Ci sono città che si riconoscono da un monumento. Altre da una piazza, da una cupola, da un ponte o da una torre. Mantova, invece, si riconosce da una linea.
Vista da lontano, soprattutto dall’acqua o dalle strade che la raggiungono attraversando la pianura, Mantova non appare come una semplice città distesa all’orizzonte. Appare come un profilo continuo: torri, cupole, campanili, tetti, palazzi e masse murarie si alzano e si abbassano come il tracciato di un elettrocardiogramma.
È un’immagine suggestiva, ma anche precisa. Perché quel profilo non è decorazione: è il battito storico della città. Ogni punto che sale racconta un potere, una fede, una famiglia, una stagione artistica, una trasformazione urbana. La linea di Mantova non registra il cuore di una persona, ma quello di una città.
In passato Philippe Daverio definì Mantova una sorta di “Manhattan padana”. L’espressione è ironica e memorabile. Naturalmente Mantova non ha grattacieli, né traffico newyorkese, né taxi gialli che corrono lungo i laghi. Ma possiede una sua verticalità storica: torri, campanili, cupole e palazzi che, visti da lontano, costruiscono una vera skyline padana.
Una skyline non di vetro e acciaio, ma di acqua, mattoni e cielo.
Che cosa racconta il profilo di Mantova?
Il profilo di Mantova è una specie di calligrafia che rende inconfondibile la città.
La Torre della Gabbia parla della città medievale. La cupola di Sant’Andrea porta nel profilo urbano il segno della fede e della grande architettura rinascimentale. Palazzo Ducale e il Castello di San Giorgio raccontano il potere dei Gonzaga e la corte.
Guardata da lontano, Mantova sembra quasi disegnare la propria autobiografia. Il suo “elettrocardiogramma” sale e scende perché la città ha avuto molte vite: comunale, signorile, ducale, religiosa, militare, museale, turistica, quotidiana.
Una linea piatta sarebbe una città senza scosse. Mantova, invece, ha un profilo mosso. E in quel movimento c’è la sua storia.
La prima domenica del mese Palazzo Ducale di Mantova si può visitare gratuitamente, come tutti i musei statali italiani. È una buona occasione per entrare in una delle regge più grandi d’Europa senza avere scuse: il biglietto non c’è, resta solo il rischio di perdersi tra cortili, sale, giardini pensili e corridoi gonzagheschi.
Per chi invece vuole tornarci con calma, più di una volta e senza l’ansia di “vedere tutto subito”, esiste anche la possibilità dell’abbonamento: una scelta saggia, perché Palazzo Ducale non è un luogo da liquidare in una visita sola. È più simile a una città dentro la città: la prima volta si guarda, la seconda si capisce qualcosa, dalla terza si comincia davvero a orientarsi.
Ecco i costi dell’abbonamento annuale (il biglietto singolo costa 18 euro) Abbonamento “Amico di Palazzo Ducale” con ingressi illimitati della durata di 365 giorni dalla data di acquisto (con Camera degli Sposi in base alla disponibilità giornaliera) € 25 Abbonamento “Mecenate Ducale” € 100 (oltre agli ingressi illimitati, anche molti altri vantaggi)
E per prepararsi un po’ ecco 15 domande e risposte per orientarsi in un palazzo che voleva essere una città.
1. Palazzo Ducale è davvero un palazzo?
Sì, ma solo se usiamo la parola “palazzo” in un senso molto ampio. Il Palazzo Ducale di Mantova è in realtà un enorme complesso di edifici, cortili, giardini, chiese, corridoi, appartamenti, sale di rappresentanza e passaggi interni realizzato in circa tre secoli.
Più che un singolo edificio, è una città dentro la città. Non a caso viene spesso definito “città-palazzo”. È il risultato di secoli di aggiunte, trasformazioni e collegamenti: ogni generazione ci ha messo mano, ogni Gonzaga ha voluto lasciare un segno, ogni epoca ha aggiunto un pezzo.
Chi entra pensando di visitare “un palazzo” rischia quindi una piccola sorpresa: si tratta di un labirinto vero e proprio.
