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~ Racconti, personaggi e curiosità su Mantova

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Giulio Romano e la strategia Oceano Blu: l’arrivo a Mantova

16 mercoledì Set 2026

Posted by mantovastoria in Articoli, Curiosità, Storia Locale

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Quando lasciare il centro più affollato può essere il modo migliore per trovare spazio

Giulio Romano arriva a Mantova perché a Roma aveva imparato moltissimo.

Ma forse anche perché, a un certo punto, a Roma aveva imparato abbastanza.

È una differenza sottile, ma importante. Roma, nei primi decenni del Cinquecento, era il grande centro dell’arte italiana ed europea. C’erano i papi, i cardinali, le rovine antiche, i grandi cantieri, le botteghe più prestigiose, la memoria recente di Raffaello e la presenza ingombrante di Michelangelo. Per un artista ambizioso era il luogo dove bisognava essere. Ma proprio per questo era anche il luogo più affollato, più competitivo, più difficile da abitare senza restare schiacciati da nomi, aspettative e confronti.

Giulio Romano non lascia Roma perché non abbia più nulla da offrire. La lascia perché Mantova gli offre qualcosa che Roma, in quel momento, fatica a dargli: uno spazio abbastanza libero per diventare davvero se stesso.

La formula “strategia Oceano Blu”, naturalmente, appartiene al linguaggio contemporaneo e non al Rinascimento. Giulio non leggeva manuali di management e Federico II Gonzaga non gli mandò certo una proposta con analisi di mercato allegata. Però l’immagine funziona, se la usiamo con cautela. In un oceano rosso si combatte dove combattono tutti. In un oceano blu si cerca uno spazio diverso, meno saturo, dove il proprio talento può prendere una forma nuova.

Roma era l’oceano rosso.

Mantova, per Giulio, diventa l’oceano blu.

Roma era il centro, ma non sempre il centro è il posto migliore

Dopo la morte di Raffaello, nel 1520, Giulio Romano si trova in una posizione complessa. Da un lato è uno degli eredi più importanti della bottega raffaellesca; dall’altro proprio questa eredità rischia di definirlo troppo. Essere cresciuto con Raffaello gli offre autorevolezza, ma lo costringe anche a misurarsi continuamente con il maestro. Ogni opera, ogni incarico, ogni giudizio porta con sé una domanda implicita: quanto c’è di Raffaello e quanto c’è di Giulio?

Roma, poi, non è una città tenera con chi vuole affermarsi. È un luogo dove i grandi nomi non liberano spazio facilmente, neppure quando sono morti. Raffaello continua a vivere nei suoi cantieri, nei disegni, nella fama dei collaboratori; Michelangelo continua a rappresentare un modello alternativo potentissimo; gli artisti si muovono tra protezioni, lettere, incarichi, rivalità e speranze di accesso ai luoghi giusti.

In un contesto simile, Giulio avrebbe potuto restare a cercare il proprio posto nel cuore del sistema romano. Sarebbe stata una scelta comprensibile, forse anche naturale. Ma non sempre il centro più prestigioso è il luogo in cui una carriera cresce meglio. A volte, per trovare la propria voce, bisogna spostarsi.

Questo non significa fuggire.

Significa cambiare punto di osservazione.

Mantova, per Giulio, non è una retrocessione. È una possibilità.

Baldassarre Castiglione, l’uomo che apre la porta

In questa puntata l’alter ego di Giulio Romano potrebbe essere Baldassarre Castiglione.

Non perché sia artista, ma perché è l’uomo della relazione. Il mediatore. Il diplomatico. Il cortigiano capace di muoversi tra ambienti diversi e di capire che un talento, per produrre davvero, ha bisogno del contesto giusto.

Castiglione conosce Roma, conosce Mantova, conosce le corti e conosce il valore delle persone. È una figura perfetta per raccontare il passaggio di Giulio dalla bottega raffaellesca alla corte gonzaghesca, perché in questa storia non c’è soltanto un artista che si trasferisce. C’è una rete che funziona. C’è qualcuno che vede un’occasione e la rende possibile.

Federico II Gonzaga ha bisogno di un artista capace di dare forma alla sua ambizione. Giulio ha bisogno di un luogo in cui la sua formazione romana possa diventare qualcosa di più personale. Castiglione, in mezzo, è il tipo di figura che il Rinascimento conosce benissimo e che noi tendiamo a sottovalutare: l’uomo che non dipinge, non costruisce, non affresca, ma mette in contatto le persone giuste.

