Le Storie al Centro è stato uno dei progetti più belli che mi sia capitato di seguire in questo 2021 che si avvia alla conclusione. L’idea era di ricordare i 25 anni di storia di C.a.s.a. San Simone con una passeggiata in giro per Mantova.
Il ramarro è un piccolo rettile molto veloce e scattante ed è una caratteristica che troviamo anche in quelli che affollano Palazzo Te.
Questa impresa appartenuta al marchese (e poi duca) Federico II sbuca infatti da pareti e soffitti, pavimenti e camini e rappresenta una sorta di “brand” del figlio di Isabella d’Este.
Nella cinquina numero 25 del libro Mantova, 5 cose che so di lei, andiamo a caccia di ramarri tra le stanze dell’appartamento destinato al duca.
I miei ramarri preferiti sono quelli che scendono dai due lati della cappa del camino che si trova nella camera delle Aquile, la stanza da letto di Federico II. Si distendono con la bocca aperta pronti a catturare un insetto. Sopra di loro si srotola il cartiglio con il motto che dice Quod Huuic Deest Me Torquet (quello che a lui manca mi tormenta).
La prossima volta che entrate a Palazzo Te provate a inseguire i ramarri e vi accorgerete che ce ne sono molti di più di quello che pensate.
E con questa pillola su Palazzo Te si chiude il nostro racconto dell’avvento augurando questa volta non solo “buona passeggiata” ma anche e soprattutto un sereno NATALE! (e da qui parte l’avventura dei 12 giorni di Natale).
Quest’anno facciamo gli auguri di Natale ai nostri lettori scegliendo un presepe particolare: la Natività dipinta dal Beato Angelico per il convento domenicano di San Marco a Firenze.
Perché un affresco fiorentino e qual é il legame con Mantova?
Oggi i viaggiatori scrivono su Trip Advisor le loro impressioni di viaggio mentre un tempo rimanevano confinate nei loro diari e nelle lettere che spedivano a casa durante il percorso.
Questo ha salvato Mantova da una serie di commenti molto pesanti per quanto riguarda il clima (più favorevoli invece i pareri sul profilo visto dai laghi…)
Nella cinquina numero 24 del libro Mantova, 5 cose che so di lei proviamo a ricordare alcuni dei viaggiatori passati per la nostra città.
La Rotonda di San Lorenzo è la chiesa più amata dai mantovani e la più frequentata dai turisti.
E’ un elemento inconfondibile della cartolina più famosa di Mantova eppure per almeno tre secoli scomparve dalle mappe e dalla vista dei viaggiatori che passavano per la città.
Ne parliamo nella cinquina numero 23 del libro Mantova, 5 cose che so di lei, evidenziando alcune date che hanno cambiato la storia di questo “meteorite” romanico in un piazza gotica e rinascimentale.
Provate a immaginare se fossero esistiti i selfie a partire dalla fine del 1500. Ebbene la Rotonda non sarebbe entrata nelle fotografie scattate da Rubens, dai Mozart o da Dickens che invece avrebbero visto i portoni del Ghetto ebraico.
La prossima volta che passate davanti alla scalinata più amata dai bambini mantovani provate a immaginare Piazza Erbe senza la Rotonda. Scommetto che non ce la fate ma pensate che per tre secoli lì c’erano delle botteghe e di San Lorenzo rimaneva solo una cappella in Sant’Andrea e la dedicazione della parrocchia.
Lo sapevate che a Mantova durante il Risorgimento c’erano più carceri che alberghi?
E che c’era anche il Palazzo del Diavolo?
Nella cinquina numero 22 del libro Mantova, 5 cose che so di lei, vi facciamo fare un viaggio nella Mantova oscura, quella della periferia, quella dei delitti e delle pene.
Tutti sanno che all’ultimo piano del Castello di San Giorgio c’erano le carceri dei Martiri di Belfiore ma forse pochi conoscono il nome del Carcere della Mainolda, che si trovava nella via omonima. Per chi passa da quelle parti basta alzare gli occhi e vedere la lapide che lo ricorda.