Oggi 2 luglio 2026 a Siena si corre il Palio della Madonna di Provenzano. Non so perché mi affascina e mi appassiona da sempre questa cometa medioevale che torna per due volte durante l’anno. Forse perché Mantova e Siena sono più legate di quando sembri.
Ecco 10 spunti per osservare da vicino i punti di contatto tra Mantova e Siena.
Dai Sacri Vasi al Palio, da Guidoriccio a Curtatone e Montanara
Mantova e Siena sembrano città lontane. Una è distesa nella pianura, circondata dall’acqua del Mincio e dei suoi laghi; l’altra è raccolta sulle colline toscane, costruita in pietra e mattoni attorno alla forma inconfondibile di Piazza del Campo. Una è stata capitale dei Gonzaga, l’altra grande città comunale e repubblicana. Eppure, se si guarda con attenzione, le due città si incontrano molte volte.
Non le unisce una sola storia, ma una costellazione di personaggi, oggetti, devozioni, cavalli, battaglie e memorie civiche. Alcuni legami sono celebri, altri più curiosi, altri ancora si nascondono nei dettagli: un papa senese che soggiorna a Mantova, un condottiero celebrato nel Palazzo Pubblico di Siena e invitato dai Gonzaga, un santo mantovano devoto a Santa Caterina, studenti senesi caduti o feriti nella pianura mantovana durante il Risorgimento.
Questo articolo prova a mettere in fila dieci passaggi. Non per dimostrare che Mantova e Siena siano città “uguali”, ma per mostrare quanto la storia italiana sia fatta di fili che attraversano territori diversi e li collegano in modi spesso inattesi.
1. Due città d’arte dalla forte identità urbana
Mantova e Siena sono due città che conservano un’immagine storica potentissima. Non sono soltanto luoghi ricchi di monumenti, ma organismi urbani in cui la storia continua a farsi spazio nella vita quotidiana.
Siena è inseparabile da Piazza del Campo, dal Palazzo Pubblico, dalla Torre del Mangia, dalla cattedrale con i pali del carroccio di Montaperti, dalle contrade e dal Palio. La città mantiene ancora oggi una forte impronta medievale, non come semplice scenario turistico, ma come struttura profonda della sua identità.
Mantova, a sua volta, si riconosce nei grandi spazi gonzagheschi: Palazzo Ducale, il Castello di San Giorgio, Piazza Sordello, Sant’Andrea, Palazzo Te, i laghi. Qui il Medioevo comunale si intreccia con la lunga stagione della signoria e poi del ducato dei Gonzaga.
Entrambe sono città da leggere lentamente. Le piazze, le chiese, le strade e i palazzi non sono elementi isolati: compongono un racconto. Siena racconta la forza della città comunale e della sua memoria civica; Mantova racconta la costruzione di una corte rinascimentale padana, aperta all’Europa e capace di attirare artisti, architetti, papi, letterati e ambasciatori.
2. I Sacri Vasi e la spada nella roccia
Uno dei confronti più suggestivi tra Mantova e Siena passa attraverso gli oggetti sacri. Oggetti che non sono soltanto reliquie, ma condensano fede, leggenda, identità e memoria.
Mantova custodisce nella basilica di Sant’Andrea la tradizione dei Sacri Vasi, legati al culto del Preziosissimo Sangue di Cristo. La reliquia ha segnato profondamente la storia religiosa della città e ha contribuito anche alla costruzione della sua immagine monumentale. Non è un caso che proprio Sant’Andrea, progettata da Leon Battista Alberti, sia diventata uno dei luoghi simbolici della Mantova rinascimentale.
Nel territorio senese, invece, l’immaginario medievale trova uno dei suoi simboli più potenti nella spada nella roccia di San Galgano, conservata nella Rotonda di Montesiepi. Anche qui un oggetto diventa racconto: non solo memoria di un santo, ma immagine di conversione, rinuncia, cavalleria e spiritualità.