Senza questi personaggi, molte carriere non cambiano direzione.

E la storia dell’arte, spesso, sarebbe molto più povera.

Federico II non cerca un artista: cerca una visione

Federico II Gonzaga, nato nel 1500, appartiene a una generazione che eredita una Mantova già importante, ma non ancora pienamente definita come grande corte europea del Cinquecento. Per contare, non bastano i titoli. Servono alleanze, matrimoni, relazioni con l’Impero, capacità militare, cultura, diplomazia. E serve un’immagine.

Federico capisce che l’arte può essere una parte decisiva di questa immagine. Non come semplice ornamento, ma come linguaggio del potere. Un palazzo, una sala, un ciclo decorativo, un apparato effimero, un ingresso solenne possono dire molto di più di un discorso. Possono mostrare rango, gusto, cultura, forza, appartenenza a un mondo.

Per questo Giulio Romano diventa l’uomo giusto.

Non è soltanto un pittore venuto da Roma. È un artista abituato a pensare in grande, formato nei cantieri papali, capace di lavorare con il mito, con l’antico, con l’architettura, con la decorazione, con il teatro delle immagini. Federico non gli offre solo commissioni. Gli offre un campo d’azione.

La differenza è enorme.

A Roma Giulio era dentro una tradizione già potentissima. A Mantova può contribuire a costruirne una nuova. Non deve semplicemente occupare un posto lasciato libero da altri; può inventare un ruolo che prima, in quella forma, non c’era.

È qui che la strategia dell’arrivo a Mantova diventa davvero interessante. Giulio non sceglie un luogo più facile. Sceglie un luogo dove il suo profilo può diventare necessario.

Palazzo Te come opera guida

L’opera guida di questo episodio è ancora una volta Palazzo Te, ma guardato da un punto di vista diverso rispetto alla puntata precedente.

Non più soltanto come esempio di trasformazione senza demolizione, ma come risultato di una scelta di posizionamento. Palazzo Te è ciò che Giulio può fare perché è arrivato a Mantova. È la prova più evidente che il cambio di contesto non riduce il suo talento, ma lo libera.

A Roma Giulio aveva lavorato dentro grandi programmi già tracciati. A Mantova, con Federico II, può immaginare un organismo più personale, più unitario, più audace. Palazzo Te nasce come villa suburbana, luogo di piacere e rappresentazione, ma diventa presto molto di più: una macchina di immagini in cui architettura, pittura, mito, desiderio e potere lavorano insieme.

È difficile guardarlo come un semplice edificio. Le sue sale sembrano costruite per condurre il visitatore dentro un percorso di stupore progressivo. La cultura classica è presente ovunque, ma non come citazione immobile. Viene usata, deformata, animata. Gli dei banchettano, i giganti precipitano, gli spazi si aprono o sembrano crollare, la corte si specchia in un mondo antico reinventato per parlare al presente di Federico.

Palazzo Te è la risposta mantovana alla formazione romana di Giulio.

Non una copia. Non una nostalgia. Una trasformazione.

Ed è proprio questo che rende l’arrivo a Mantova così decisivo: Giulio trova un luogo che non gli chiede soltanto di ripetere ciò che sa fare, ma lo costringe a scoprire fino a dove può arrivare.

Mantova non è periferia se diventa laboratorio

Il rischio, quando si racconta il passaggio da Roma a Mantova, è pensarlo come uno spostamento dal centro alla periferia. Ma le cose sono più interessanti.

Mantova non ha la scala di Roma, e non avrebbe senso fingere il contrario. Non ha il peso del papato, non ha la stessa densità di cantieri, non è il grande teatro in cui si incontrano tutte le forze del Rinascimento italiano. Ma proprio per questo può offrire a Giulio qualcosa di diverso: una corte più raccolta, un rapporto più diretto con il principe, una possibilità di incidere sulla forma della città e dell’immagine gonzaghesca con una continuità difficile da ottenere altrove.

In un centro troppo grande, un artista può diventare uno dei tanti protagonisti. In una corte come Mantova, se incontra il committente giusto, può diventare indispensabile.

Giulio capisce o almeno vive questa possibilità. Il suo arrivo non produce soltanto opere. Produce un cambio di passo. Palazzo Te, gli interventi nel Palazzo Ducale, la casa dell’artista, i progetti, le decorazioni, gli apparati: tutto contribuisce a fare di Mantova un luogo in cui il linguaggio del Rinascimento romano viene riletto in chiave nuova.

