonzaga soprattutto pazienza. Ne avrebbe fatta di panchina in attesa che suo padre Luigi passasse la mano. Un po’ come il principe Carlo con la regina Elisabetta: scaldarsi va bene ma alla fine arrivi stufato”.
Passeggiando tra palazzi storici e monumenti antichi capita spesso di imbattersi in scritte incise o tracciate sui muri, talvolta sopra affreschi di grande valore. La reazione più comune è un coro di insulti rivolti ai vandali di turno, a chi — spesso “ad altezza di imbecille” — ha voluto lasciare traccia del proprio passaggio. Eppure non tutti sanno che questa abitudine ha radici molto lontane nel tempo.
Basti pensare alle scritte ancora visibili nel Camarone dei Giganti di Palazzo Te o a quelle sulla volta della Domus Aurea di Nerone: testimonianze che, oggi, sono diventate documenti storici a tutti gli effetti.
Le firme degli artisti nella Domus Aurea
Nel caso romano, le scritte hanno un valore del tutto particolare. Riportano infatti i nomi di celebri pittori del Quattrocento che, calandosi letteralmente “in grotta” per esplorare gli ambienti sotterranei della Domus Aurea, rimasero affascinati dalle pitture romane del I secolo d.C.
Tra le firme compaiono nomi fondamentali per la storia dell’arte come Raffaello, Michelangelo e Pinturicchio. Queste tracce sono preziosissime perché ci dicono esattamente quali artisti ebbero accesso diretto alle decorazioni antiche.
La firma di Pinturicchio, Bernardino di Betto, è resa ancora più curiosa da un’aggiunta tanto infamante quanto enigmatica: sotto il suo nome qualcuno scrisse l’epiteto “sodomita”. Uno scherzo crudele di un allievo? Un attacco di un rivale? Qualunque sia la risposta, da cinque secoli quella parola continua ad alimentare dubbi e pettegolezzi postumi sulle abitudini dell’artista.