I Sacri Vasi e la spada nella roccia appartengono a tradizioni molto diverse. Tuttavia parlano entrambi di un Medioevo in cui il sacro prendeva forma in oggetti concreti, visibili, venerabili. Mantova e Siena, in questo senso, condividono la capacità di trasformare una reliquia o un simbolo religioso in parte essenziale della propria identità. Senza dimenticare Artù, il Graal e la spada nella roccia.
3. Guidoriccio da Fogliano, tra Siena e il mondo dei Gonzaga
Guidoriccio da Fogliano è una figura che appartiene innanzitutto alla memoria senese. Nato nel territorio reggiano, divenne capitano al soldo di Siena e fu celebrato nell’affresco del Palazzo Pubblico tradizionalmente attribuito a Simone Martini, dove appare a cavallo nel paesaggio di Montemassi.
L’immagine di Guidoriccio è una delle più celebri del Medioevo italiano: il cavaliere solitario, l’armatura, il profilo elegante del cavallo, le colline, gli accampamenti, le bandiere. È una sintesi visiva dell’ideale cavalleresco e della propaganda politica senese.
Il legame con Mantova passa dall’arrivo di Guidoriccio in città per i quattro matrimoni gonzagheschi. Il fondatore Luigi Gonzaga lo invitò a Mantova in occasione delle sue nozze con Novella Malaspina. È un episodio che mette in contatto il celebre condottiero legato a Siena con la corte gonzaghesca nascente. In quel momento, Mantova e Siena si incontrano non attraverso un trattato o una reliquia, ma attraverso il mondo cavalleresco, le armi, le nozze dinastiche e la politica delle signorie.
4. Pio II e la Dieta di Mantova
Uno dei legami più forti tra Siena e Mantova passa da Enea Silvio Piccolomini, nato nel territorio senese e divenuto papa con il nome di Pio II.
Pio II fu umanista, scrittore, diplomatico e pontefice. Il suo nome è legato in modo indissolubile a Pienza, la città ideale nata dalla trasformazione del borgo natale di Corsignano. Ma la sua storia incrocia in modo decisivo anche Mantova.
Nel 1459 Pio II convocò a Mantova una Dieta per promuovere una crociata contro i Turchi dopo la caduta di Costantinopoli. Il progetto non ebbe l’esito sperato, ma per Mantova l’evento fu importantissimo. Per mesi la città divenne un centro della diplomazia europea e ospitò il papa, cardinali, ambasciatori e principi.
Il soggiorno di Pio II ebbe conseguenze profonde. La presenza del papa contribuì a rafforzare il prestigio dei Gonzaga e della città. Mantova cambiò veste per accogliere il pontefice: i Gonzaga lasciarono il Palazzo del Capitano al papa e si trasferirono nel castello. In quegli anni si concentrano episodi fondamentali per l’immagine rinascimentale della città, dalla stagione di Mantegna alla progettazione albertiana di Sant’Andrea e San Sebastiano.
Il papa senese ebbe anche un rapporto diretto con la devozione mantovana. Secondo la tradizione, prestò particolare venerazione ai Sacri Vasi e collegò la reliquia a una sua guarigione dalla podagra. Siena, attraverso Pio II, entra così nel cuore della Mantova rinascimentale: nella politica, nella devozione, nell’arte e nell’architettura.
5. Le collezioni Gonzaga arrivate a Siena
Le città si incontrano anche attraverso gli oggetti. Le opere d’arte viaggiano, passano di mano, vengono vendute, ereditate, disperse, ricomposte in nuove raccolte. Nel caso di Mantova, la dispersione delle collezioni gonzaghesche è uno dei capitoli più dolorosi e affascinanti della sua storia culturale.
Dopo il sacco di Mantova del 1630, il patrimonio artistico della città subì perdite gravissime. Tra le figure che compaiono in questa vicenda c’è Ottavio Piccolomini, generale imperiale, incaricato di registrare danni e perdite subite dalla reggia gonzaghesca. Al suo seguito troviamo il nipote Enea Silvio Piccolomini, nome che richiama inevitabilmente quello del papa senese.