Mantova non diventa importante perché imita Roma.

Diventa importante perché Giulio la aiuta a esprimere una forma di modernità diversa, più teatrale, più inquieta, più libera nel rapporto con le regole. La città non è il piano B di un artista che non ha trovato spazio altrove. È il luogo dove quel talento trova la propria misura.

L’arrivo come cambio di destino

Ci sono momenti in cui una carriera cambia non perché cambi improvvisamente la persona, ma perché cambia il contesto in cui quella persona può agire.

Giulio Romano porta a Mantova tutto quello che ha imparato: la disciplina della bottega, la grandezza dei cantieri romani, la memoria di Raffaello, la consapevolezza della concorrenza, l’abitudine a lavorare per il potere. Ma a Mantova questi elementi si combinano in modo diverso. La stessa formazione che a Roma rischiava di tenerlo dentro un confronto continuo, qui diventa materiale per una nuova identità.

Questo passaggio è forse uno dei più umani della sua storia.

Molte volte pensiamo che per cambiare serva diventare qualcun altro. Giulio mostra una cosa più sfumata: a volte bisogna trovare il luogo in cui ciò che siamo già può finalmente prendere forma. Non è una fuga da se stessi, ma un incontro più favorevole tra capacità, occasione e fiducia.

Federico II gli dà fiducia. Mantova gli dà spazio. Giulio, da parte sua, porta una visione che la città non aveva ancora.

Da questo incontro nasce una delle stagioni più sorprendenti dell’arte del Cinquecento.

Focus internazionale: il Manierismo come lingua che viaggia

L’arrivo di Giulio a Mantova non è un fatto soltanto locale. Si inserisce in un movimento più ampio, quello attraverso cui il linguaggio del Rinascimento romano comincia a spostarsi, trasformarsi, diffondersi in altre corti.

Giulio è una figura chiave di questo passaggio. La sua opera mantovana dimostra che il centro dell’innovazione artistica non coincide sempre con il centro geografico o politico più evidente. Le idee viaggiano con le persone, con i disegni, con i collaboratori, con gli ospiti che visitano le corti, con gli artisti che passano da un cantiere all’altro.

Mantova, grazie a Giulio, entra dentro questa circolazione.

Palazzo Te non parla solo alla corte gonzaghesca. Parla a un pubblico più ampio, fatto di principi, ambasciatori, uomini di cultura, artisti e viaggiatori. Il suo linguaggio, così ricco di invenzioni, diventa parte della fortuna europea di Giulio e, più in generale, di quel clima manierista che ama mettere alla prova l’equilibrio classico senza abbandonarlo del tutto.

Roma resta l’origine.

Mantova diventa la trasformazione.

E da questa trasformazione partiranno altre traiettorie, altri artisti, altre letture. Il viaggio di Giulio non finisce a Mantova, anche se a Mantova trova il suo centro più riconoscibile.

Una lezione sull’occasione

La storia dell’arrivo di Giulio Romano a Mantova può essere letta come una lezione sull’occasione, purché non la si riduca a una morale facile.

Non basta spostarsi per trovare fortuna. Non basta cambiare città per diventare grandi. Giulio arriva a Mantova con una formazione eccezionale, una rete importante, un’esperienza maturata in uno dei laboratori più prestigiosi d’Europa. Eppure tutto questo avrebbe potuto non bastare, se non avesse incontrato un committente capace di capirlo e un contesto disposto a lasciarlo agire.

L’occasione funziona quando talento e luogo si riconoscono.

È per questo che Mantova non è soltanto lo sfondo della storia di Giulio. È una protagonista. Senza Roma non avremmo la formazione dell’artista; senza Mantova non avremmo la sua piena affermazione. Il viaggio da una città all’altra non è un dettaglio biografico, ma il cuore stesso della sua trasformazione.

Giulio Romano non diventa grande perché lascia Roma.

Diventa grande perché a Mantova riesce a fare della sua eredità romana qualcosa che nessuno aveva ancora visto.