Se ci fosse stata una classificazione delle prigioni austriache con le stelline, il carcere della Mainolda ne avrebbe prese cinque visto dal lato dei secondini e 0 per i prigionieri.
Se invece volete sapere dov’era il Palazzo del Diavolo, questa volta non vi sveliamo niente, dovrete trovare le informazioni sul libro!
E’ strano parlare del Santuario delle Grazie a dicembre: per i Mantovani il giorno giusto è il 15 di agosto, la festa dell’Assunta, quando migliaia di pellegrini arrivano al Santuario e dopo essere stati in chiesa fanno colazione con il famoso panino con il cotechino.
Nella cinquina numero 21 del libro Mantova, 5 cose che so di lei, raccontiamo 5 stranezze di questo santuario mariano, un tempo convento francescano.
Per tutti la chiesa delle Grazie è quella del coccodrillo appeso al centro della navata e dei manichini dell’impalcata lignea. Per tutti i mantovani è il luogo di pellegrinaggio per eccellenza, anche se non ci si sofferma quasi più a guardare la ricchezza di particolari.
Forse non tutti sanno che il Santuario delle Grazie appare in una scena di uno dei film più famosi del secolo scorso: Novecento di Bernardo Bertolucci. Il regista fece realizzare un pavimento sopraelevato in modo che gli attori recitassero al livello delle statue dell’impalcata lignea.
Mantova è stata utilizzata come set per moltissimi film ma spesso la storia era ambientata altrove.
Questa consuetudine cambia con La Marcia su Roma dove Mantova per la prima volta appare come Mantova.
Nella cinquina numero 20 del libro Mantova, 5 cose che so di lei raccontiamo alcuni luoghi che si vedono nel film e che sono tutt’ora ben riconoscibili.
Sarebbe stato bello essere a Mantova in quelle settimane dove Dino Risi, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi giravano per la città in costume di scena. Ci sono ancora molte foto in bianco e nero del set e alcuni articoli della Gazzetta di Mantova che ne raccontano i retroscena.
Quando voglio entrare nel film io vado in via Massari, dove quasi all’altezza di via Govi si trova il palazzo dove abitava il giudice che condanna i due camerati Gassman e Tognazzi.
Adesso non vi resta che riguardarvi il film che, come tutti i classici, è esilarante e al tempo stesso fa riflettere ma soprattutto vi porta in una Mantova che è una piccola Cinecittà sulle rive del Mincio.
E’ un classico il comportamento dei Mantovani durante il Festivaletteratura: il primo giorno lo amano e l’ultimo sentono la nostalgia della Mantova sonnacchiosa e solitaria del resto dell’anno.
Nella cinquina numero 19 del libro Mantova, 5 cose che so di lei, abbiamo immaginato un turista che voglia provare a mimetizzarsi tra i nativi: cosa dovrebbe fare?
Ecco allora una mini guida in 5 esercizi per diventare più mantovano dei mantovani: dall’andare in bicicletta contromano al leggere la Gazzetta e la Voce dal fondo fino a dichiarare con convinzione che Palazzo Te sia fuori città.
Questa è stata una delle cinquine più popolari tra quelle pubblicate su questo blog perché i mantovani amano prendersi in giro e soprattutto riconoscono al volo i turisti che durante il Festivaletteratura vivono una città molto diversa da quella di tutto il resto dell’anno.
Quando si cammina per Mantova bisognerebbe abituarsi a guardare in alto perché la città è ricca di particolari da scoprire.
Nella cinquina numero 18 del libro Mantova, 5 cose che so di lei, troviamo un po’ di spunti da applicare durante la prossima passeggiata in città.
Alcuni di questi particolari riguardano proprio le prigioni e le torture medievali.
Ve ne regaliamo due: la gabbia che troviamo a una trentina di metri d’altezza sulla facciata dell’omonima torre e gli anelli di ferro cui venivano appesi i condannati per la tortura dei cosiddetti tratti di corda. Li troviamo ancora oggi appesi sotto l’arcone dell’Arengario.
Alzare gli occhi è uno dei modi più semplici per meravigliarsi in una città come Mantova.