Proprio Enea Silvio Piccolomini acquistò dai lanzichenecchi luterani pezzi importanti delle collezioni gonzaghesche. Alcune di queste opere sono oggi conservate a Siena nella raccolta Spannocchi-Piccolomini.
È un legame concreto e materiale. Non si tratta soltanto di personaggi che passano da una città all’altra, ma di opere nate o raccolte nell’orbita mantovana e poi confluite nel patrimonio senese. In questo modo, una parte della memoria dei Gonzaga continua a vivere lontano da Mantova, dentro un altro racconto urbano e museale.
6. Il Palio e i cavalli dei Gonzaga
Il Palio di Siena è una delle feste popolari più famose d’Italia. Ma nella storia dei palii italiani compare anche Mantova, grazie ai cavalli dei Gonzaga.
La corte mantovana fu celebre per l’allevamento dei cavalli. I Gonzaga investirono molto in questa tradizione, non solo per ragioni militari o di prestigio cortigiano, ma anche per la partecipazione alle corse e ai palii. I cavalli mantovani erano apprezzati e potevano correre in varie città italiane.
Il legame con Siena è particolarmente suggestivo. Il Palio non era soltanto una gara: era spettacolo pubblico, festa cittadina, competizione simbolica. Far correre un cavallo legato alla corte gonzaghesca significava portare il nome di Mantova dentro uno degli spazi rituali più intensi della vita senese.
È un collegamento diverso dagli altri, meno istituzionale e più vivido. Qui non ci sono soltanto papi, santi o condottieri, ma cavalli, folla, colori, rumore di zoccoli, orgoglio cittadino. Mantova entra a Siena attraverso la festa e la competizione, con il prestigio dei suoi allevamenti e della sua corte.
7. Risorgimento: gli studenti senesi a Curtatone e Montanara
Nel Risorgimento il legame tra Mantova e Siena assume un tono civile e patriottico. La battaglia di Curtatone e Montanara, combattuta il 29 maggio 1848, è uno degli episodi più importanti della Prima guerra d’indipendenza.
In territorio mantovano combatterono volontari toscani, tra cui studenti universitari senesi. Nell’aprile del 1848 professori, assistenti e studenti dell’Università di Siena formarono una compagnia della Guardia Universitaria per partecipare alla guerra. A Curtatone e Montanara il Battaglione Universitario Toscano fu sconfitto e costretto a ripiegare, ma riuscì a ritardare l’avanzata austriaca, contribuendo indirettamente alla vittoria piemontese di Goito del giorno successivo.
Questa pagina unisce Mantova e Siena in modo profondo. La pianura mantovana diventa luogo di sacrificio per giovani provenienti dalla Toscana. La memoria senese entra così nella storia risorgimentale mantovana.
Ancora oggi questa vicenda vive nei monumenti, nelle lapidi, nelle commemorazioni. È una memoria di studenti, professori e volontari che lasciarono le aule universitarie per prendere parte alla costruzione dell’Italia. In questo caso il filo tra le due città non passa dalla corte o dalla Chiesa, ma dall’idea moderna di patria.
8. Santa Caterina, Osanna Andreasi e San Luigi Gonzaga
Il rapporto religioso tra Siena e Mantova è ricchissimo. Al centro c’è anzitutto Santa Caterina da Siena, una delle figure più importanti della spiritualità italiana ed europea. Mistica domenicana, donna di preghiera ma anche di azione politica, Caterina scrisse lettere a papi, sovrani e autorità, intervenne nelle questioni del suo tempo e divenne un modello di santità attiva.
A Mantova, una figura che può essere accostata a Caterina è la beata Osanna Andreasi. Anche Osanna fu laica domenicana, mistica, donna di intensa spiritualità e di forte presenza nella vita cittadina. Fu legata alla corte dei Gonzaga e, secondo la tradizione, ebbe un ruolo di consigliera morale e spirituale. Venne beatificata nel 1515 anche grazie all’impegno di Isabella d’Este.
L’accostamento tra Caterina e Osanna mostra una linea comune: la spiritualità femminile che non resta chiusa nello spazio privato, ma entra nella città, nella politica, nella carità, nella memoria collettiva.