Coordinate cronologiche essenziali

Raffaello nasce nel 1483 e muore a Roma nel 1520. Giulio Romano nasce a Roma intorno al 1499 e muore a Mantova nel 1546. Baldassarre Castiglione nasce nel 1478 e muore nel 1529; uomo di corte, diplomatico e autore del Cortegiano, è una figura importante per comprendere la rete di relazioni che collega Roma e Mantova. Federico II Gonzaga nasce nel 1500 e muore nel 1540. Giulio arriva a Mantova tra il 1523 e il 1524, chiamato alla corte gonzaghesca. Palazzo Te viene avviato intorno al 1525 e prende forma soprattutto tra gli anni Venti e Trenta del Cinquecento, diventando il luogo simbolo della nuova stagione mantovana dell’artista.

Nel prossimo episodio

L’arrivo a Mantova apre a Giulio Romano uno spazio nuovo. Ma quello spazio non riguarda soltanto Palazzo Te o la corte dei Gonzaga. Pochi anni dopo, il Sacco di Roma del 1527 disperderà artisti, botteghe e ambizioni, contribuendo a ridisegnare la geografia dell’arte europea.

Nel prossimo episodio seguiremo Giulio dentro questa rete più ampia.

Titolo provvisorio: Giulio Romano e il network degli artisti dopo il Sacco di Roma.

Perché a volte una crisi non chiude una stagione: la costringe a viaggiare.

Nota sulla strategia Oceano Blu

La strategia Oceano Blu è stata elaborata da W. Chan Kim e Renée Mauborgne, professori di strategia all’INSEAD e co-direttori dell’INSEAD Blue Ocean Strategy Institute. Nel loro libro Blue Ocean Strategy l’idea centrale è semplice e potente: invece di combattere in mercati saturi, pieni di concorrenti — gli “oceani rossi” — bisogna cercare o creare spazi nuovi, meno affollati, dove la competizione diventa meno rilevante.

Applicata con cautela a Giulio Romano, la metafora funziona bene: Roma era il centro più prestigioso, ma anche il più competitivo. Mantova, grazie alla corte dei Gonzaga e alla fiducia di Federico II, diventa per Giulio uno spazio diverso, dove l’eredità di Raffaello può trasformarsi in una voce personale.

Giulio Romano and the Blue Ocean Strategy: The Arrival in Mantua

This episode explores Giulio Romano’s move from Rome to Mantua as a decisive change of context. After training in Raphael’s workshop and working in a highly competitive Roman environment, Giulio found in the Gonzaga court a different kind of opportunity: space, trust and freedom to develop his own voice. Mantua was not a retreat from the centre, but the place where his Roman experience became something new. Palazzo Te becomes the key work of this transformation, showing how a smaller court could become a powerful laboratory of Renaissance invention.

Giulio Romano et la stratégie Océan Bleu : l’arrivée à Mantoue

Cet épisode raconte le passage de Giulio Romano de Rome à Mantoue comme un changement décisif de contexte. Après sa formation dans l’atelier de Raphaël et son expérience dans un milieu romain très compétitif, Giulio trouve à la cour des Gonzague une autre forme d’occasion : de l’espace, de la confiance et la liberté de développer sa propre voix. Mantoue n’est pas un retrait du centre, mais le lieu où son expérience romaine devient autre chose. Le Palazzo Te devient l’œuvre clé de cette transformation, montrant comment une cour plus petite pouvait devenir un puissant laboratoire d’invention renaissante.

Giulio Romano “il moderno”: trasformare senza demolire ovvero il maquillage rinascimentale di Mantova

26 mercoledì Ago 2026

Posted by mantovastoria in Articoli, Mantova, Storia Locale

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Giulio Romano non arriva a Mantova con il piccone.

Arriva con un mestiere molto più difficile: la capacità di guardare quello che esiste già e capire che cosa potrebbe diventare.

Demolire, in fondo, è un gesto semplice. Drastico, rumoroso, qualche volta necessario, ma semplice. Si cancella una cosa e se ne costruisce un’altra. Trasformare invece richiede più attenzione. Bisogna capire dove mettere le mani, quali vincoli rispettare, quali regole forzare, quali parti lasciare in ombra e quali, invece, portare finalmente alla luce.

Giulio Romano fa esattamente questo. Non cancella Mantova e non prova a rifarla a immagine di Roma, che pure era stata la sua grande scuola. Preferisce lavorare su quello che trova: una città di corte, d’acqua e di potere, già ricca di memoria, ma desiderosa di assumere un volto nuovo.