A questo legame si aggiunge un episodio particolarmente bello: il passaggio di San Luigi Gonzaga a Siena. Il giovane principe mantovano, futuro santo gesuita, fu grande devoto di Santa Caterina. Durante un suo viaggio verso Roma, sostò a Siena e rese omaggio alla santa. Secondo la tradizione, servì messa nell’oratorio accanto alla cella di Caterina e parlò a un gruppo di giovani con grande fervore.
9. Bernardino da Siena a Mantova
Un altro legame diretto tra le due città passa da San Bernardino da Siena. Nato a Massa Marittima da famiglia senese, Bernardino fu uno dei più grandi predicatori francescani del Quattrocento. Viaggiò instancabilmente per l’Italia, parlando nelle piazze, richiamando alla pace, alla carità, alla lotta contro l’usura e alla riforma dei costumi.
Bernardino fu chiamato a Mantova nel 1421 da Paola Malatesta, moglie di Gianfrancesco Gonzaga, per predicare la Quaresima. Le sue prediche ebbero grande risonanza in città e nel contado. Il suo passaggio lasciò segni nella memoria urbana, a cominciare dal trigramma IHS, il nome di Gesù iscritto nel sole, ancora visibile in alcuni punti della città.
La presenza di Bernardino a Mantova è importante anche per il rapporto con la corte gonzaghesca. Paola Malatesta progettò con lui il convento delle Clarisse e la chiesa di Santa Paola, dedicata al Corpus Domini.
Così Siena arriva a Mantova attraverso una voce: quella di un predicatore capace di parlare alle folle, di usare immagini semplici e potenti, di trasformare la predicazione in intervento sulla vita concreta della città.
10. I Monti di Pietà
L’ultimo legame riguarda un tema meno appariscente, ma fondamentale per capire la vita urbana: il credito, l’usura, la povertà e la carità.
Nel Quattrocento i Monti di Pietà nacquero come istituzioni pensate per offrire prestiti su pegno a basso interesse, cercando di contrastare l’usura. Erano luoghi in cui economia, religione e politica cittadina si incontravano.
A Mantova il Monte di Pietà fu fondato nel 1484 da fra’ Bernardino da Feltre, con il concorso finanziario di Francesco II Gonzaga, di nobili e mercanti. L’obiettivo era offrire un’alternativa ai prestiti usurari e intervenire in modo concreto su un problema sociale molto sentito.
A Siena, già nel 1476, era nato il Monte Pio, poi destinato a entrare nella lunga storia del Monte dei Paschi. Anche qui si vede come le città italiane cercassero strumenti per regolare il credito, sostenere chi era in difficoltà e controllare un settore delicatissimo della vita economica.
Mantova e Siena condividono dunque anche questa storia: non solo grandi personaggi e grandi eventi, ma istituzioni nate per rispondere ai bisogni concreti delle persone. La storia delle città passa anche da qui: dai debiti, dai pegni, dalle botteghe, dai banchi, dalle famiglie in difficoltà, dalle soluzioni inventate per tenere insieme economia e solidarietà.
Conclusione: seguire i fili
Mantova e Siena non sono città gemelle. Hanno paesaggi diversi, storie politiche diverse, forme urbane diverse. Proprio per questo il loro dialogo è interessante.
A unirle non è una somiglianza immediata, ma una rete di fili: i Sacri Vasi e la spada nella roccia, Guidoriccio e il mondo dei condottieri, Pio II e la Dieta di Mantova, le collezioni gonzaghesche arrivate a Siena, i cavalli dei Gonzaga nel clima dei palii, gli studenti senesi a Curtatone e Montanara, Santa Caterina, Osanna Andreasi, San Luigi Gonzaga, Bernardino da Siena, i Monti di Pietà.
Sono storie diverse, ma insieme costruiscono una mappa. Una mappa fatta di viaggi, devozioni, battaglie, opere d’arte, reliquie, cavalli, predicatori e memorie civiche.
Forse il modo migliore per raccontare il rapporto tra Mantova e Siena è proprio questo: non cercare una sola origine, ma seguire gli intrecci. Perché la storia delle città italiane è spesso così: non una linea dritta, ma una trama fitta, piena di ritorni, coincidenze e scoperte.
San Galgano e la spada nella roccia Approfondimento sull’eremo di Montesiepi, l’abbazia di San Galgano e la tradizione della spada nella roccia nel territorio senese. https://www.sangalgano.info/spada_it.html
Il Palio di Siena – sito ufficiale del Comune di Siena Pagina ufficiale dedicata al Palio, con sezioni su storia, corse, contrade, tutela del cavallo, palii recenti e guida ufficiale. https://palio.comune.siena.it/
San Bernardino da Siena a Mantova Approfondimento sul passaggio di San Bernardino a Mantova nel 1421, chiamato da Paola Malatesta Gonzaga per predicare la Quaresima. https://www.sanfrancescomantova.it/bernardino-e-paola/
Mantua and Siena are linked by a surprising network of people, symbols and memories. From the Holy Vessels to the sword in the stone of San Galgano, from Pius II and Guidoriccio da Fogliano to the Gonzaga horses racing in the Palio, the two cities meet across the centuries. Their connection continues into the Risorgimento, with the Senese students who fought at Curtatone and Montanara.
Mantoue et Sienne, histoires croisées
Mantoue et Sienne sont unies par un réseau inattendu de personnages, de symboles et de mémoires. Des Saints Vases à l’épée dans la roche de San Galgano, de Pie II à Guidoriccio da Fogliano, des chevaux des Gonzague courant au Palio jusqu’aux étudiants siennois engagés à Curtatone et Montanara, les deux villes se rencontrent à travers les siècles.
Ci sono documenti d’archivio che a prima vista sembrano fatti apposta per scoraggiare il lettore: registri di spese, elenchi di vivande, conti di bottega, formule notarili, nomi oggi dimenticati. Eppure, a saperli interrogare, possono trasformarsi in una macchina del tempo.
È quello che accade con il Liber Magne Curie, il registro che racconta la grande festa organizzata dai Gonzaga a Mantova nel febbraio del 1340. Una festa durata otto giorni, con banchetti, cerimonie cavalleresche, ospiti illustri, alleanze matrimoniali e un messaggio politico chiarissimo: i Gonzaga, da poco padroni della città, non erano più soltanto una famiglia emergente. Volevano essere riconosciuti come una dinastia.
Mantova, 1340: dodici anni dopo il colpo di mano
Per capire il senso di quella festa bisogna tornare al 1328, quando Luigi Gonzaga e i suoi figli rovesciarono il potere dei Bonacolsi e presero il controllo di Mantova. Il passaggio non fu soltanto un cambio di famiglia al governo: fu l’inizio di una nuova stagione politica.
Nel 1340, quindi, i Gonzaga governavano Mantova da appena dodici anni. Erano ancora una potenza recente, bisognosa di consolidare il proprio prestigio, di mostrare ricchezza, di tessere alleanze e di farsi accettare dalle grandi casate dell’Italia settentrionale. La magna curia servì precisamente a questo: non fu solo una festa di famiglia, ma una messa in scena del potere.
Una festa lunga otto giorni
La parola curia, in questo contesto, non indica un tribunale o un ufficio amministrativo, ma una grande adunanza signorile, una cerimonia solenne in cui si mescolavano politica, cavalleria, diplomazia e spettacolo.
Per otto giorni Mantova divenne il palcoscenico dei Gonzaga. Arrivarono ospiti di rango, rappresentanti delle principali famiglie del Nord Italia, cavalieri, uomini d’arme, funzionari, servitori, fornitori, cuochi, macellai, pescatori e artigiani. Il registro delle spese ci permette di intravedere l’enorme macchina organizzativa che stava dietro all’evento: carni, pesci, pollame, vino, spezie, argenti, abiti, addobbi, doni e persino quelle “spese straordinarie” che ogni organizzatore di matrimoni, medievale o moderno, conosce benissimo.