Per questo il termine “maquillage” può essere utile, se non lo intendiamo come una cosa leggera o superficiale. Non si tratta di mettere un po’ di trucco sulle rughe della città. Giulio interviene sull’immagine profonda di Mantova, sul modo in cui la corte gonzaghesca vuole presentarsi, sulla capacità degli edifici e delle stanze di diventare racconto politico.

A Mantova non fa semplicemente il pittore ma il regista. Diventa, poco alla volta, l’uomo che aiuta la città a immaginarsi diversa.

Un moderno che non ha bisogno delle macerie

Quando diciamo “moderno” pensiamo spesso a una rottura. Prima c’è il vecchio, poi arriva il nuovo e spazza via tutto, possibilmente con una certa soddisfazione. È una tentazione molto diffusa anche oggi, quando basta cambiare un logo, una facciata o il nome di un ufficio per sentirsi già proiettati nel futuro. A volte funziona; più spesso il futuro, dopo qualche settimana, assomiglia moltissimo al passato, solo con un carattere tipografico diverso.

Giulio Romano è moderno in un altro modo.

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Giulio Romano. Da Roma a Mantova, il viaggio dell’artista che cambiò le regole del Rinascimento.

19 mercoledì Ago 2026

Posted by mantovastoria in Articoli, Curiosità, Mantova, Storia Locale

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Giulio Romano non è soltanto un nome da incontrare nei manuali di storia dell’arte o nelle sale di Palazzo Te.

È un personaggio da seguire a episodi.

Prima c’è Roma, con la bottega di Raffaello, i grandi cantieri papali, l’ambizione di chi impara presto che l’arte non è mai solo talento, ma anche lavoro, relazioni, incarichi, reputazione.

Poi c’è la competizione, quella vera, con il mondo di Michelangelo, con Sebastiano del Piombo, con una Roma dove ogni parete importante è anche una conquista.

Poi arriva Mantova.

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Scrivere sui muri? da Palazzo Te alla Domus Aurea una moda che non cambia

09 venerdì Gen 2026

Posted by mantovastoria in Curiosità, Gonzaga, Storia Locale

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affreschi rinascimentali, ancient graffiti, art history, art restoration, arte e vandalismo, Camera dei Giganti, Camera of the Giants, Chambre des Géants, conservation des monuments, conservazione dei beni culturali, cultural heritage, Domus Aurea, Domus Aurea Rome, fresques de la Renaissance, Giganti, Giulio Romano, graffiti antichi, graffiti historiques, graffiti in ancient monuments, graffiti rinascimentali, graffiti storici, graffitis anciens, graffitis de la Renaissance, Grottesche, histoire de l’art, histoire du vandalisme, historical graffiti, history of vandalism, inscriptions murales anciennes, Mantova, Michelangelo, Michelangelo Buonarroti, monument conservation, Palais du Te Mantoue, Palazzo Te, Palazzo Te Mantua, patrimoine culturel, patrimonio culturale, Pinturicchio, Pinturicchio artist, Raffaello, Raphael Renaissance, Renaissance frescoes, Renaissance graffiti, restauration artistique, restauri monumentali, Roma, scritte sui monumenti, scrivere sui muri, storia dell’arte, vandalism on monuments, vandalisme des monuments, vandalismo storico, visite artistiche rinascimentali

Passeggiando tra palazzi storici e monumenti antichi capita spesso di imbattersi in scritte incise o tracciate sui muri, talvolta sopra affreschi di grande valore. La reazione più comune è un coro di insulti rivolti ai vandali di turno, a chi — spesso “ad altezza di imbecille” — ha voluto lasciare traccia del proprio passaggio. Eppure non tutti sanno che questa abitudine ha radici molto lontane nel tempo.

Basti pensare alle scritte ancora visibili nel Camarone dei Giganti di Palazzo Te o a quelle sulla volta della Domus Aurea di Nerone: testimonianze che, oggi, sono diventate documenti storici a tutti gli effetti.

Le firme degli artisti nella Domus Aurea

Nel caso romano, le scritte hanno un valore del tutto particolare. Riportano infatti i nomi di celebri pittori del Quattrocento che, calandosi letteralmente “in grotta” per esplorare gli ambienti sotterranei della Domus Aurea, rimasero affascinati dalle pitture romane del I secolo d.C.

Tra le firme compaiono nomi fondamentali per la storia dell’arte come Raffaello, Michelangelo e Pinturicchio. Queste tracce sono preziosissime perché ci dicono esattamente quali artisti ebbero accesso diretto alle decorazioni antiche.