Tra i dettagli più gustosi compare l’acquisto di centinaia di uova: un particolare minimo, quasi domestico, ma capace di riportarci dentro la concretezza di quella festa. Dietro la grande politica, dopotutto, c’erano cucine accese, tavole da preparare e conti da far quadrare.
E se potessimo intervistare due nemici/amici come Luigi Gonzaga e Cangrande della Scala che cosa ne uscirebbe? Io me la sono immaginata stile interviste de Le Iene, uno scambio di battute senza esclusione di colpi perché la politica è così da sempre: davanti alleati e dietro le quinte coltelli.
Provate a leggere e a vedere come vi sembrano e soprattutto a decidere con chi andreste in vacanza.
Ecco i testi utilizzati per la pagina e di seguito le pagine singole. Per chi volesse sfogliare MCG on line lo può fare al link seguente MCG Giugno 2026/Luglio 2026
LUIGI CORRADI DE’ GONZAGA
VS …CANGRANDE DELLA SCALA
Da contadino a signore, da alleato a futuro problema… l’Italia del Trecento è roba da duri. Altro che Game of Thrones.
Solo città armate, famiglie rivali, alleanze fragili e colpi di scena degni di una serie TV.
Da una parte Luigi Gonzaga, uomo pratico, ambizioso, appena diventato signore di Mantova dopo aver tolto di mezzo i Bonacolsi. Dall’altra Cangrande della Scala, signore di Verona, condottiero, politico spietato e alleato tanto utile quanto ingombrante.
Li abbiamo messi uno davanti all’altro per una intervista doppia senza filtri, tra politica, tradimenti, rivalità territoriali, fiumi, banchetti e qualche cadavere lasciato nella storia.
Come ti chiami?
LUIGI: Luigi Corradi de Gonzaga… e adesso anche “Signore di Mantova”, grazie.
CANGRANDE: Cangrande della Scala. Il nome basta, il resto è silenzio.
Cosa fai nella vita?
LUIGI: Faccio quello che serve. Ho zappato, commerciato… ora comando.
CANGRANDE: Conquisto. Quando non ammazzo i miei nemici, li metto a libro paga.
C’è un modo infallibile per capire quanto una città sia complicata: affidarla a una guida turistica molto seria. Nel 1914 il Touring Club Italiano ci prova con Mantova, armato della sua prima Guida Rossa, di grande precisione, ottime intenzioni e una fiducia quasi commovente nella possibilità di mettere ordine tra Gonzaga, restauri, scalette, sale chiuse e custodi poco numerosi.
Il risultato è una piccola meraviglia: una Mantova descritta con rigore, ma attraversata da dettagli che oggi fanno sorridere. C’è il Palazzo Ducale in restauro, ci sono gli ambienti dell’Appartamento dei Nani, ci sono le guide che vorrebbero raccontare tutto e i custodi che, invece, “tendono ad accorciare”. Insomma: il patrimonio è immenso, il personale è poco, e la storia dell’arte, quando vuole, sa essere più comica di una commedia.
Una guida rossa, molto rossa
Nel 1914 il Touring Club Italiano pubblica la sua Guida d’Italia dedicata a Piemonte, Lombardia e Canton Ticino. Una guida rossa, naturalmente: rossa di copertina, rossa di ambizione e, per chi ama le minuzie storico-artistiche, quasi rossa di emozione. Perché dentro quelle pagine non c’è soltanto un elenco di cose da vedere, ma un modo molto preciso di guardare l’Italia: con il metro, la lente, la pazienza e quella sottile fiducia novecentesca secondo cui ogni città, se descritta bene, diventa più ordinata. Illusione nobilissima, soprattutto a Mantova.
Mantova con le mura, la fossa magistrale e il Rio tutto scoperto
Le pagine dedicate alla nostra città sono da leggere assolutamente. Non solo per la curiosità di ritrovare luoghi noti con nomi, percorsi e attenzioni di un secolo fa, ma anche per riscoprire una Mantova che, alla vigilia della Prima guerra mondiale, è ancora una città diversa da quella che attraversiamo oggi. Ci sono le mura, c’è la fossa magistrale, c’è un Palazzo Ducale in piena stagione di restauri, giudicati dal Touring lenti ma intelligenti. Che già basterebbe come formula da incidere all’ingresso di qualunque cantiere pubblico: lenti, sì, ma intelligenti. Quando poi sono solo lenti, purtroppo, manca la parte migliore.
A muovere quella stagione di interventi ci sono figure importanti come l’architetto Achille Patricolo e l’intendente Clinio Cottafavi, impegnati in un lavoro di recupero che oggi possiamo guardare con il senno di poi, cioè con quel comodo strumento che rende tutti bravissimi restauratori, urbanisti e direttori di museo, purché a distanza di almeno cento anni.
Sono passati più di trent’anni dalla sua scomparsa, ma chi per mestiere o per semplice passione mette le mani nella storia di Mantova prima o poi lo incontra, in una nota, in un articolo, in una citazione. Parliamo di Ercolano Marani: il suo nome spunta quasi in ogni bibliografia, ricompare sulla rivista Civiltà Mantovana, riaffiora negli stradari. E anche nel mio ricordo è legato a due pubblicazioni fondamentali: i saggi su Vie e piazze di Mantova usciti su Civiltà Mantovana e la sua Guida illustrata che ancora oggi mi accompagna nella mia attività di guida turistica.
Un professore in cammino
Marani nasce a Castellucchio nel 1914 e muore a Mantova nel 1994, a 80 anni. Una vita spesa a mettere ordine — con pazienza certosina — nella toponomastica della città ma non solo: toponimi, vicoli, contrade, palazzi e case minori, come i tasselli di un puzzle che se completato racconta un centro storico. Nel 2015 il Comune ha presentato un quaderno che raccoglie i suoi testi sulle vie e piazze (pubblicazioni 1966–1984, poi interrotte dalla malattia) e ha inventariato le sue carte, censendo 59 toponimi con note storiche e d’arte.
Forse non ci pensiamo, ma in quasi tutti i teatri del mondo si pronuncia il nome di Mantova. Accade quando, indicando il tendaggio che corre sopra il sipario, si parla della mantovana. Eppure il legame tra la città e il teatro non è solo nominale: basta passeggiare tra le piazze e i palazzi per capire che qui ogni angolo è scenografia, ogni spazio è palcoscenico.
Piazza Sordello: il potere in scena
Oggi è il cuore monumentale della città, ma nel Trecento Piazza Sordello non esisteva: c’era il sagrato del duomo e un quartiere medioevale che occupava questo spazio. La piazza la vediamo nella Cacciata dei Bonacolsi di Domenico Morone, dipinto nel 1494 e quindi dopo che i Gonzaga avevano creato lo slargo chiamato all’epoca Piazza Grande di San Pietro. Da sempre Piazza Sordello è un doppio teatro: luogo del potere politico e sagrato della Cattedrale. Un tempo era chiusa da un’esedra cinquecentesca che collegava Duomo e Palazzo Ducale: immaginate l’effetto scenografico… oggi purtroppo perduto.
piazza Broletto e piazza Erbe: le cartoline della Mantova comunale
Le piazze più vissute sono però Broletto ed Erbe, collegate dal sottoportico dei Lattonai che attraversa il Palazzo del Podestà. Qui c’è Virgilio che osserva sornione il mercato dalla sua cattedra universitaria, la torre civica che un tempo era carcere e le tracce di tortura medievale negli anelli posti sotto l’Arengario. Attraversando il passaggio del sottoportico dei lattonai si fa un viaggio al tempo della Mantova medioevale, quella dove il Romeo di Shakespeare langue per la usa Giulietta. Sbucando in piazza Erbe la storia incontra il mercato, il palazzo della Ragione, l’orologio astronomico e la Rotonda di San Lorenzo oltre alla casa del Mercante e al cupolone di Sant’Andrea che custodisce la reliquia del Sangue di Cristo e incombe sui portici che sono il teatro della vita quotidiana.