La firma di Pinturicchio, Bernardino di Betto, è resa ancora più curiosa da un’aggiunta tanto infamante quanto enigmatica: sotto il suo nome qualcuno scrisse l’epiteto “sodomita”. Uno scherzo crudele di un allievo? Un attacco di un rivale? Qualunque sia la risposta, da cinque secoli quella parola continua ad alimentare dubbi e pettegolezzi postumi sulle abitudini dell’artista.

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Da un Giubileo all’altro tra ideali, ricordi personali ed emozioni

02 giovedì Gen 2025

Posted by mantovastoria in Articoli, Curiosità, Storia Locale

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28 maggio 1950, Bruno Cecchin, Don Egidio Azzi, Eugenio Pacelli, Giacomo Cecchin, Giubileo 1950, Papa Pio XII, paziente tenacia, Rettore don Egidio Azzi, Roma, santino

Pensando al Giubileo di questo 2025 mi è tornato in mente questo santino che ho ritrovato in un libro cui sono molto legato. Spesso infatti inserisco tra le pagine dei volumi cui tengo di più foglietti con appunti o pensieri, biglietti di musei o concerti, ricordi personali.

Quando poi sfoglio il libro in questione mi tornano alla mente tutta una serie di emozioni e sensazioni ed è quello che è capitato con questo santino che Don Egidio Azzi, rettore della Casa del Giovane di Mantova, consegnò a mio padre con una esortazione manoscritta.

Ecco il testo che riporta la data del 28 maggio 1950 quando mio padre aveva 15 anni.

“Bruno, nella vita utile cosa è proporsi degli ideali, utilissima poi è perseguirli con paziente tenacia.
Il tuo Rettore Don Egidio”

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La Conversione di Paolo di Caravaggio: due versioni per la stessa storia

25 sabato Gen 2020

Posted by mantovastoria in Articoli, Curiosità

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Alessandro Obino, Caravaggio, Collezione Odescalchi, Conversione di Paolo, Conversione di Saulo, due versioni, Giacomo Cecchin, Michelangelo, Michelangelo Merisi, Parmigianino, Raffaello, Roma, Santa Maria del Popolo

Oggi 25 gennaio si festeggia la Conversione di Paolo, uno degli episodi degli Atti degli Apostoli tra i più rappresentati dagli artisti. Molte sono le versioni di questa famosissima caduta da cavallo, come ad esempio quella di Raffaello (qui trovate l’arazzo realizzato su cartoni dell’Urbinate per la Cappella Sistina), quella di Michelangelo (la potete vedere nella cappella Paolina in Vaticano) o quella di Parmigianino (la trovate a Vienna).
Vorrei però raccontarvi una storia legata alle due versioni realizzate da Caravaggio per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma. Il pittore è lo stesso e la storia anche ma quanto diversi sono i risultati finali.
Eccovi la vicenda per intero.

Caravaggio: la storia è la stessa il risultato diverso Continua a leggere →

Gli Arazzi di Palazzo Ducale: 5 storie da riscoprire tra Mantova, Vienna, Londra, Roma e Urbino

03 domenica Feb 2019

Posted by mantovastoria in Curiosità, Gonzaga, le 5 cose..., Palazzo Ducale

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Cardinale Ercole Gonzaga, Cartoni, Cartoni di Raffaello, Ercole Gonzaga, Londra, Mantova-Vienna, Palazzo del Vaticano, Palazzo Ducale, Palazzo ducale di Mantova, Roma, Terence Hill, Urbino, Victoria & Albert Museum

Gli Arazzi raffaelleschi del Palazzo Ducale di Mantova sono tra gli oggetti più preziosi contenuti nella reggia gonzaghesca. Eppure sono anche tra i meno osservati dai turisti (ne parlavo già qui in un altro post dedicato agli arazzi) posti come sono al termine del lungo percorso di visita. E’ vero che oggi apprezziamo di più tele ed affreschi rispetto alle statue o agli arazzi e questo sembra dimostrato dalle presenze alle mostre. Oggi vorrei invitarvi a riscoprire almeno 5 storie che raccontano delle vicende degli arazzi, di come sono arrivati a Mantova e di come se ne sono andati per poi ritornare (definitivamente) a Palazzo Ducale. Continua a leggere →

Un sabato di disperazione ma con la speranza della risurrezione: il Cristo morto nell’arte

31 sabato Mar 2018

Posted by mantovastoria in Articoli

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Andrea Mantegna, Annibale Carracci, Basilea, Cristo morto, Dostoevskij, Enciclica Lumen Fidei, Galleria Spada, Hans Holbein, L'Idiota, Lettera ai Corinzi, Lumen Fidei, Orazio Borgianni, Papa Francesco, Pinacoteca di Brera, Roma, San Paolo, Stoccarda

Il Sabato Santo non suonano le campane a sottolineare la disperazione per la morte del Cristo, colui che gli apostoli credevano Figlio di Dio e che invece morendo sembra abbandonarli al loro destino.
E’ una disperazione come quella che colpisce ognuno di noi quando perde una persona cara e capisce, proprio in quel momento, che non tornerà più, che non sarà più possibile parlargli, che non potrà più abbracciarlo. Per chi ha fede tuttavia c’è una grande consolazione. L’annuncio della Resurrezione appunto, ovvero che la vita non ha perso e la morte sarà sconfitta.
Ma per chi non ha fede oppure per chi come nel caso degli Apostoli aveva creduto in Cristo come Figlio di Dio e se lo vede portare via dalla morte come un uomo qualsiasi la disperazione non può avere fine. Continua a leggere →

Scrivere sui muri? dalla Domus Aurea a Palazzo Te una moda che non cambia

18 sabato Giu 2016

Posted by mantovastoria in Curiosità, Gonzaga, Storia Locale

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Camera dei Giganti, Domus Aurea, Giganti, Grottesche, Mantova, Palazzo Te, Pinturicchio, Roma, Scritte sui muri, scrivere sui muri

Camarone dei Giganti

Spesso quando si gira per palazzi antichi o monumenti si trovano delle scritte che coprono le pareti danneggiando gli affreschi o semplicemente imbrattando i muri. In quel momento partono di solito tutti gli insulti e gli improperi nei confronti dei vandali e di chi, ad altezza di imbecille, ha voluto lasciare il ricordo del suo passaggio. Ma forse non tutti sanno che si tratta di un’abitudine che viene da lontano basti ricordare le scritte sulle pareti del Camarone dei Giganti di Palazzo Te o quelle sulla volta della Domus Aurea di Nerone.
Nel caso romano le scritte riportano i nomi dei più famosi pittori del quattrocento, scesi “in grotta” ad ammirare le pitture romane del I secolo D.C. e sono fondamentali per la storia dell’arte perchè ci raccontano quali artisti hanno visto le decorazioni: ricordiamo ad esempio Raffaello, Michelangelo o Pinturicchio. Per la firma di quest’ultimo poi c’è un’aggiunta divertente e infamante: forse un allievo arrabbiato o forse un pittore rivale ha scritto sotto la firma di Bernardino di Betto l’epiteto ingiurioso di “sodomita” e così per 5 secoli e nel futuro il dubbio sulle abitudini dell’artista rimarrà.
Ma torniamo a Palazzo Te dove nella Camera dei Giganti sono state lasciate le scritte che ne deturpano le pareti arrivando, come si diceva prima, ad altezza di imbecille.
Ce ne sono di tutti i tipi e per tutti i gusti:alcune risalgono addirittura alla fine del ‘500 (i Gonzaga abitano ancora il Palazzo ed è come se voi invitaste qualcuno a cena e mentre stappate il vino in cucina uno dei vostri ospiti incidesse il suo nome dietro il divano in sala da pranzo), altre agli anni tragici del Sacco del 1630, altre molto più vicino a noi al secolo scorso. Per i curiosi e gli amanti del genere a questo link trovate tutte le scritte del Camarone dei Giganti reperite con un lavoro certosino da Anna Maria Lorenzoni.
Ne riportiamo una che ci sembra particolarmente divertente con alcuni buontemponi che dopo la colazione pensano bene di lasciare la firma sulle pareti del capolavoro di Giulio Romano:
D.Gozzi – J.Carolus 1749,29 aprile, Giorno di S.Pietro Martire, doppo d’haver fatto collazione.
Durante il restauro la scelta, a mio parere corretta, è stata quella di non stuccare le scritte ma di riempirne i solchi di colore per consentire la piena lettura degli affreschi ma senza perdere le tracce di una storia minore che fa ormai parte delle vicende di Palazzo Te. D’altra parte un motto forse parmigiano ricorda che:
Gli Eroi sui Marmi
e i Coglion sui Muri
Scrivono lor Nome
Perchè Etterno Duri.

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